
La battaglia di Salamina, primo grande scontro navale ampiamente documentato della storia, è importante per le conseguenze che ebbe sulla politica e sulla stessa civilizzazione greca.


Temistocle nacque ad Atene tra il 530 e il 520 a.C., da una famiglia nobile. Nell'anno 493-492 fu eletto arconte per opera
della parte democratica, espressione dei gruppi imprenditoriali marittimi, preoccupati dalla repressione persiana della
rivolta ionica, e subito trasformò il Pireo nel porto militare di Atene, nonostante l'opposizione dei proprietari fondiari,
avversi all'allargamento dei commerci.
Temistocle riuscì a liberarsi - mandandoli in esilio - dei suoi principali oppositori: Milziade e soprattutto Aristide, uomo
di fiducia degli Alcmeonidi, famoso per la sua probità (per la quale venne denominato il Giusto) e per il ruolo - forse
ingrandito dalla leggenda - avuto nella battaglia di Maratona (490). Nel 486 Temistocle ottenne che le rendite delle miniere
del Laurio venissero impiegate nella costruzione di navi (483-482): così la flotta ateniese crebbe di 100 triremi. Mentre si
preparava la spedizione di Serse contro la Grecia, Temistocle costituì una lega difensiva di tutte le città, eccetto Argo,
superando gravi difficoltà, fra cui l'ostilità del santuario di Delfi. Nel 481 fu messo alla testa delle forze ateniesi.
Dopo la disfatta delle Termopili, la flotta venne ritirata nel golfo Saronico, mentre Atene era evacuata e la popolazione
traghettata a Salamina.
Temistocle si oppose al progetto di trasferire la flotta sulle coste del Peloponneso e, secondo la tradizione,
avvisò segretamente Serse di quel progetto, per convincerlo a dare battaglia di fronte a Salamina. La battaglia avvenuta nel
settembre del 480 fu una vittoria decisiva.
Nel 479 Temistocle si occupò della ricostruzione di Atene, in particolare delle mura e della fortificazione del Pireo. In seguito
tentò di suscitare una rivoluzione democratica nel Peloponneso; ma nel 471, messo in minoranza, venne esiliato.
Dall'esilio continuò la sua azione politica, e forse considerò possibile un accostamento alla Persia, venendo così accomunato
allo spartano Pausania nell'accusa di «medismo»; condannato a morte dall'assemblea panellenica riunita a Lacedemone,
venne accolto da Artaserse, successore di Serse, e mandato a vivere a Magnesia, dove morì nel 461.
Successore di Dario I fu il figlio Serse I, che per prima cosa represse con durezza le rivolte scoppiate in Egitto e a Babilonia (484).
Alla ripresa delle ostilità con la Grecia Serse si mosse con attenzione e con un imponente spiegamento di forze. Per evitare
che si ripetesse il disastro del 490, il nuovo sovrano fece scavare un canale a nord del monte Athos e fece costruire un
ponte sullo Strimone; aspettò quindi che tutto il suo esercito si raccogliesse, poi, nel 481, scese a Sardi, dove passò
l'inverno. Si dice che il carattere di Serse fosse semplicemente odioso. A questo proposito si raccontano i seguenti episodi.
Poiché il suo ospite di Sardi lo pregava che gli fosse concesso di tenersi a casa il primogenito dei suoi cinque figli, Serse
fece tagliare in due il giovanotto e ci fece passare in mezzo il suo esercito. Successivamente fece costruire due ponti che
unissero l'Europa all'Asia: ma quando questi furono distrutti da una tempesta, egli fece impiccare i suoi ingegneri. Fece
costruire quindi un ponte di barche sull'Ellesponto e sempre a suon di frusta mandò avanti i suoi reggimenti atterriti
dall'attraversamento.
Dopo i successi colti nel corso del 480 (conquista della Grecia centro-settentrionale, saccheggio e incendio
di Atene dopo la vittoria alle Termopili) Serse fu finalmente messo alle corde. Con grande astuzia strategica e diplomatica
Temistocle riuscì ad attirare la flotta nemica nello stretto braccio di mare tra Salamina e la costa attica e a convincere
i Persiani ad accettare la battaglia, che si risolse in un vero massacro e in una completa vittoria per i Greci. Eschilo,
testimone oculare dell'impresa, non esita a scrivere: «Ho visto il mar Egeo coprirsi di cadaveri [...] Abbattevano gli
uomini come si abbattono i tonni, con remi rotti e frammenti di legno». Serse, con un esercito di 60.000 uomini, si
ritirò in Asia a svernare e pose il suo quartier generale a Sardi. L'esercito persiano fu lasciato in Tessaglia al comando
di Mardonio, per riprendere le operazioni nella primavera successiva. Nel frattempo i Greci edificavano monumenti, regolavano
i loro conti interni e si spartivano il bottino di Serse stesso: è curioso il fatto che Temistocle, il suo avversario, il
cui comportamento non era sempre stato molto chiaro, fu ricoperto di onori.
Diversamente dal padre, Serse condusse una politica ispirata da un intollerante zoroastrismo. Portò a termine la costruzione
di Persepoli. Nei suoi ultimi anni fu coinvolto in intrighi di palazzo: morì, insieme al figlio maggiore Dario, vittima di
una congiura organizzata dal prefetto di palazzo Artabane su istigazione di un altro figlio di Serse, Artaserse I.


Rispetto alla città che dieci anni prima aveva vinto a Maratona, l'Atene che uscì vittoriosa dalla battaglia di Salamina e dalla campagna terrestre che la seguì era una città profondamente diversa. La costruzione della flotta di triremi aveva spostato il baricentro della politica estera della polis ateniese dalla ricerca tradizionale di un equilibrio agricolo in Attica, verso l'espansione commerciale lungo le rotte marittime. Cosa più importante ancora, dal punto di vista della politica interna della città-stato, la costruzione della flotta, con la sua folla di marinai e rematori per la prima volta coinvolti nella difesa della città, al di là della tradizionale classe oplitica di proprietari terrieri, aveva definitivamente spostato gli equilibri di classe nella formazione del potere cittadino.

Le basi di un ampliamento della democrazia ateniese erano tutte inscritte nelle conseguenze della battaglia
ingaggiata dalla flotta nello stretto tra l'isola di Salamina e la costa dell'Attica quel 23 settembre del 480. Ma anche la
crisi del modello classico del sistema delle poleis, che sarebbe esploso di lì a poco nella terribile guerra del Peloponneso,
poteva essere intravista in quei fatti.
I dissidi, strutturalmente insanabili, tra una strategia terrestre e difensiva dei Peloponnesiaci e dei Lacedemoni e la
decisione di Temistocle di cercare la soluzione militare della battaglia navale, prefiguravano l'ulteriore divaricazione tra
i modelli di sviluppo, spartano ed ateniese. Il primo ancora legato ai valori tradizionali della terra, e di per se stesso
condannato a replicare schemi di governo oligarchici; il secondo aperto ad orizzonti più ampi, di commercio ed egemonia che
talvolta, in seguito, sconfinarono in una sorta di "colonialismo democratico". Questa divaricazione, in ultima analisi, non
poteva non portare che alla guerra e, con essa, alla caduta della potenza greca, alla fine della libertà ellenica, ma anche
al superamento della classicità, che si riprodusse, dopo le conquiste di Alessandro, mutata ma forse ancora più vitale
nell'ampio orizzonte del mondo ellenistico.


Dopo la sconfitta subita dalla spedizione punitiva di Dario, nel 490, per l'impero persiano la questione
ellenica era diventata il perno attorno a cui ruotava la politica estera persiana. Non solo la sconfitta subita richiedeva
una pronta riparazione, da pagare con la perdita di credibilità del sistema di potere del gran re verso le popolazioni sogette,
ma la nascente politica di espansione marittima ateniese poneva problemi di egemonia nel bacino egeo che, soprattutto dopo
la repressione della rivolta ionica negli anni precedenti la battaglia di Maratona, era considerata dai Persiani come area
di loro esclusiva presenza commerciale e militare.
La morte di Dario, avvenuta nel 486 a.C., aveva lasciato sulle spalle del figlio, Serse, la responsabilità di chiudere per
sempre i conti con i Greci. Appena salito al trono, Serse iniziò subito i preparativi per una nuova e definitiva operazione
militare in Grecia. Seguendo i consigli dello zio Artabane, Serse comprese che stavolta più che ad una semplice operazione
punitiva si doveva ricorrere ad una vera e propria invasione; l'amministrazione persiana si mise in moto dimostrando grande
efficienza organizzativa, raccogliendo da tutto l'impero una vera e propria moltitudine di uomini, dalle etnie più disparate,
per formare un grande esercito che avrebbe dovuto colpire la Grecia.
Sul fronte opposto Temistocle, dopo aver affrontato i persiani nella battaglia di Maratona, non si era rassegnato, negli anni immediatamente seguenti, a veder svanire il proprio disegno di dotare Atene di una flotta da guerra degna di questo nome. Secondo lui, infatti, era questo il solo mezzo possibile per cercare, con reali possibilità di vittoria, di risolvere una volta per tutte il problema costituito dalla minaccia persiana.
Temistocle ebbe bisogno di tempo per raggiungere il proprio scopo; in una Atene sotto l'influenza della politica
filo-aristocratica di Milziade egli dovette usare tutta la sua abilità oratria inventando persino un falso scopo. La costruzione
definitiva della flotta iniziò infatti col pretesto di una guerra contro la vicina isola ellenica di Egina: per convincere
i propri concittadini, Temistocle sfruttò la bramosia e l'invidia per la ricchezza commerciale eginate, che si rivelò uno
strumento più forte della minaccia persiana.
I problemi che Atene dovette affrontare per dotarsi di una flotta furono, in verità, enormi. Atene e l'Attica non disponevano,
in effetti, di nessuna delle numerose materie prime necessarie per le costruzioni navali su grande scala: il legname doveva
provenire dalla Tracia o dalla Macedonia, i cordami dalla Gallia o dall'Iberia, la pece per il calafataggio (impermeabilizzazione
dello scafo) addirittura dall'Asia in mano al nemico persiano.
Atene possedeva però una risorsa inestimabile: le miniere d'argento del monte Laurion, nelle quali un nuovo filone, recentemente
scoperto, aveva permesso al tesoro cittadino di incamerare 200 talenti (un talento attico valeva circa 35 kg) di buon argento.
Ai cento più ricchi cittadini fu concesso un prestito di un talento, con lo scopo di costruire e mantenere una trireme,
mentre gli altri cento talenti furono offerti a 50 naucrarie, gruppi di cittadini meno abbienti, ognuna delle quali
avrebbe dovuto occuparsi di due triremi. Ecco dunque che con la ricchezza delle miniere d'argento e una struttura organizzativa
capace di mobilitare tutte le energie cittadine, senza distinzione di censo, Temistocle riuscì a dotare la patria di una
flotta militare permanente di almeno 200 triremi; per la media produttiva e organizzativa dell'epoca si trattò di un vero
e proprio record.
Il passo successivo per Temistocle fu cercare di creare un'alleanza in grado di sostenere l'urto del colosso
persiano; ma in questo il risultato fu inferiore alle aspettative. Tutta la Grecia a nord dell'Attica, salvo Tespi e la
fedele Platea in Beozia, si consegnò, per paura, nelle mani dei Persiani. Con le isole dell'Egeo già da tempo in mano al
gran re, non rimase che una confederazione di 31 città: Sparta, Atene, Megara, Corinto, Egina (con cui alla fine, nel bisogno,
gli Ateniesi si allearono), Calcis e altre venticinque città per nulla importanti sul piano militare. Era con questa tutto
sommato esigua forza che l'Ellade attendeva Serse.
Il piano di operazioni persiano era semplice e lineare: il gran re in persona si mise alla testa dell'esercito che, gettato
un ponte sull'Ellesponto, iniziò a scendere lungo la costa della Tracia e della Tessaglia appoggiato da vicino dalla flotta.
I Greci decisero di provare a bloccare la progressione persiana all'altezza del passo delle Termopili, nella Locride Opunzia,
dove il re spartano Leonida giunse con 7.000 opliti, tra cui 300 spartiati. Dal canto suo la flotta guidata da Temistocle,
forte di 300 triremi, 200 delle quali ateniesi, si piazzò nello stretto di Artemisio tra la costa dell'Eubea settentrionale
e il continente. Era una posizione ben scelta: le due forze, quella navale e quella terrestre erano in grado di appoggiarsi
a vicenda, mentre lo stretto passaggio delle Termopili consentiva alla Falange greca di sfruttare la propria maggior potenza
d'urto togliendo ai Persiani, almeno in una prima fase, il vantaggio del numero enormemente superiore. In realtà la manovra
sarebbe stata efficace se i dissidi e le diverse visioni della strategia generale in seno alla Lega Ellenica non ne avessero,
fin dal principio, minato le basi strategiche. Gli Spartani, con tutti i Peloponnesiaci, erano convinti che l'unica soluzione
fosse quella di ritirarsi dietro l'istmo di Corinto, nel Peloponneso, e qui attendere il nemico; ma si trattava di una
visione miope che avrebbe lasciato in mano ai Persiani due terzi dell'Ellade, compresa Atene e tutta l'Attica. Di fronte
alle proteste di Temistocle, che arrivò a minacciare il ritiro delle navi ateniesi dalla flotta, Sparta accondiscese alla
spedizione di un contingente alle Termopili, ma lo scopo non dichiarato era più quello di ottenere il comando generale della
flotta per lo spartiate Euribiade, come effettivamente successe, che quello di difendere efficacemente l'Attica. Rifiutando
rinforzi e sostegno a Leonida e i suoi, gli Spartani condannarono la manovra al fallimento e segnarono il destino di Leonida
e dei suoi trecento omoioi (uguali) spartani.
All'inizio sembrò che la doppia posizione delle Termopili e dell'Artemisio fossero difendibili a tempo indefinito; mentre
Leonida respingeva numerosi assalti nemici, infliggendo gravi perdite e subendone di relativamente leggere, la flotta diede
battaglia ai vascelli persiani, sfidando un rapporto di forze di uno contro due, riuscendo ad affondarne parecchi. In effetti,
però, la situazione era strategicamente insostenibile. Leonida, privo di rinforzi, non era in grado di parare le manovre
persiane aggiranti lungo la dorsale sulla propria sinistra e Temistocle, non potendo difendere entrambi i lati dell'isola
Eubea, rischiava l'accerchiamento da parte della flotta persiana che, con un contingente abbastanza forte, avrebbe potuto
facilmente doppiare l'isola da oriente.
Secondo la tradizione Leonida, venuto a conoscena che un traditore (rispondente al nome di Efialte) aveva indicato a Serse
una via lungo la montagna per aggirare il passo, comunicò a Temistocle l'intenzione di rimandare indietro il grosso degli
opliti rimanendo coi suoi Spartani per un ultimo disperato combattimento sul passo in modo da coprire la ritirata. Temistocle
dal canto suo sapeva che anche la sua posizione non era più sostenibile; le triremi elleniche si erano battute bene aumentando
la fiducia nei mezzi della flotta, ma restare ancora così a nord sarebbe stato un rischio del tutto inutile.
Dopo aver tentato a lungo di convincere Leonida a ritirarsi assieme alle forze alleate, Temistocle, che non aveva mai
lasciato il comando effettivo della flotta al superiore nominale Euribiade, decise di ritirarsi a sud dell'Attica,
lasciando a malincuore il re spartano ad affrontare la sorte che, fin dall'inizio, la patria spartana gli aveva assegnato.
Dopo la ritirata della flotta e dell'esercito delle città coalizzate, tutte le poleis della Beozia, compresa Tebe, furono
costrette ad aprire le porte all'armata del gran re. Dopo una settimana di marcia Serse penetrò infine in Attica pronto a
vendicare, una volta per tutte, l'onore di suo padre.
All'avvicinarsi del grande esercito persiano Atene fu costretta a ricorrere a misure radicali: la difesa della città era da
escludere a priori poiché a quel tempo Atene non era nemmeno cinta da mura difensive; su proposta di Temistocle, da molti,
non solo in Atene, visto come l'ultima speranza dell'Ellade, l'intera cittadinanza fu trasferita dalla flotta sulle isole
di Salamina e di Egina, mentre la flotta si schierava tra l'isola di Salamina e la costa dell'Attica.
Solo pochi irriducibili si rinchiusero nell'acropoli, sperando di resistere in un ultimo baluardo fortificato, ma Serse,
dopo aver fatto bruciare la città quasi deserta, mise fine all'ultima resistenza massacrando tutti i difensori della
fortezza nell'acropoli.


Era una delle principali tattiche di combattimento della guerra navale antica, consistente nell'avvicinamento
frontale della flotta attaccante in linea verso la linea della flotta attaccata e nella violenta, rapidissima, penetrazione
delle singole unità nello spazio fra l'una e l'altra unità nemica, cercando di spezzare, coi rostri, quanti più remi possibile
alle navi nemiche tramite l'urto lungo le fiancate per poi fare una conversione e attaccare alle spalle una nave dalla ridotta
capacità di voga. Le contromisure difensive per contrastare la manovra del dièkplus, oltre al trave trasversale che proteggeva
attaccato e attaccante, consistevano, quando era possibile, nello schierare le navi su due file a scacchiera o in altra doppia
formazione in modo che gli attaccanti, dopo il primo sfondamento, si esponevano a loro volta al rischio di essere speronati
dalle navi della linea difensiva più arretrata: ma per poter fare questo occorreva avere unità in numero almeno doppio al
nemico, altrimenti sarebbe stato facile l'accerchiamento, dato che disporre le navi su due o più linee avrebbe comportato
un accorciamento della linea di battaglia frontale.
Il diekplus era considerato molto efficace nelle battaglie navali ma richiedeva, da parte di chi lo usava, grande superiorità
nel mestiere della navigazione. Infatti, l'attaccante doveva procedere con la formazione su più linee lasciando, fra un'unità
e l'altra e tra una linea e l'altra, lo spazio sufficiente per rendere libera e sicura la manovra davanti e dietro lo schieramento
nemico, quando riusciva a penetrare nello schieramento del nemico e a fracassare i remi delle sue unità, procedeva alle sue
spalle, tanto da potere effettuare una rapida conversione su se stesso, e quindi attaccare con le sue prue le poppe delle
unità nemiche immobilizzate.
Il nemico, schierato di fronte, poteva effettuare qualche movimento di conversione e di accostata, ma certo
non poteva far girare su se stesse le sue unità. D'altra parte bisogna considerare che se il nemico avesse avuto piloti ed
equipaggi ben addestrati, poteva tentare la contromossa tattica navale dell'epoca, ossia l'attacco in anticipo sul fianco
delle formazioni attaccanti in ordine di fila: con la manovra di conversione che i marinai greci chiamavano periplus (letteralmente
circumnavigazione), per la quale era richiesta precisione di manovra e grande velocità. Se il periplus riusciva, era un disastro
per l'attaccante, l'azione del diekplus lasciava il fianco aperto allo speronamento o all'abbordaggio nemico.
Nella manovra del periplus, o di accerchiamento, le navi si muovono per aggirare le ali della linea nemica e volteggiare
intorno all'avversario, in modo da ridurne sempre più il campo d'azione e scompaginarne le file, in vista di un attacco di
fianco o di spalle. Le navi accerchiate potevano utilmente difendersi disponendosi a cerchio, con le prue rivolte all'esterno
e le poppe verso il centro. E se dotate di buona capacità manovriera potevano a loro volta attaccare, come Temistocle fece
all'Artemisio.
Dunque, il diekplus era possibile solo in caso di una netta superiorità nella capacità di navigazione della flotta attaccante su quella attaccata. Quando invece non era possibile, le due flotte si schieravano frontalmente, prora contro prora, in modo da essere pronte all'attacco e controllare i movimenti nemici, così da impedirgli ogni libertà di manovra ed escludere il rischio dell'aggiramento. In tali casi la battaglia navale si riduceva all'urto di un'unità contro l'altra, con ogni sforzo, dipendente dalla sola capacità di manovrare, per riuscire a trasformare l'attacco prodiero in attacco sulle fiancate. Oppure si cercava di compiere l'arrembaggio, facendo abbordare le proprie fanterie sull'unità nemica, possibilmente facendo precedere l'arrembaggio da azioni distruttive con lanci di giavellotti, sassi o altre armi, in modo da diminuire l'efficienza nelle forze nemiche. Già Temistocle aveva costruito trireme un poco più larghe, gettando da prora a poppa, ove vi erano due piccoli elementi di ponte per il timoniere e per l'ufficialità, una lunga passerella, sulla quale schierare gli opliti per tenerli pronti, a livello, per gettarsi all'arrembaggio.
Un profondo cambiamento nella tattica navale fu introdotto dallo stratego ateniese Formione nella seconda
metà del sec. V. Le sue eccezionali qualità di comandante e di navigatore si appoggiavano su equipaggi e costruzioni marittime
nelle quali si affermava una lunga esperienza di popolazioni che vivevano sul mare e del mare. Formione, in alcuni combattimenti,
Naupatto su tutti, con enorme inferiorità di effettivi rispetto al nemico (i Corinzi), dispose le sue unità in fila sentendosi
evidentemente sicuro che il nemico non avrebbe osato attaccarlo sul fianco, oppure altrettanto sicuro di poter rapidamente
cambiare il proprio schieramento appena questo avesse accennato un movimento di attacco e prese a navigare alla massima velocità
e più rasente possibile allo schieramento nemico. Formione attese la prima folata di vento disponibile per spingere le navi
in testa alla propria formazione a circondare le imbarcazioni nemiche fino a chiuderle all'interno di un cerchio delimitato
dalle navi ateniesi, al cui interno il nemico non aveva possibilità di manovra. Così imbottigliati i Corinzi si prostravano
agli attacchi nemici: con 20 navi contro 47, Formione attaccò ed ebbe facile vittoria.
In un altro scontro, ancora con 20 navi contro 77, Formione ricorse al sistema dell'anastrofe; questo consisteva nel far
passare le proprie unità attraverso le linee nemiche (o meglio, tra le navi nemiche), facendole girare di colpo su se stesse
e attaccando immediatamente le unità avversarie sulla prora o su uno dei due fianchi, a seconda della contromanovra con cui
il nemico ribatteva all'anastrofe.
L'abilità, l'addestramento, la freddezza, ma sopratutto la velocità nel manovrare tra le navi avversarie degli equipaggi erano,
nella manovra dell'anastrofe e ancora al tempo della guerra del Peloponneso, gli elementi decisivi, anzi unici, nel determinare
l'esito dei combattimenti navali.
Gli avversari di Atene ricorsero ad altri mezzi, sviluppando maggiormente la tattica del combattimento di fanteria da bordo,
o aumentando il peso e la forza dirompente e penetrante delle prore. I Siracusani, nella guerra contro Atene, sicuri della
loro capacità di navigatori, impedendo agli Ateniesi di avere a loro disposizione i grandi spazi d'acqua necessari alla loro
condotta di guerra marittima e obbligandoli ad affrontarli nelle acque dei porti, trasformavano le navi da guerra in piattaforme
per il combattimento di fanteria da bordo. Con queste innovazioni l'abilità dei navigatori divenne meno importante, e il
primato dei migliori marinai, gli Ateniesi, cominciò a decadere.


Nave di linea classica dell'epoca remiera, la trireme o triere ebbe origini molto antiche; si ritiene che sia lo sviluppo, pare invenzione dei Corinzi, della nave a due ordini cui era stato aggiunta una piattaforma fuori bordo per appoggiare il terzo ordine di remi, e si affermò particolarmente nelle marine greca e romana. Fu caratterizzata dai tre ordini di remi sovrapposti. Aveva, in genere, un albero con vela quadra, ma talvolta anche due e, più raramente, un bompresso (in Grecia). Ai lati della poppa stavano due remi-timone e, a poppa estrema, un padiglione per gli ufficiali. Tutte le navi da guerra impegnate nella battaglia di Salamina erano navi di questo tipo. La principale arma della trireme era uno sperone in quercia posto a prua, sul prolungamento della chiglia, talvolta laminato di bronzo.
Sino al sec. V le flotte da guerra erano formate da navi a 50 remi, 25 per lato, pentecontori, possedute
in piccolo numero di unità, poco veloci e poco manovrabili. Prima di Temistocle, anche dopo l'introduzione della trireme,
40 unità furono il massimo degli effettivi delle flotte messe assieme dai maggiori centri navali, come Samo. La trireme,
sino all'introduzione della quinquereme nelle marine ellenistiche, rimase la nave da guerra greca tipica, unica e costante.
Lo scafo era leggero, senza ponte, più sottile delle navi mercantili, e di media era lungo 35-40 metri e largo soltanto da
6 a 7 metri. La prora era molto alta, curvata a forma di falce, con una testa di ariete o altro simile oggetto in bronzo.
Ai due lati della prora venivano dipinti due enormi occhi allo scopo di tenere lontana la malasorte.
Durante la guerra del Peloponneso la prora venne rinforzata con una trave perpendicolare all'asse longitudinale dello scafo,
che andava da lato a lato e fuoriusciva, in modo da proteggere le scalmiere sporgenti della parte prodiera in relazione alla
tattica navale del tempo. I banchi dei rematori non erano posti su tre piani differenti in modo da rendere libera la manovra
del remo a ogni rematore erano tutti sullo stesso piano, ma disposti a «spina di pesce», vertice in avanti, cosicché,
su ogni banco, sedevano tre rematori per parte, ognuno manovrando un remo.

L'equipaggio era di circa 200 uomini, e lo scafo non era adatto per la navigazione notturna né per sostenere
acque tempestose. Quindi di notte e con mare cattivo le trireme erano spesso ricoverate nei porti o sulle spiagge; in navigazione,
con l'aiuto di una vela di forma quadrata, si potevano fare dai cinque ai sei nodi di velocità, mentre al momento dell'impiego
in battaglia la nave ammainava le vele e lo stesso albero maestro veniva abbassato, affidando lo scafo soltanto ai rematori
e al timoniere, rendendo assai più facile e sicura la manovra.
In combattimento, la varietà di espedienti di offesa e di attacco era assai limitata. La trireme aveva la particolarità di
poter essere spinta, dalla propulsione umana, per una breve distanza a velocità notevole. Se la velocità di crociera era
sui 10-12 Km all'ora, è possibile che al momento dell'impiego, con lo sforzo di tutto l'equipaggio, tale velocità potesse
essere raddoppiata per qualche chilometro.
Mentre i Persiani facevano conto sulla manovrabilità delle loro triremi, che trasportavano gruppi di arcieri
per bersagliare di frecce il nemico, gli Ellenici a Salamina adottarono una tattica più brutale, cercando il contatto con
le navi avversarie per sfruttare, dopo lo speronamento, i contingenti di opliti imbarcati.
Talvolta sulle triremi erano installate anche macchine da guerra per il lancio di pietre o di pesanti giavellotti contro
le navi avversarie.


Secondo Erodoto, Serse mise insieme un esercito formato da milioni di uomini; storici contemporanei quali Hanson stimano a due o tre centinaia di migliaia di soldati la forza messa assieme da Serse, mentre le stime di Delbruck, per solito accurate, fanno ammontare il numero totale dei combattenti a disposizione del gran re ad un massimo di 75.000 uomini. Crediamo che una stima accettabile delle forze persiane possa arrivare attorno ai 200.000 combattenti, molti dei quali comunque servivano sulla flotta d'accompagnamento formata da almeno 800 triremi oltre alle navi ausiliarie e da trasporto.
Si trattava comunque di una forza molto considerevole, in particolare per le capacità degli eserciti dell'epoca e, in ogni caso, decisamente superiore a quella che gli Elleni erano, nella migliore delle ipotesi, in grado di mettere in campo: circa 10.000 opliti per Sparta, tra i 7.000 e gli 8.000 per Atene, molti meno dalle città più piccole; la sola nota di ottimismo per i Greci veniva dalla grande flotta messa assieme dal lavoro di Temistocle che, come abbiamo detto, aveva dotato Atene di una consistente marina militare.


Mentre il destino di Atene si compiva, Temistocle doveva ancora fronteggiare nel consiglio di guerra degli
alleati coloro i quali, ora più che mai, consideravano folle dare battaglia alla flotta o all'esercito del gran re e ritenevano
che l'unica possibilità per i Greci fosse tentare una resistenza sull'istmo di Corinto.
Temistocle, che dobbiamo pensare fosse quasi alla disperazione, agì su due piani. Da una parte quasi ricattò gli alleati,
minacciando di nuovo di lasciare la Lega: "Atene potrebbe lasciare la coalizione", così Erodoto ci riporta le parole dello
stratega ateniese, "per andare a fondare una nuova patria da qualche parte. Gli Ateniesi hanno ancora una città, che oggi
è forse la più grande dell'intera Ellade: le loro 200 triremi!". Dall'altra riuscì a convincere il consiglio di guerra, contro
il parere di Corinzi e Spartani, che solo dando battaglia nelle strette acque del canale di Salamina gli Elleni potevano
annullare il vantaggio del numero e della maggior esperienza marinara di navi ed equipaggi persiani, come dimostrato dallo
scontro dell'Artemisio.
Restava il problema di convincere Serse a dare battaglia alle condizioni dei Greci. Qui sorge un problema
di interpretazione storica; guardando semplicemente una carta della Grecia appare evidente anche a chi fosse del tutto digiuno
di strategia navale che Serse, approfittando della netta superiorità navale di cui disponeva, avrebbe benissimo potuto impegnare
le navi nemiche con una parte della flotta e far sbarcare una parte dell'esercito, col resto dei vascelli, sulla costa del
Peloponneso, prendendo sul rovescio il dispositivo difensivo ellenico.
Secondo la tradizione degli scrittori antichi, Temistocle mandò dal gran re un proprio fedelissimo schiavo che, fingendo di
voler defezionare, avvisò Serse che la flotta greca stava per ritirarsi. In realtà pare improbabile che un semplice schiavo
abbia potuto rivolgersi direttamente al re; più verosimile sembra il fatto che Temistocle, in qualche maniera, sia riuscito
a far girare nel campo avversario questa voce, contando sul fatto che, come era successo all'Artemisio, i Persiani confidassero
talmente nella loro superiorità navale da non prendere nemmeno in considerazione l'ipotesi di manovre aggiranti.

Lo stratagemma, se di stratagemma si può parlare, ottenne comunque due risultati importanti: da un lato spinse i Persiani a forzare la battaglia, costringendoli a combattere sul braccio di mare scelto da Temistocle dove, a causa della ristrettezza delle acque - il canale di Salamina ha una larghezza che va dagli 800 ai 2.000 metri - avrebbero perso il vantaggio del numero e della maggior abilità di manovra dei loro equipaggi; dall'altro convinse Serse ad inviare più a sud una parte della flotta, la squadra egiziana, per tagliare una ipotetica via di ritirata alle triremi elleniche, riducendo considerevolmente il vantaggio numerico persiano. I Persiani erano convinti, a torto, di sorprendere i Greci e di ottenere una facile vittoria su un nemico già demoralizzato; per questo Serse aveva fatto installare il proprio trono d'oro su una collina vicina al braccio di mare dove si sarebbe combattuta la battaglia, per poter gustare al meglio la rivincita sul nemico ellenico.


I Persiani - secondo le valutazioni più accreditate era il 23 di settembre - si schierarono con la flotta divisa in tre squadre: a destra, presso la riva attica, le navi fenice di Sidone, Tiro e Arad, sotto il comando del persiano Megabazo; a sinistra, dalla parte di Salamina, le triremi di Caria, Ionia e Ponto al comando di Ariabigne; mentre le navi di Licia, Cilicia e il resto della squadra egizia occupavano il centro sotto il comando del fratellastro del re Achmene.

I Greci facevano fronte con Euribiade sulla destra al comando delle navi lacedemoni e corinzie; Temistocle
comandava il resto della flotta, con al centro i vascelli di Megara e Calcis e sulla sinistra, verso la riva dell'Attica,
il contingente omogeneo delle triremi ateniesi.
Mentre i Persiani, che cercando di forzare lo stretto si erano trovati in un vero e proprio imbottigliamento, cercavano di
recuperare un minimo di allineamento, le due ali greche si gettarono sul nemico colpendo duramente le triremi del gran re.
Nello stretto spazio a disposizione, affollato da centinaia di navi, gli esperti equipaggi al servizio dei Persiani non furono
in grado di mettere a frutto il loro superiore addestramento e le loro maggiori qualità nautiche.

Nella grande confusione un gran numero di navi persiane finirono per essere speronate e, una volta a distanza ravvicinata, i contingenti di opliti imbarcati sulle triremi elleniche si rivelarono un'arma assolutamente vincente. I soldati persiani, stimolati anche dalla presenza del loro re, combattevano bene, ma la situazione tattica era assolutamente favorevole ai Greci; sempre più imbottigliate, incapaci di manovrare, le triremi persiane una ad una cadevano sotto i colpi degli speroni greci o, se abbordate, subivano l'attacco della fanteria pesante imbarcata.

Le perdite furono molto alte: circa 200 triremi persiane affondate, mentre i Greci lamentarono la perdita di soli 42 vascelli. Il braccio di mare era ormai ricoperto di rottami galleggianti tra cui cercavano scampo i superstiti degli equipaggi persiani. Gli Ateniesi, resi furiosi dalla distruzione della loro città, si distinsero nella lotta non concedendo quartiere nemmeno ai marinai persiani che cercavano scampo tra i relitti. In breve tempo la battaglia si trasformò in una carneficina, e solo poche delle navi persiane impegnate riuscirono a trovare scampo nella fuga. Serse non rimase a vedere fino in fondo la propria sconfitta, una volta divenuto chiaro che l'esito dello scontro sarebbe stato disastroso per la propria flotta lasciò il suo trono in collina e rientrò, forse già meditando il suo ritorno in patria, al campo persiano. Nella prima grande battaglia navale della storia il genio tattico e l'acume politico di Temistocle avevano assicurato alla coalizione ellenica una vittoria davvero decisiva; privata dell'appoggio della flotta e in continua crisi di rifornimenti la sorte dell'invasione persiana era ormai segnata.


Eschilo, I Persiani.
E un alto grido suonar s'udiva insieme: «O figli d'Èllade, movete, orsù, liberate la patria, le spose, i figli liberate, e Vare dei Numi patri, e l'arche dei nostri avoli!». Surse di contro, dalle file nostre, un rumorio di persiani accenti: né d'indugi era tempo: già la nave alla nave battea col bronzeo rostro. Fu d'un navile ellèno il primo cozzo, e sfracellò d'un legno di Fenicia tutti gli aplustri; e nave contro nave chi qua chi là dirigono le prore.
La gran fiumana dell'armata persa resse da pria. Ma poi che la caterva dei legni nello stretto era stipata,
né luogo avea reciproco soccorso, anzi l'un l'altro con i bronzei rostri si percoteano, gli ordini dei remi franti furono
tutti; e i legni ellèni accortamente l'investiano in giro.
Rovesce andaron le carene: sotto i frantumi dei legni, e sotto i corpi insanguinati, scompariva il mare, spiaggia e scogli
eran colmi di cadaveri; e quante navi avean le schiere barbare, facean forza di remi, a sconcia fuga.
Ma, come tonni, o come pesci in rete già stretti, gli altri con troncon' di remi, con le schegge e i frantumi, li colpivano,
li sbranavano: e gemiti di morte e trionfal clamore empieano il pelago, sin che li ascose de la notte il volto.
Ma dir non ti potrei tutta la piena delle sciagure, pur se il mio racconto durasse dieci anni continui. Sappi bene questo,
però: che si gran numero d'uomini in un sol di mai non fu spento.


Sconfitto e umiliato, a Serse non rimaneva che prendere la via del ritorno in patria. Lo fece quasi subito,
conscio come era che dopo una tale battuta d'arresto la sua presenza al centro dell'impero era necessaria. Le varie parti
del potere persiano, infatti, non potevano rimanere a lungo senza la guida del re, specie se indebolito dalla sconfitta,
pena la disgregazione dell'impero stesso.
In Grecia il re lasciò l'esercito al comando del generale Mardonio, col progetto di passare l'inverno e riproporre una
campagna terrestre l'anno dopo. Mentre la flotta rientrava in disordine verso l'Asia Minore, il re cautamente riguadagnava
l'Ellesponto, che attraversò dopo un mese, portandosi tutto l'esercito, esclusi i Persiani e i Medi che Mardonio scelse di
tenere con sé, circa 50.000 combattenti.
In verità, come dicevamo, per quanto ancora pericolosa, la presenza persiana nel cuore della Grecia era destinata al fallimento: senza rifornimenti, la flotta ellenica ormai aveva assunto il controllo dell'Egeo, e Mardonio fu costretto ad accettare battaglia la primavera seguente a Platea, dove fu sconfitto e ucciso. Dopo quell'anno, il 479 a.C., i Persiani non minacceranno più direttamente la libertà delle poleis greche. Sarà la Grecia stessa, col venire alla luce dei conflitti che la minaccia persiana aveva solo apparentemente sopito, a dilaniarsi in una guerra fratricida. Dopo la guerra del Peloponneso, gli Elleni dovranno subire la dominazione di un re, ma si tratterà di un re di lingua ellenica nato al nord, tra i monti della Macedonia.
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