La flotta cristiana della Lega Santa sconfigge e scaccia dal mediterraneo le
forze navali turche.
LEPANTO
Gli Avversari
Alì Mehemet Pascià
L'ammiraglio della flotta turca era un uomo politico più che un vero e proprio militare.
Arrivò alla battaglia di Lepanto a 50 anni, con la fama di invicibilità, derivatagli dal dente destro di
Maometto, che portava sempre in battaglia, rinchiuso in una capsula di cristallo. Sotto il profilo
strategico, non gli si possono attribuire grandi errori: la sua sconfitta era già destinata a consumarsi
prima dello scontro, visto il divario tecnologico tra le due forze in campo.
I suoi meriti maggiori sono da trovare prima dello scontro nelle acque greche. L'intelligenza che lo
distingueva, lo portò a scegliere, per la sua spedizione, i "capitani" più validi, dell'intera marina
ottomana: Uluch Alì, Mehemet Soraq e Khara Kodja.
Uluch Alì, forse un ex campagnolo calabrese convertito all'Islam, era tra i più audaci e spietati
(soprattutto nei confronti dei cristiani) comandanti turchi. Fu nominato addirittura Bey (sorta di
governatore indipendente) di Algeri.
Soraq, detto "Scirocco" dai cristiani, era tra i più esperti comandanti di marina di tutto il Mediterraneo,
cosa che gli fruttò la signoria di Alessandria.
Infine, Khara Kodja, rappresentava la stirpe di pirati mediterranei avventati e senza paura, che erano
adattissimi per le azioni più rischiose e improbabili.
La scelta degli ufficiali da parte di Alì, risulta praticamente perfetta, così come fu immenso il valore
ed il coraggio islamico profuso a Lepanto. Ma la straripante superiorità cristiana lasciò ben poca gloria
all'ammiraglio turco morto durante le fasi cruciali della battaglia.
Don Giovanni D'Austria
Il comandante della flotta cristiana arrivò a 26 anni alla battaglia di Lepanto.
Figlio di Carlo V e di Barbara di Baviera, Giovanni mostrò subito come il suo indirizzo fosse verso la
carriera militare, non verso quella ecclesiastica verso la quale era stato indirizzato. Prima dei 25 anni
aveva già raggiunto i gradi più alti della gerarchia militare imperiale, ed era considerato uno dei più
grandi ammiragli dell'intera cristianità.
Ma nonostante la grande preparazione, ed il grande valore dimostrato al fratellastro di Filippo II, gran
parte del merito della sua vittoria nelle acque di Lepanto va ascritto a Sebastiano Venier, 75enne Duca
di Candia, e "general de mar" della repubblica di Venezia, oltre che allo sforzo Politico di Marcantonio
Colonna, comandante pontificio, unica persona in grado di smussare i contrasti tra Spagna e Venezia, e
mantenere l'unità d'intenti della flotta.
I rapporti tra il Venier e Don Giovanni furono assai duri. Il ruvido carattere del Venier, mal si
conciliava con l'atteggiamento "guascone" dello spagnolo, imberbe ed esibizionista secondo il comandante
veneziano.
Sta di fatto che dopo la vittoria di Lepanto, Don Giovanni D'Austria divenne governatore delle Fiandre
spanole, dove morirà pochi anni dopo la vittoria contro il turco, ancora giovanissimo.
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I Turchi
Lo scontro navale che ebbe luogo il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, segna una svolta epocale
nella storia del Mar Mediterraneo e di tutti quei paesi che, fino ad allora, erano stati coinvolti nella
lotta per arginare la minaccia turca sul mare.
Fino ad allora, i tentativi di arginare la potenza turca sulla terraferma si erano dimostrati assai vani
(vedi la battaglia di kosovo-polje o la caduta di Costantinopoli). Le ripetute sconfitte cristiane di
quegli anni, sono dovute alla preparazione di alcuni corpi scelti turchi , ai mezzi, ma soprattutto
all'enorme quantità di forze, che i sultani avevano la possibilità di schierare ad ogni "appuntamento"
militare.

Se nei Balcani l'opposizione agli invasori era stata comunque assai vasta, sul versante navale in
pochi potevano controllare l'espansione islamica nel mediterraneo. La sola potenza che aveva i mezzi per
tentare l'impresa era la repubblica di Venezia, ma da soli, i veneziani non erano abbastanza. Nel 1499
persero Lepanto stessa, e col tempo perderanno anche Naupatto, Chio e soprattutto l'isola di Cipro difesa
strenuamente dal comandante Marcantonio Bragadin.
L'unica vera speranza di vittoria, contro gli uomini del sultano, era rappresentata dall'unione di tutte
le maggiori flotte cristiane dell'area mediterranea.
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Le forze alleate
L'ultima roccaforte del mediterraneo orientale che rimase in mano agli europei era l'isola di Cipro.
La difesa veneziana dell'isola era stretta attorno alla fortezza di Famagosta, ma schierava solo 7.000
difensori, guidati da Marcantonio Bragadin, contro i 20.000 turchi al comando di Mustafa Pascià. I turchi
mostrarono in questo assedio di quali mezzi disponessero e la crudeltà che li distingueva. Sulla fortezza
piombarono almeno 170.000 colpi di cannone e innumerevoli furono le mine piazzate sotto le mura della città.
I veneziani, da parte loro, ressero per 72 giorni ai turchi, ma neanche l'estremo sacrificio del capitano
Roberto Malvezzi (fattosi saltare in aria insieme a migliaia di turchi in un deposito sotterraneo)fu
abbastanza per la vittoria. Rimasto con 700 uomini, Bragadin accettò di trattare la resa con Mustafà Pascià,
che offriva ai lagunari la salvezza, il rispetto dei beni, della popolazione civile e gli onori militari.
Ma i turchi non rispettarono i patti. Appena fuori dalla fortezza, l'intendente Tiepolo e il generale
Baglioni furono impiccati, tutti i civili furono venduti come schiavi a Costantinopoli, mentre il Governatore
Bragadin fu scuoiato vivo. L'estremo sacrificio di Famagosta e dei suoi difensori non furono mai dimenticati.
Nel frattempo l'Europa cristiana era divisa da molti anni in conflitti di potere temporale (vedi la lotta tra
Francia e Spagna), ed in conflitti di natura spirituale(cattolici schierati contro i luterani). Ma con
la pace di Cateau-Cambresis(1559) e il concilio di Trento(1545-1563), si creò una situazione di breve
stabilità politica necessaria al Papa Pio V per stringere nell'alleanza della Lega Santa la Spagna, Venezia
e lo stato Pontificio.
Apparentemente improponibile come legame, vista l'alleanza che legava Venezia con la Francia, la Lega
Santa creata dall'astuzia diplomatica del Papa, univa la migliore flotta del mediterraneo occidentale alla
giovanile irruenza di Don Giovanni d'Austria, fratellastro del re di Spagna Filippo II. E' nota la
preoccupazione con cui gli spagnoli vedevano l'avanzata islamica ad occidente, in particolare, l' espansione
turca sulle coste settentrionali del Maghreb, fece arrivare voci a Madrid secondo cui era in atto un
preparativo navale ottomano contro la stessa penisola iberica.
Fu con tali premesse che, nel 1571, la flotta cattolica venne riunita a Messina e al comando di Don
Giovanni d'Austria salpò verso le coste della Grecia.
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I Cantieri Navali
Il termine darsena, ossia il luogo reputato per eccellenza alla costruzione marinara, proviene
dall'arabo dar as-sina, ossia "casa della costruzione".
Una delle più famose e produttive "case della costruzione" navale in Europa risulta l'Arsenale di
Venezia, seguito immediatamente da quello spagnolo di Barcellona. Entrambe gli arsenali avevano la
caratteristica peculiare della costruzione specifica di navi da guerra, e la Repubblica di Venezia
in particolare, aveva nei dintorni altri "distaccamenti" nei quali venivano costruite altre
imbarcazioni di stampo mercantile, come i porti di Candia e di Canea.
Ma la produttività del cantiere veneto era sicuramente senza eguali in Europa. Basta pensare che in
un'annata sola era in grado di lavorare 18 galeazze, 10 galere "bastarde" e 138 galere "sottili" per
un totale di 60.00 tonnellate di legname!
Il legname era una delle discriminati maggiori per la qualità di una imbarcazione. Tra i legnami
dedicati alle parti più delicate della nave(gli alberi, le antenne, il fasciame e le pulegge) venivano
prediletti il legno di noce, abete e quercia, mentre per altre parti (come ad esempio paratie, ponti e
scale) si utilizzavano pioppo, olmo e faggio.
Tutti coloro che lavoravano nei cantieri navali veneziani (calafati, maestri d'ascia fonditori e
calatori), avevano l'uso di tramandare alle generazioni successive la propria arte, il cui perfezionamento
creava il divario di qualità tra le flotte cristiane e quelle musulmane. Quando l'unione occidentale verrà
messa ancor più in discussione con la divisione tra protestanti e cattolici, molti ingegneri olandesi ed
inglesi, grazie agli alti stipendi promessi, andarono a realizzare opere navali nei cantieri di Istanbul.
Nonostante questo, il "gap" qualitativo tra le flotte da guerra veneziane e quelle turche non fu mai veramente
colmato dagli islamici.
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La guerra navale
La tecnica, nelle battaglie tra galee, era assai semplice: si tentava di speronare l'avversario,
o di frantumare i remi dell'imbarcazione nemica, una volta immobilizzata, la nave era preda del tiro degli
archibugieri e dei balestrieri avversari. Quando le armi da tiro avevano scaricato gran parte delle
munizioni, partiva la fase d'abbordaggio vera e propria, effettuata tramite rampini che avvicinavano le
navi e permettevano l'uso di ponti mobili per lo "sbarco". La fase successiva all'abbordaggio era sicuramente
quella più cruenta. Molti combattimenti si riducevano ad una carneficina senza quartiere, determinata dagli
angusti spazi; inoltre, molti di coloro che cadevano feriti in mare, finivano affogati spinti a fondo
dalle loro pesanti armature. Differenza fondamentale tra i le linee turche e quelle cristiane era
quella che, se gli occidentali contavano anche sul supporto militare dei rematori, questo non poteva
avvenire nelle navi turche, dove la maggior parte dei rematori erano cristiani.
Per quanto riguarda l'artiglieria, si tratta ancora di una fase evoluzionistica per le marine militari.
I pezzi d'artiglieria erano disposti a prora e per chiglia, ma non essendo spostabili sparavano solo in
direzione di rotta. Le artiglierie erano generalmente composte da tre a sei pezzi, per nave, da 50 l'uno
(la misura è il peso in libbre del proiettile che sparava il pezzo). Si tratta di batterie assai inferiori
per potenza di fuoco se paragonate ai futuri velieri, che utilizzando le due murate per disporre i cannoni
avevano a disposizione molta più potenza di fuoco.
Tutto quanto detto finora, rientra sempre nell'ottica della flotta cristiana, in quanto, le artiglierie
musulmane dopo l'assedio di Costantinopoli, erano diventate di numero ridotto e di qualità assai scadente.
Oltre alle galee, le galeazze, furono le vere sorprese della battaglia di Lepanto. Più "alte" delle galee,
e con numerose artiglierie disposte anche sulle murate, vennero usate per bersagliare le navi ottomane ad
una distanza dalla quale era difficile rispondere, e successivamente dopo essere state spostate a rimorchio
(troppo pesanti per essere manovrate da sole) dalle altre galee, vennero utilizzate come corpo di "artiglieria
galleggiante".
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Le navi
Le Galee
Le galee rappresentano l'ultimo tipo di evoluzione degli antichi triremi e di tutte le navi poliremi.
Generalmente erano di circa 40 metri di lunghezza, 7 di larghezza, per una stazza massima di circa 400
tonnellate. La propulsione era garantita da tre alberi a vela triangolare (detta anche vela "latina"),
mentre in assenza di vento venivano utilizzati tra i 200 e i 250 rematori presenti a bordo. La velocità
massima che si poteva raggiungere in assenza di vento era di circa 7 nodi, ma il ritmo a voga veloce non
poteva fisicamente essere portato oltre il quarto d'ora consecutivo.
Le galee avevano una struttura che sostituiva il castello di poppa con delle coperture sulle artiglierie
dalle quali partivano anche le operazioni di abbordaggio o il tiro dei balestrieri.
La poppa invece, aveva una struttura rialzata, in cui era situata la cabina di comando e la lanterna di
navigazione. Assai leggere, erano le coperture laterali dedicate ai rematori ed ai tiratori.
La struttura della galea era tutta dedicata alla battaglia, ben poco rimaneva per le necessità ed il
comodo dell'equipaggio. Lo squilibrato rapporto tra lunghezza e larghezza, lo scarso pescaggio e l'inesistenza
di un ponte di coperta, lasciavano i marinai, i rematori ed i fanti (o archibugieri) a bordo stivati
all'inverosimile. Le condizioni in cui 400 o 500 persone dovevano convivere durante la navigazione erano
di scarsissima igiene, quindi in viaggi molto prolungati si diffondevano facilmente epidemie e malattie.
Era necessario fermarsi ed approdare sulla terraferma molto spesso, soprattutto per rifornirsi di acqua
dolce, che veniva consumata nella quantità di circa 7 litri al giorno da ognuno dei componenti dell'equipaggio.
Oltre alle galee, nella Battaglia di Lepanto fecero la loro comparsa i primi galeoni (al seguito spagnolo),
che avevano il compito principale di rifornire le galee alleate dei rifornimenti necessari. Ma per lungo
tempo saranno utilizzati solo per scopi commerciali nel Mediterraneo, dove comunque continuarono ad essere
preferite le galee. La spiegazione di questa opzione sta tutta nelle caratteristiche del mare stesso. Se
infatti i galeoni erano sicuramente più adatti agli oceani, dove potevano fronteggiare tranquillamente le
alte onde grazie alla loro struttura imponente, nelle più tranquille acque del Mediterraneo avrebbero
sofferto l'assenza di vento, cosa che non succedeva ad una imbarcazione dotata di rematori. Come bersaglio
dei pirati un galeone risultava una preda più statica di una galea ed inoltre i fondali, spesso bassi, erano
adatti a navi dal basso pescaggio.
In conclusione, in un mare dove era richiesta la continua mobilità delle imbarcazioni (indipendentemente
dalle condizioni meteorologiche), le galee furono ancora per molti anni dopo Lepanto le dominatrici del
Mar Mediterraneo, sia sotto l'aspetto commerciale, che sotto quello militare.
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Le armi da fuoco
La chiave di volta della sconfitta islamica nelle acque di Lepanto va individuata oltre il solo valore
dei combattenti cristiani. La tecnologia militare occidentale aveva nettamente surclassato quella orientale,
divenendo decisiva.
Le linee cristiane infatti, disponevano di affidabilissime artiglierie, provenienti dalle fonderie germaniche,
che assicuravano maggiore penetrazione e precisione, ed erano di qualità sicuramente superiore a quelle
turche. Gli stessi artiglieri europei avevano alle spalle una preparazione specializzata nell'uso delle
macchine da guerra di cui non disponevano nè i loro colleghi turchi, nè i loro ufficiali, spesso inadeguati
a quel tipo di ruolo.
Ma la superiorità cristiana non si fermava alle armi da fuoco. Il combattente di marina europeo utilizzava
protezioni contro le quali gli efficientissimi archi turchi poco potevano. Le tondeggianti e resistenti
protezioni europee garantivano la salvezza dai dardi islamici e permettevano liberamente ogni tipo di
movimento.
Per quanto riguarda l'attrezzatura offensiva, gli occidentali utilizzavano balestre ed archibugi (in misura
minore) per il combattimento a distanza, mentre per il corpo a corpo si servivano di alabarde, asce, spiedi
e spade a lama larga.
Confrontando gli armamamenti appena descritti con l'antiquata attrezzatura turca (la cui peculiare arma da
distanza era rappresentata dall'arco composito), si può facilmente immaginare lo svolgimento dei combattimenti
e le motivazioni di una così schiacciante disfatta per la flotta della "Sublime Porta".
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Le forze in campo
Le forze erano cosi divise: 210 imbarcazioni per i cristiani, per un totale di 80.000 uomini, di cui
30.000 combattenti e 50.000 tra marinai e rematori. Le imbarcazioni erano di varia nazionalità, proprio
per rappresentare al meglio le forze della Lega Santa. Vi erano infatti galere spagnole, genovesi,
pontificie e sabaude, oltre alle prime galeazze veneziane, dotate dell'artiglieria che avrebbe influenzta
le battaglie navali del futuro.
I turchi rispondevano con una flotta da 265 navi, con 221 galere, 38 galeotte e 18 fuste al comando di
Mehmet Alì Pasha.
Va notato come la "propulsione" delle navi turche fosse composta esclusivamente da schiavi cristiani, ai
quali non venivano risparmiati torture e maltrattamenti prima delle battaglie. Differente fu il comportamento
di Don giovanni D'austria, il quale, dopo aver distribuito elmi, corazze ed armi a tutti i rematori, aveva
astutamente promesso loro la libertà in caso di vittoria.
Il ruolo dei rematori non può essere dimenticato assai facilmente, particolarmente in un conflitto dove
erano protagonisti d'obbligo anche loro. Sta di fatto che, durante le fasi più dure della battaglia, alcuni
gruppi di schiavi, liberatisi dalle catene, presero di mira i propri aguzzini turchi. Su alcune navi
attaccarono gli islamici alle spalle, mentre su altre, sparsero del sego sui ponti per far scivolare i
turchi quando tentevano gli arrembaggi alle navi cristiane.
Nelle acque di Lepanto (nel golfo di Patrasso) le flotte si divisero in grossi gruppi. Il comandante generale
prendeva posizione nella più grande galera della flotta (detta reale), per farsi riconoscere meglio dalle
proprie forze e manovrare con più cura. Vi erano comunque anche altre navi di importanza fondamentale, quelle
dette "capitane", sulle quali stazionavano gli ufficiali responsabili di ognuno dei gruppi della flotta.
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Gli schieramenti
Le flotte avversarie si schierarono in direzione nord-sud per una lunghezza di circa 7 chilometri.
L'ala sinistra dei cristiani, la più vicina alla costa, era composta da 64 galee venete al comando di
Agostino Barbarigo. Sull'ala destra, quella spostata verso il mare aperto, vi erano le 54 galee genovesi
comandate da Giannandrea Doria. La posizione centrale era occupata da altre 64 galee ai comandi di Don
Giovanni D'Austria per gli spagnoli, Sebastiano Venier per i veneziani e Marcantonio Colonna per i pontifici.
In testa ad ogni settore, le galeazze veneziane avevano il compito di aprire lo scontro e di "disordinare"
le linee avversarie con le loro artiglierie.
La disposizione Turca era praticamente speculare a quella cristiana. Alla destra si pose Mehemet Soraq
(detto "Scirocco") con 52 galee e 2 galeotte; alla destra Uluch Alì con 61 galee e 32 galeotte; al centro
l'ammiraglio Alì con 87 galee e 2 galeotte.
La retroguardia cristiana, posizionata dietro il blocco centrale, era composta da 30 galee agli ordini
del Marchese di Santa Cruz; mentre le retrovie turche erano formate da 8 galee.
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La battaglia
La cattura di Soraq
L'immagine che abbiamo dello schieramento iniziale turco, ci fa pensare come l'intenzione ottomana
fosse quella di sfruttare la superiorità numerica della propria ala sinistra (quella di Uluch Alì), nei
confronti della destra cristiana (quella dei genovesi guidati dal Doria), per aggirare la flotta della
Lega.

Sta di fatto che la prima parte dello schieramento turco che si mosse fu l'ala destra guidata
da Mehemet Soraq, che tentò di incunearsi tra i veneziani del Barbarigo e la costa, per aggirare la
sinistra nemica. La contromanovra veneta, che prenderà le imbarcazioni turche sul fianco, costerà la
vita dello stesso capitano veneziano Barbarigo, ma distruggerà tutta l'ala dello "Scirocco" che
verrà anche catturato.
La mischia attorno alle "ammiraglie"
Mentre la parte destra dello schieramento turco cade, le galeazze veneziane aprono il fuoco
contro le navi turche, costrette ad accorciare le distanze, per non venire massacrate dall'artiglieria
veneta. La nave ammiraglia turca dell'ammiraglio Alì, avanzò così tanto da speronare quella dello stesso
Don Giovanni D'Austria, inaugurando un putiferio di imbarcazioni che giungevano, da ambo i lati, in
soccorso dei propri comandanti.

Ma nonostante l'ardore profuso dai 400 giannizzeri che tentarono di conquistare la nave "reale" cristiana,
gli archibugieri spagnoli ebbero la meglio. In aggiunta, con l'arrivo delle galee "Capitane" del
Venier e di Colonna, la nave ammiraglia dei turchi fu presa e la testa dello stesso Alì fu issata sul
pennone come monito per gli islamici. Senza più guida, il blocco centrale turco cede e viene sbaragliato.
In queste fasi d'abbordaggio si copre di gloria il 75enne veneziano Venier, che combatte come un giovane
leone ed è tra i primi a sfidare i dardi nemici.
Il sacrificio delle galeazze siciliane
Quando la battaglia è in corso le galee genovesi compiono una manovra che poteva mettere a repentaglio
l'intero esito della battaglia. Trascinati forse dal vento o dalle correnti, le galee genovesi si allargarono
ulteriormente verso il mare aperto, lasciando un varco dove Uluch Alì doveva affrontare solo le poche galee
maltesi per poi ritrovarsi ad attaccare alle spalle l'intera flotta cristiana.
Ma proprio quando l'aggiramento era in dirittura d'arrivo, l'azione turca venne bloccata dall'estremo
sacrificio del valorosissimo don Giovanni di Cadorna e delle sue galee siciliane, che si immolarono per
dare il tempo alle galee di retrovia di accorrere.

La fine
A questo punto Uluch, per non richiare di venir stretto in una morsa dal Doria e dalle galee del
centro che stavano accorrendo, decide di ritirarsi con le navi superstiti.
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Bilancio Finale
Il bilancio finale dello scontro di Lepanto è nettamente a favore dei remi cristiani.
Le perdite turche ammontarono a 25.000 morti, 30 galere affondate e 100 catturate. Sul fronte opposto,i
cristiani, persero 7.500 uomini e 15 navi.
Le cifre danno la dimensione di quanto netta fosse stata la vittoria occidentale, ma forse non rendono
ancora bene l'idea di quanto ampio fosse il divario tecnologico tra le due parti in conflitto.
Se infatti da una parte, quella turca, venivano ancora utilizzati gli archi e le protezioni per i membri
armati dell'equipaggio erano piuttosto leggere, sul fronte cristiano la metallurgia proteggeva gli uomini
con corazze ed elmi resistenti, e li dotava di armi da fuoco che avevano una efficacia sicuramente maggiore
di quella turca.
Il conflitto, e la vittoria cristiana di Lepanto, risulteranno di vitale importanza per tutta la cantieristica
europea. Ne è piena dimostrazione il fatto che, nei secoli successivi, le battaglie sul mare non saranno
più combattutte da scafi a remi, ma solo da scafi esclusivamente a vela.
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Le Conseguenze
La vittoria cristiana di Lepanto fu decisiva per l'intera comunità mediterranea dell'Europa. Se la
fine ufficiale dell'impero Ottomano è databile al 1918, l'inizio della regressione dell'espansionismo
islamico parte proprio dal 7 ottobre 1571.
Qualora le imponenti flotte turche fossero riuscite ad avere la meglio su quelle cristiane, gran parte
dell'Italia (esclusa Venezia) sarebbe passata sotto l'egida ottomana, e col tempo anche il traffico
marittimo che collegava la Spagna ai suoi domini imperiali si sarebbe fermato, portando la potenza turca
ad un'espansione che nemmeno gli Asburgo sarebbero stati in grado di fermare. Francia e Principi luterani
e calvinisti non sarebbero stati in grado di reggere l'urto da soli, la barriera del Danubio sarebbe stata
facilmente superata, e l'intera storia europea dei secoli XVI-XX sarebbe stata mutata in maniera
inimmaginabile.
In conclusione, Lepanto rappresenta lo scontro che decise il futuro di due culture incapaci di convivere
pacificamente, ma soprattutto una delle poche occasioni storiche in cui, buona parte della comunità europea
occidentale si è riunita sotto un'unica forza per sconfiggere un' avversario comune e garantirsi un futuro
indipendente.