
Carlo Martello sconfigge Abd al-Rahaman frenando l'espansione musulmana in Europa.


La storiografia araba non attribuisce al condottiero musulmano un grande spazio, se non per riconoscergli
unanimemente delle qualità in campo umano e di governo. Si sa per certo che nell'anno in cui invase la
Francia per arrivare a Poitiers, era da poco stato eletto governatore della Spagna e, secondo uno dei più
grandi storici del mondo islamico,Ibn Abd a-hakam, «Patì il martirio per l'islam dopo molte
vittorie e bottini nel 115° anno dell'Egira (vedi Maometto)» ossia
nel "nostro" 733-734 d.C.; mentre la storiografia cristiana attribuisce la sua morte alla stessa battaglia
di Poitiers.
La sanguinosa sconfitta dell'esercito di Abd al-Rahman ha di certo convinto i regnanti Omayyadi
dell'impossibilità di espandere i confini del loro impero oltre i Pirenei, ma sta di fatto che gli scontri
tra franchi e muslmani non terminarono finchè non verrà preso, dai primi, l'avamposto da cui partivano
tutte le spedizioni arabe volte all'Europa, cioè Narbona. Una storiografia più attenta però sottolinea
come la regressione a sud dei Pirenei degli eserciti musulmani coincida stranamente con la formazione di
due flotte molto potenti, una destinata al Golfo del Leone, l'altra per il Golfo di Biscaglia di
"proprietà" di Pipino III e di Carlo Martello, scaricando così Abd al-Rahman dalle responsabilità
del blocco all'espansione araba.
Carlo Martello nacque nel castello di Heristal, sul fiume Mosa nell'attuale Belgio, attorno
al 689, frutto dell'unione di Pipino II e di Alpiade, una sua concubina. Suo padre era il
"maggiordomo" (o ministro) di Austrasia e Neustria, su i quali regnavano nominalmente i
"re fannulloni" ma che in realtà avevano delegato tutto il potere di
quelle regioni in mano ai "maggiordomi" come Pipino II.
Alla morte di Pipino II, gli eredi leggittimi erano troppo giovani per governare con l'autorità necessaria, infatti
la Neustria si ribellò con l'appoggio di un'altro Stato, l'Aquitania, e, nel frattempo, le
popolazioni germaniche si stavano avvicinando pericolosamente ai confini del regno. In questa situazione
di pericolo, sia esterno che interno, venne richiesto l'aiuto di Carlo (futuro Carlo Martello) che,
con un'azione immediata, debellerà sia i nemeici in Neustria, che i germani che si erano spinti
nelle terre dei franchi. Anche se non leggittimamente (era figlio di una concubina di Pipino II)
Carlo era rimasto l'unico vero "maggiordomo" dei territori francesi, ed approfitterà della vittoria di
Poitiers per assicurarsi il controllo di tutti gli stati della antica Gallia romana. Nonostante le brillanti
vittorie militari, Carlo si era da tempo reso conto che non bastavano dei semplici cittadini armati per
vincere eserciti come quello islamico. Infatti, anche se gli costò le antipatie della Chiesa romana,
Carlo confiscò alcuni beni dal clero locale per donarli ai suoi fidi, affinchè questi si impegnassero a
mantenere una attrezzatura e un addestramento (nonchè un cavallo) militare di stampo quasi professionistico.
Inoltre sottoponeva i suoi uomini ad un giuramento di fedeltà, che li avrebbe messi al servizio di colui
che gli aveva "donato" quei fondi così preziosi.
Anche se non ebbe l'approvazione della Chiesa, Carlo Martello rafforzò il suo potere (e quello della
sua famiglia) dal punto di vista militare, ma soprattutto gettò le basi per una nuova era che si andava
ad aprire: quella del feudalesimo.


Gli arabi, prima dello scontro di Poitiers e della ascesa di Maometto,
erano divisi in varie tribù, dedite al paganesimo e sempre molto impegnate in faide interne scoppiate per
futili motivi d'orgoglio, assai radicato nella cultura araba. Non avevano conosciuto veri e propri conquistatori,
visto che le invasioni esterne erano in genere concentrate sulla costa e non si erano mai addentrate nella
parte più ostica del territorio arabo: il deserto.
La vita di queste popolazioni quindi, doveva scorrere in maniera lenta e monotona scandita da piccole
azioni di guerra rivolte contro tribù nemiche, che i poeti definivano Ayyàm al-'Arab ossia i giorni
degli arabi, ma che tutto sommato dovevano avere un significato alquanto scarno.
Il profeta Maometto fece quindi leva sull'orgoglio, da sempre ostentato
dal suo popolo, per farlo unire in una sola religione monoteista e renderlo saldo, sia in battaglia che
nella religione, rispettoso delle religioni altrui, ma anche avido dei beni terreni. La morte dello
stesso profeta nel 632, non cambiò di molto la linea seguita dal suo popolo che, in assenza della sua
guida spirituale, si attenne, nei secoli successivi, alle regole scritte dallo stesso Maometto
nel Corano (una specie di "Bibbia araba" nella quale sono descritte le regole da seguire per i
musulmani in materie politiche, militari e civili).
In questo libro si stabilisce sopratutto che ci sia una fratellanza tra tutti i muslim cioè tra
tutti i credenti nel vero Dio a prescindere dalla razza o dalla lingua; tutti i fedeli ad Allah
(Dio in arabo), infatti, costituiscono una sola comunità, umma, che coincide con la "Casa della
sottomissione"(Dar el-Islam), che comporta l'obbligo di reciproca assistenza e protezione.
Per il "musulmano modello" vi era, nel Corano, l'obbligo di diffondere la vera fede tramite la
predicazione e il rispetto delle religioni altrui, nel caso che queste rispettino a loro volta la legge
di Allah. Nel caso in cui quest'ultima ipotesi non si verificasse, cioè il regnante di un determinato
paese non permettesse la diffusione dell'Islam, diventava lecita la gihad, meglio conosciuta come
la guerra santa, dedita a distruggere ogni resistenza dei nemici di Allah.
In teoria, quindi, la "Casa della guerra" (Dar el-Harb) era da usare solo in casi di stretta emergenza,
ma in pratica, alla morte di Maometto, tutti i territori che si trovavano
al di fuori della "Casa della sottomissione" venivano automaticamente sottoposti alla "Casa della guerra"
e conquistati con la forza delle armi, ignorando completamente la parte di predicazione e rispetto insegnata
loro dal profeta. La gihad, in sostanza, diventava la giustificazione religiosa ai saccheggi da parte
di quelle tribù arabe che già da tempo mettevano in atto, anche al di fuori dei loro confini territoriali,
e il bottino conquistato assumeva un ruolo di dignità religiosa, aumentando le motivazioni dell'espansionismo
arabo.
L'espansionismo arabo inizia un anno dopo la morte del suo profeta, ma soprattutto, coincide con la
vittoria sull'impero bizantino e su quello persiano che, nel fronteggiarsi a vicenda (603-628), si erano
indeboliti e resi facili prede degli arabi: nel 637, infatti, nei pressi di Bagdad, fu distrutto l'esercito
persiano, mentre nel 674, Mu'awiya, il quinto califfo (cioè il quinto "successore"), strinse
d'assedio Costantinopoli senza successo, così come senza successo si concluse il secondo assedio della
stessa città avvenuto nel 717 (anche se c'è da considerare che dopo questi due attacchi l'impero bizantino
non si riprenderà più).
In compenso, malgrado queste due disfatte, i valorossissimi cavalieri arabi
conquistarono ad oriente tutti i territori fino all'India, a nord i territori di Siria, Persia e Palestina,
mentre ad occidente conquistarono tutta l'Africa settentrionale, fino a stanziarsi nel 711 in Spagna, da
dove posero lo sguardo sulle fertili pianure dei territori francesi....


La storiografia musulmana lega la prima visione del profeta al 610 quando, si dice, aveva già
quarant'anni, è quindi facile far risalire al 571 la data di nascita di Muhammad ossia "il lodato".
Nel perido seguente alle sue visioni, Maometto, come molti asceti cristiani, prese l'abitudine di
compiere delle sorte di ritiri spirituali presso una caverna del monte Hira (vicino la Mecca), dove si
dedicava alla meditazione.
Fu proprio in questa caverna che il profeta musulmano ebbe la prima delle sue visioni. Vide l'arcangelo
Gabriele circondato da una luce fortissima mentre gli parlava dicendo: «Tu sei l'inviato di dio, il
profeta di Allah». I primi messaggi che gli giunsero erano in realtà attacchi feroci ai ricchi
mercanti della Mecca, che venivano esortati a essere più generosi ed umili donando una parte dei loro
profitti a coloro che non avevano nulla. Ovviamente questo tipo di esortazione andava contro gli ideali
delle classi più abbienti, creando attorno al profeta una iniziale avversione. Molto presto, però, attorno
a lui si creò un nucleo di fedeli, che scriveva di tutte le visioni e le parole che gli venivano portate
"dall'alto", andando quindi a formare il famoso Corano (da Cur-^an: "recitazione").
Durante le predicazioni, i suoi fedeli vennero chiamati musulmani (da muslimun: "coloro che
rimettono la propria anima a Dio") e perseguitati, poichè andavano contro alle religioni politeiste allora
in vigore. Nel 622, quindi, Maometto fu costretto ad abbandonare la Mecca per stabilirsi, in esilio, a
Yathrib (da questa data detta egirà "l'emigrazione", i musulmani fanno cominciare la nuova era),
dove erano stanziate varie tribù nomadi che, grazie alla predicazione della "guerra santa" (la guerra
mossa a tutti coloro che non accettano l'islam), reclutò moltissimi seguaci organizzandoli politicamente e
militarmente. Dopo una serie di guerre, occupò la Mecca e ne distrusse tutti i suoi simboli antichi,
proclamandola città santa dell'islam.
Maometto morì nel 632, ma gli arabi erano ormai uniti dalla religione e sotto il comando dei califfi
(i suoi successori), conquistarono territori immensi che andavano dalla Spagna all'India.


Durante il V secolo l'impero romano d'occidente fu sconvolto da una serie di invasioni di natura germanica.
I regni che si formarono dopo la caduta di Roma erano un miscuglio tra le popolazioni locali (ormai latinizzate)
e i nuovi invasori. Tra i regni più importanti che nacquero da questi fatti vi è senz'altro il regno dei Franchi.
La sua popolazione non era proveniente da un solo ceppo, all' interno del regno dei Franchi vi erano le
etnie dei Salii, dei Ripuarii e degli Sciambri, che occupavano la parte settentrionale della Gallia.
Il primo re storico di questo popolo fu Clodwig (Clodoveo) che, dopo aver conquistato il regno di Sigario,
sconfisse gli Alamanni, assoggettò i Burgundi e scacciò i Visigoti oltre i Pirenei. Inoltre convertendosi
al cristianesimo in forma cattolica anzichè ariana, si assicurò le simpatie, non solo della chiesa romana, ma anche delle
popolazioni celtiche locali, costruendo con questa abile politica un regno così potente da poter contrastare quello
dei Visigoti in Spagna e degli Ostrogoti in Italia.
Come era consuetudine delle poloazioni germaniche però, il regno doveva essere spartito tra tutti i figli maschi
(in questo caso quattro), indebolendo così il potere centrale e frazionanado le forze. Al posto dell'antica Gallia
romana andarono a formarsi 4 regni: l'Austrasia a nord-ovest, la Neustria a nord-est, l'Aquitania
a sud-ovest e la Bugundia a sud-est. Queste "regioni" erano rette da ministri detti "maggiordomi" (dal latino
maiores domi o maestri di palazzo) ufficialmente soggetti ai re merovingi ma praticamente signori indipendenti
dei regni, nonchè proprietari di immensi patrimoni fondiari.
Nel 687 Pipino II di Heristal, che era già maggiordomo d'Austrasia, sconfisse la Neustria e fu nominato
ministro anche di quella regione. Alla sua morte il potere da lui accumulato passerà nelle mani di suo figlio
Carlo Martello.


Gli ultimi re della dinastia Merovingia erano ormai diventati dei sempilici simboli di potere; infatti
il controllo vero lo avevano in mano i famosi "Maggiordomi" che, se
inzialmente dovevano essere solo dei ministri dei re, ora erano i veri depositari del potere. Perciò i re
vennero soprannominati dalla dinastia dei Pipinidi "fannulloni", proprio perchè erano visti dai loro ministri
e dai latifondisti con diprezzo e sufficienza.
Dopo la metà del VII secolo era infatti l'aristocrazia fondiaria che portava sulle sue spalle le funzioni
del potere regio, difatti, con l'espansione araba nel mediterraneo,
i commerci dei Merovingi si erano limitati, e quindi rimaneva come unica fonte di ricchezza economica e
sociale l'agricoltura, dominata dall'aristocrazia fondiaria, particolarmente forte nella regione
dell'Austrasia, la cui prosperità si basava sulla grandissima fertilità
delle sue terre.
I sovrani, quindi, vennero facilmente spogliati dei loro poteri a beneficio di quei Maggiordomi
che potevano assegnare terre, amministrare beni regi e perfino arruolare truppe consistenti. L'ultimo dei
"re fannulloni" fu Childerico III, che morì nel 743, appena un anno prima della nascita di un certo
Carlo che passerà alla storia come Magno.


Nel 729, dopo che le tribù berbere africane subentrarono ai visigoti in Spagna, fu nominato come
governatore della stessa Abd al-Rahman, eccezionale capo miltare, che fu
subito impegnato nel vendicare dei distaccamenti arabi massacrati in terra francese. Organizzò subito una
grande armata, raccogliendo truppe da ogni regione di sua competenza, chiamando perfino gli splendidi
cavalieri berberi dall'africa settentrionale, alla volta dell'Aquitania, dove si erano svolti i presunti
massacri.
Lo scopo iniziale era, quasi sicuramente, il saccheggio di quelle zone, infatti nel 732 i musulmani
varcarono i Pirenei depredando l'Aquitania stessa, allora governata da Oddone. Anche se in passato
erano stati rivali, Oddone chiese aiuto a Carlo Martello (governatore di Austrasia e Neustria al
servizio di Teodorico IV), che, conscio del pericolo che poteva rappresentare l'invasione araba,
raccolse uomini armati tra i Franchi, tra i Longobardi d'Italia e tra i Sassoni, per quella battaglia che
gli avrebbe fruttato il soprannome di "martello" proveniente da Marte, il dio romano della guerra.


La formazione degli esrciti di origine germanica non prevedeva l'uso massiccio della cavalleria
pesante, così come poi venne fatto invece in epoca feudale. A quei tempi solo pochi nobili possedevano un
cavallo e potevano permmettersi l'attrezzatura e le spese per il mantenimento del seguito che avrebbe
dovuto accudirlo; non solo, questi pochi cavalieri allora presenti non usavano le lance da urto (sfruttabili
soprattutto se si era in carica), bensì semplici giavellotti o spade, limitando il ruolo del cavallo a
semplice mezzo di trasporto del suo cavaliere.
In coseguenza, e soprattutto per imitazione delle staffe usate dai cavalieri arabi durante le loro veloci
incursioni, Carlo Martello introdusse l'uso nella sua cavalleria
(ora più numerosa e organizzata) delle picche da carica, una rivoluzione che cambierà l'arte della guerra
in tutta Europa. Si ha notizia infatti, che le cavallerie franca e aquitana ebbero un ruolo fondamentale
nella battaglia di Poitiers, sia nel contenere le cariche delle cavallerie islamiche sia nella fase di
inseguimento.
Ma la parte più dura dell'esercito franco era composta da ben 72.000 feroci fanti di diversa provenienza.
La maggior parte di loro era armata con i grandi e pesanti scudi detti "a goccia" e la famosa arma da
lancio, l'ascia bipenne detta "francisca", che doveva essere sempre recuperata in battaglia poichè, perderla
in uno scontro era un grave disonore. Gli alleati dei franchi si distinguevano così: i discendenti dei
rudi Gepidi erano ricoperti di pelli d'orso e armati in modo eterogeneo; Alemanni e
Bavari avevano in dotazione lunghe lance; i Sassoni impugnavano gli enormi spadoni a due
mani; infine i Germani delle foreste più esterne, combattevano senza alcun tipo di protezione, con
il corpo completamente dipinto di nero, brandendo delle grosse mazze lignee.


Fino alla metà del VII secolo la formazione dell'esercito dei franchi era ristretta all'uso delle sole
fanterie, ma, con il tempo, la poca mobilità di queste ne faceva facili prede per le cavallerie nemiche.
Ai guerrieri a piedi bisognava quindi affiancare dei reparti di cavalleria consistenti, ben addestrati e
fidati.
Ma secondo quella che possiamo definire "la visione bellica" di Carlo Martello,
non bastavano l'addestramento o la quantità delle cavallerie, era necessario qualcosa in più: infatti
introdusse, anche nei suoi reggimenti a cavallo, l'uso, già in vigore negli Avari, Bizantini,
Musulmani, Visigoti e Longobardi, di portare delle staffe molto lunghe che permettevano
al guerriero in sella di sfruttare appieno la potenza che esprimeva il cavallo lanciato al galoppo.
Utilizzando la staffa (portata durante la carica sotto il braccio) si poteva usare la forza d'urto per
sferrare colpi di inaudita violenza, andando quindi a cambiare completamente le tattiche militari del
tempo.
Il combattimento d'urto rese indispensabile un nuovo equipaggiamento del cavaliere, che doveva quindi
essere più "pesante", più robusto: corazza a scaglie di ferro, lancia "impennata" fornita di sbarra di
arresto alla base della cuspide d'acciaio, scudo assottigliato verso il basso per facilitarne il brandeggio
mentre si stava a cavallo.
IL servizio militare era determinato in base al patrimonio terriero di cui si poteva disporre. Ogni uomo
libero che disponesse di almeno quattro mansi di terra (il manso era un'unità agraria, e corrisponde
a 13 ettari circa), era tenuto ad armarsi a sue spese e a combattere come fante; la cavalleria leggera era
costituita da coloro che possedevano almeno 12 mansi; oltre questa soglia stavano coloro che potevano far
parte della cavalleria pesante (numero limitato ma non troppo) che comportava l'acquisto e il mantanimento
di un'attrezzatura particolarmente costosa.


Inizialmente le tribù arabe non avevano una vera e propria organizzazione militare, infatti basavano
gran parte delle sorti della battaglia sull'impeto della fanteria seguito da un'improvvisa ritirata (tattica
molto rischiosa poichè si mostrano le spalle al nemico), che sfalda la compattezza dei ranghi avversari,
per poi far intervenire la cavalleria, che in queste condizioni poteva avere vita facile.
Questa tecnica di combattimento apparteneva origininariamente all'antico popolo degli Sciti, che
tramandarono quest'uso ai Persiani, dopo di loro ai Parti, quindi ai Sasanidi ed
infine proprio agli ararbi, che avevano come "innata" questa particolare tattica. A differenza delle
popolazioni che li avevano preceduti, gli arabi grazie all'impiego di una delle più grandi razze di cavalli
(il cosidetto "cavalluccio arabo"), dotati di grande agilità e robustezza, introdussero l'uso di affiancare
ai reparti di fanteria quelli di cavalleria, detti kurdus, nella tattica che chiamavano al-karr wa'l-farr,
ossia avanzamento-arretramento.
Per assicurarsi una perfetta riuscita di questo antico stratagemma, era però necessaria una perfetta puntualità
nei tempi d'esecuzione: l'arretramento doveva essere lento per dare una parvenza di realtà alla fasulla ritirata,
mentre la carica delle cavallerie doveva essere rapidissima, per non permettere al nemico di riorganizzare i ranghi;
questa necessità di privilegiare la rapidità, andava a discapito della protezione dei guerrieri appiedati.
La quantità delle truppe reclutate da Abd al-Rahman doveva superare le centinaia
di migliaia, secondo i cronisti cristiani, una cifra ovviamente esagerata; infatti il numero dei musulmani in campo
non doveva superare di molto le 80.000 unità, di cui solo pochi erano a tutti gli effetti. Buona parte dell'esercito
islamico doveva essere formato dalla cavalleria berbera, e da fanti ed arcieri provenienti dalle terre conquistate
dagli arabi in africa settentrionale, ai quali spetterà il difficile compito di "occuparsi" della fanteria dei franchi.


L'esercito cristiano attese il nemico in mezzo alla confluenza di due fiumi, il Clain e il
Vienne, schierandosi in un'unica formazione, robusta e profonda, formata da una prima linea nella
quale si era disposta la fanteria pesante intervallata da piccoli reparti di cavalleria. Altri cavalieri
si erano posizionati sui lati esterni della seconda linea, lasciando il vuoto nella parte centrale per
evitare improvvisi aggiramenti. Inoltre alla sinistra dello schieramento, molto arretrato e nascosto in
un bosco, vi era Oddone d'Aquitania insieme alla sua cavalleria.
Gli arabi invece si posizionarono in questa maniera: l'ala sinistra era formata da cavalleria leggera e si
"appoggiava" al fiume Clain; la parte centrale, composta interamente da fanti ed arcieri, si era
posizionata sulla antica via romana, mentre l'ala destra del fronte musulmano era schierata su una bassa
collina. Dietro ad ognuna delle due ali vi erano posti due schieramenti di cammelli da trasporto: gli arabi
infatti sapevano che l'odore pungente di questi animali poteva far imbizzarrire i cavalli dei franchi
smobilitandone le schiere. La formazione iniziale era quella tipica a forma di mezzaluna, con le cavallerie
un pò avanzate rispetto alle fanterie e disposte a tenaglia allo scopo di stringere il nemico sulle ali ed
accerchiarlo.
Dopo che gli eserciti si erano fronteggiati, addirittura per una settimana, cominciò la vera e propria
mischia, dall'alba al tramonto: gli arabi si lanciarono all'attacco per primi facendo partire le cavallerie
berbere che investirono i fanti cristiani con una vera e propria pioggia di giavellotti, concentrando
ripetuti assalti nelle zone del fronte avversario dove credevano possibile l'apertura di un varco.
Ai fanti delle prime linee non restava altro che rimanere immobili sotto i colpi dei musulmani, andando a
formare quel famoso "muro di ghiaccio" assai enfatizzato dai cronisti cristiani dell'epoca. In realtà
l'immobilità della fanteria era una scelta, era infatti logico che i guerrieri appiedati non si sarebbero
dovuti muovere di fronte alla cavalleria, se non (quando i cavalli erano ormai sfiancati) per inseguire
il nemico in ritirata.
I fanti cristiani rimasero completamente immobili nell'attesa che la cavalleria araba giungesse alla
portata delle picche (o delle asce o degli spadoni sassoni), per andare a colpire prima i destrieri e poi,
una volta appiedati, i cavalieri berberi, dotati solo di un'armatura leggera. La battaglia continuò così
per ore intere con assalti alternati delle fanterie africane e dei berberi a cavallo, ma contro i franchi
non c'era niente da fare, neanche la solita tattica dell'avanzamento-arretramento
funzionò. Carlo Martello non lasciò andare i suoi guerrieri
all'inseguimento delle truppe arabe nella loro tipica "finta ritirata", senza così cadere nel tranello
musulmano.
Quando gran parte della cavalleria saracena era ormai persa contro gli scudi ma soprattutto contro le
picche dei fanti cristiani, Carlo Martello diede un segnale che
fece sbucare, dal bosco in cui era nascosta, la cavalleria di Oddone che caricò il fianco destro dei
musulmani travolgendolo e mettendolo in fuga. La forza d'urto della cavalleria franca era infatti spaventosamente
superiore a quella della cavalleria leggera berbera. Nel frattempo cominciava l'avanzata compatta della
fanteria che, abbandonate le posizioni di partenza, travolse tutto ciò che gli si poneva di fronte.
I fanti musulmani, privi di corazzatura, non potevano reggere il corpo a corpo con i rozzi guerrieri del
nord, pesantemente armati. Dallo scontro si passò quindi alla carneficina, che durò fino al tramonto quando
anche Abd al-Rahman venne ucciso da un colpo d'ascia, infertogli forse
dallo stesso Carlo Martello. Quando si sparse questa notizia
gli arabi sopravvissuti scapparono rapidamente, lasciando sul terreno feriti e tende, ma soprattutto il
bottino conquistato durante tutte le razzie in Aquitania.
La storiografia araba da una descrizione dell'andamento della battaglia diverso da questo ma coincidente nella
conclusione, infatti descrive come i combattimenti sarebbero stati sospesi al tramonto e ripresi all'alba;
nel nuovo giorno i cavalieri berberi sarebbero riusciti a far breccia al centro nelle file dei franchi, ma, ad
un tratto, si diffuse la voce che alcuni nemici si erano diretti all'accampamento arabo per impossessarsi del
bottino islamico. A questo punto, molti musulmani, nel timore di perdere il frutto delle loro razzie, si
sarebbero diretti verso l'accampamento stesso per proteggere il bottino,
ma sfaldando, così, lo schieramento e facendo il gioco dei cristiani. La vera ragione per cui gli arabi
avrebbero perso a Poitiers (secondo gli stessi arabi), non fu da attribuirsi al valore dei franchi, bensì
alla cupidigia dei musulmani stessi, che avrebbero dimostrato di essere poco credenti e quindi puniti
dalla giustizia divina.
Le cronache cristiane parlano di 1007 caduti tra i franchi e addirittura 375.000 tra gli arabi!! Senz'altro queste sono cifre che peccano rispettivamente di difetto e di eccesso, fatto sta che l'ammontare delle perdite riscontrate dagli arabi doveva contare quasi tutto il contingente di partenza, tanto che lo scontro è ricordato dagli arabi come il: balat ashshuhadà ossia "il lastricato dei martiri della fede".


Respinti dalle regioni francesi, gli arabi mantenerono il dominio in Spagna ancora per molti anni,
con un caposaldo, Narbona nei Pirenei, che verrà espuganto da Pipino III solo 27 anni dopo
la battaglia di Poitiers. Narbona era il centro da dove partivano tutti i corpi di spedizione contro
l'Europa cristiana da parte dei musulmani. Da questa battaglia in poi, se si escludono i fenomeni di
pirateria saracena nel mediterraneo, l'espansione araba subisce un brusco stop e comincia invece a ritirarsi
nelle sue terre d'origine.
Per Carlo Martello è il momento dell'espansione, conquisterà
l'intero Mezzogiorno francese e lo sbocco sul Golfo di Leone. L'esito della battaglia rafforzò in lui la
convizione che era indispensabile, per una nazione forte, dotarsi di una cavalleria pesante, visto che la
fusione tra commendatio e comitatus (rispettivemente di origine tardo imperiale la prima e
germanica la seconda) già spingeva in quella direzione dai tempi dei Merovingi.
Con la commendatio ("accomodazione") i signori rurali potevano legare a sè, temporaneamente o a vita,
i propri subordinati; con il comitatus, invece, si riscontrava più un legame di fedeltà, sancito da
un giuramento solenne tra il componente di un seguito armato e il suo comandante. Con i cavalieri di
Carlo Martello nasce, anche se su un piano quasi esclusivamente militare, una "relazione di
vassallaggio", nuovo istituto che sarà la vera forza del grande Carlo Magno e che avrebbe
improntato tutta un'epoca: quella feudale.


La battaglia di Poitiers è descritta dalla storiografia grmanica come uno dei più esaltanti fatti
d'arme mai accaduti nella storia, viene così decritta nel "Monumenta Germaniae Historica": «i fanti
di Carlo Martello fronteggiarono l'urto della cavalleria nemica restando saldi come un muro e uniti come
un blocco di ghiaccio» sottolineando, poi, come quella vittoria sia stata decisiva per non snaturare
la vita e i costumi di un intero popolo, ottenedo così un risvolto nazionalistico.
La storiografia moderna è più cauta nei confronti di questo scontro, mentre quella islamica tende a
sottolineare di più le sconfitte subite nella parte meridionale francese, che costrinsero gli arabi a
rinunciare a Narbona e a rimanere confinati a sud dei Pirenei.
E' da ricordare che, se Poitiers "salvò" la Francia da una invasione musulmana, nessuna battaglia risparmiò
la Spagna, a cui servì una lunghissima guerra di reconquista per tornare totalmente cristiana.
Ma la battaglia di Poitiers entra a pieno diritto nella storia, perchè segna la prima sconfitta dell'Islam
in occidente, mai più, dopo di allora, i Musulmani foruno in grado di
organizzare una spedizione tanto potente diretta verso il cuore dell'Europa.
Da parte sua, Carlo Martello, aveva dimostrato di essere un
vero comandante, in grado di dare un vero ordinamento al proprio esercito (che fermò l'ardita cavalleria
islamica), dopo decenni in cui l'arte bellica sembrava essere sostanzialmente perduta.


In effetti, la spedizione araba che aveva originato lo scontro a Poitiers non aveva certo le
caratteristiche di conquista, ma solo quelle di esplorazione e ricerca di un facile bottino.
Anche supponendo che i Franchi uscissero sconfitti da questo scontro, non è facile credere che la loro
permanenza al di quà dei Pirenei potesse avere lunga durata. Era troppa la distanza che avrebbe separato
la madrepatria da queste "nuove terre", i cui popoli, viste le tradizioni, i costumi, le distanze razziali
e gli interessi economici, difficilmente avrebbero ceduto all'Islam. Il
processo di sviluppo, avviato nel nord della Francia in quegli anni, sarebbe stato solo rallentato, mentre
i conflitti interni tra Omayyadi e Abassidi avrebbe di lì a poco indebolito e paralizzato le
energie dell'impero musulmano, con la conseguente perdita del controllo nelle regioni più lontane come
quelle europee.
Senza la vittoria di Poitiers, però, sarebbe stata "risparmiata" dalla conquista araba la bella terra di
Sicilia, che non avrebbe potuto dare vita a quello splendido connubio tra le architetture arabe, così
delicate nelle loro forme, e le "rudezze" di stampo prettamente normanno, che si aggiungeranno in seguito.
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