
La definitiva sconfitta del re Serse e la fine delle guerre Persiane.


Nipote di Leonida, eroe delle Termopili (caduto proprio contro i persiani), Pausania era
il re momentaneo di Sparta poichè tutore di Plistarco (figlio dello stesso Leonida), re di diritto,
ma ancora minorenne. Questa situazione gli garantì il comando di tutte le milizie alleate, ma non gli
attribuì certo il ruolo di protagonista che forse si aspettava. I veri vincitori furono infatti i fanti
cittadini, gli Opliti. Non risulta infatti, che il condottiero ellenico
abbia dato una svolta alla guerra grazie ad azioni dettate da indiscutibile intuito tattico. Di sicuro si
sa che Pausania, dopo la vittoria di Platea, guidò la flotta greca alla conquista del Bosforo e da
allora i suoi interessi politici intrapresero una strada volta all'oriente in netto contrasto con la
mentalità sobria e guerriera, tipica degli spartani. Questo atteggiamento lo costrinse a ritornare in
patria ma, tornato in seguito nello stretto dei Dardanelli per insediarvisi, intrecciò strani e complicati
rapporti politici con i persiani, che gli assicurarono anche l'antipatia ateniese. Questi ultimi infatti
riuscirono, poco dopo il 471 a.C., a ottenere il permesso da Sparta per cacciarlo dai Dardanelli.
Pausania decise così di tornare ancora una volta in patria, in questo caso per prendere il potere,
sostenuto dall'appoggio degli Iloti (gli iloti erano gli schiavi spartani appartenenti allo stato) e di Temistocle (anch'egli bandito da Atene),
nel tentativo di rovesciare il governo oligarchico che si era eretto a comando della città. Ma fu ancora
una volta sconfitto politicamente e condannato per tradimento (visti i suoi contatti con i persiani).
Tentò di salvarsi la vita rifugiandosi nel tempio di Atena, ove non poteva essere toccato per tradizione,
ma venne ugualmente murato vivo.
La figura di questo condottiero persiano risale solo e unicamente alle guerre persiane stesse.
Genero o nipote di Dario I, nel 492 a.C. fu incaricato dallo stesso re di muovere geurra alla
Grecia e di porre sotto il controllo persiano tutto l'Egeo settentrionale e la Tracia. Mardonio
in effetti, cominciò bene la sua avventura da comandante conquistando da subito l'isola di Taso, ma non
ebbe grande fortuna in seguito. Perse ben 300 navi a causa di una Tempesta che colse la sua flotta vicino
al monte Athos, costringendolo al rientro.
Da come li descriveva il poeta Erodoto, i persiani, avevano come caratteristiche fondamentali le
seguenti: grande abilità a cavallo e con l'arco; erano portatori di grande sincerità; ma soprattutto un
grande coraggio in battaglia. Mardonio sicuramente era fornito di grandissimo coraggio (come molti
dei condottieri persiani preferì morire in battaglia anzichè indietreggiare), ma era carente in sincerità.
Racconta infatti Erodoto che al suo re Serse, Mardonio riferì che in realtà i greci
fossero assai meno temibili del previsto, forse perchè, secondo lui, sceglievano il campo di battaglia
più per la bellezza del paesaggio che per la sua praticità. Queste erano opinioni che andavano in
controtendenza con quello che si raccontava in Persia dei greci, ma soprattutto era una grande falsità
che il comandante scoprirà e pagherà a carissimo prezzo mostrandoci anche il suo vero carattere: accanto
al coraggio si celava una grandissima presunzione.


I medi e i Persia popolazioni di origine indoeuropea si stabilirono sull'altopiano iranico nel III
millennio circa occupando la parte più ricca della regione con correnti d'acqua, miniere di rame, piombo
e ferro. I persiani erano assai avanzati come civiltà avevano già domato il cavallo e sapevano lavorare
il ferro, due attività sconosciute a molti dei loro "vicini" come i semiti. Nel VI secolo, come è quindi
logico pensare, i persiani comiciarono la "costruzione del loro impero. Il primo grande condottiero persiano
fu Ciro il Grande che conquistò il regno dei Medi, la Lidia di Creso, i territori ad oriente
fino al fiume Indo e nel 538 a.C. Babilonia. I suoi successori continarono il suo progetto: Cambise
si impadronì dell'Egitto (battaglia di Pelusio nel 525 a.C.) e Dario I diede una mirabile organizzazione
amministrativa all'impero ormai consolidato.
I persiani venivano ricordati infatti per grandissime opere pubbliche come i tantissimi ponti in muratura,
per l'efficente servizio postale, per i collegamenti stradali tra le capitali del regno e i capoluoghi dei
distretti amministrativi(le Satrapie), e per i collegamenti marittimi tra le diverse provincie dell'impero
attraverso l'apertura di un canale dal Nilo al Mar Rosso, opere realizzate grazie ad un prelievo fiscale
ordinato e rigoroso. Ma più di tutto vanno riconosciuti ai persiani i meriti per la modernità dei princìpi
che reggevano le basi della gestione sociale come: il rispetto di culture e religioni locali, il decentramento
e l'autonomia decisionale concessa alle provincie, l'accettazione delle particolarità economiche di ogni
popolo da loro sottomesso.
Ma questa lungimirante amministrazione avrebbe portato dei gravi problemi, infatti con il passare degli
anni i governatori delle provincie (i satrapi) riuscirono ad accumulare grandi ricchezze fino a crearsi
delle milizie private difficili da controllare quanto le loro fonti di reddito. Questi fatti andavano di
pari passo con una debolezza militare dovuta al fatto che i cittadini credevano che fosse il loro re a
doverli difendere dagli agressori, non che fossero loro a proteggersi difendendolo. Queste crepe interne
verranno fuori con l'avanzata di Alessandro Magno che, successivamente, travolse letteralmente i persiani.


Un ruolo assai importante nella cultura greca era svolto sucuramente dalla Ionia con le sue
dodecàpoli(dodici città), Mileto su tutte. Costretti a spostarsi prevalentemente per mare i coloni di
Mileto studiarono a fondo scienze come l'astronomia, il calcolo e la cartografia, indispensabili per chi
doveva necessariamente muoversi per mare. Ma accanto a questa grande cultura scientifica a Mileto fiorì
anche una delle prime culture filosofiche del mondo occidentale i cui più famosi rappresentanti furono:
Talete, Anassimene e il più importante Anassimandro(615-540 a.C.).
Questi era stato discepolo di Talete e già in quegli anni affermava che la luna non brillava per luce
propria bensì per luce riflessa del sole, fu il primo a pubblicare una carta geografica ed è a lui che
si deve l'introduzione in Grecia dello gnomone già noto da popolazioni come gli Egizi e primo strumento
per l'atronomia moderna. Grazie a questo infatti si potevano stabilire ora e stagione, ma, cosa ancora
più importante per dei navigatori come i Milesii, si potevano calcolare coordinate come la latitudine di un
luogo.
Ai Milesii si devono anche le fondazioni di svariati empòria, veri e propri centri commerciali che
controllavano i traffici delle zone circostanti. Tra questi uno dei più famosi in antichità fu il porto
di Sinope alla foce del fiume Halis, che fu sede di prestigiosi e fiorenti cantieri navali vista l'abbondanza
di legna e di miniere di ferro presenti nell'entroterra.


Le protagoniste di uno dei primi scontri tra greci e persiani furono le città della Ionia, Mileto in particolare. La cittadinanza dimostrò riluttanza e malcontento da quando Dario le impose (come costume dell'amministrazione imperiale) governatori, tributi e guarnigioni straniere. Sfruttarono in pieno quest'onda di malcontento i due vecchi tiranni di Mileto, Aristagora e Istieo, che ottennero aiuto dalla città di Atene (20 navi da guerra), mostrandogli di poter ottenere un guadagno nello schierarsi a favore della causa Ionica. Ma già nel 494 a.C. la rivolta era stata sedata, Mileto distrutta e i suoi abitanti venduti come schiavi a Babilonia. Questo episodio mise però in allarme il re persiano, che inviò una spedizione per punire coloro che avevano aiutato i rivoltosi. Sfortunatamente per Dario nel 492 a.C. l'esercito persiano subì una durissima sconfitta a Maratona e la sua flotta naufragò al monte Athos, concludendo così tragicamente quella spedizione da lui voluta.

Serse, figlio dello stesso Dario, preparò una nuova spedizione con molta più cura ed
abbondanza di mezzi e uomini di quanto non avesse fatto il padre. Nel 480 a.C. il nuovo re superò l'Ellesponto
con un ponte di navi, proseguì alla testa del suo maestoso esercito attraversando la Tracia, la Macedonia
e la Tessaglia, sempre rifornito di tutto dalla sua flotta, che lo seguiva fiancheggiandolo dal mare. Nel
frattempo i greci, al congresso di Corinto, non riuscivano a trovare un accordo comune contro l'avanzata
dei persiani: solo Atene e Sparta decisero di opporsi ai persiani mentre tutte le altre città si guardarono
bene dal gettarsi in un'impresa che appariva assai dura.
Com'è ovvio pensare, il comando delle forze alleate fu affidato a Sparta. Euribiade era ufficialmente il
comandante della flotta (composta da circa 300 trirem), ma il vero
stratega sul mare fu l'ateniese Temistocle. Allo spartano Leonida furono affidati i 7000
opliti con i quali si diresse alle Termopili, un passo tra la Tessaglia
e la Grecia centrale. Lì fu aggirato e dopo tre giorni di strenua resistenza spedì indietro la gran parte
dell'esercito. Nonostante il numero degli avversari fosse enormemente superiore, rimase con circa 1000 uomini
tra spartani e tespiesi (gli abitanti della Tessaglia): morirono tutti nel tentativo, vano ma eroico, di
difendere fino all'ultimo il passo e ritardare l'avanzata persiana. Tutto l'esercito greco si ritirò quindi
sull'istmo di Corinto, per difendere l'intera regione del Peloponneso, abbandonando persino Atene al suo
destino.
Il sacrificio delle Termopili non fu del tutto inutile, la flotta ebbe il tempo di ritirarsi indenne da
Capo Artemisio e aspettare così le navi persiane in uno stretto tra l'isola di Salamina e la terraferma.
I veloci triremi greci costrinsero le navi persiane ad avvicinarsi alla costa. A questo punto l'agilità
delle navi elleniche ebbe la meglio sulle moltissime e pesantissime navi persiane che non riuscivano più
praticamente a manovrare, risultando bersagli immobili e quindi molto facili per coloro che oltretutto si
muovevano in acque familiari. Ancora una volta agilità, sagacia tattica e grandissima determinazione ebbero
la meglio sulla superiorità numerica.
Non essendo più protetto e fiancheggiato dalla sua flotta Serse fece ritirare le navi superstiti e
lasciò Mardonio a svernare in tessaglia, così da preparare l'assalto per l'anno successivo. Nel
frattempo, Mardonio non riuscì a riaccendere i conflitti
interni tra le pòlis anzi, fu costretto a ritirarsi nella alleata Beozia alla ricerca di foraggio
e di una adeguata protezione degli elementi naturali.
Tutte le guerre persiane ebbero per la prima volta nella storia come protagoniste delle navi,
infatti il controllo dei mari aveva assunto nei secoli (con l'introduzione delle carte geografiche),
un ruolo sempre più importante tanto da far crescere la produzione e l'ammodernameto delle navi da guerra
in maniera esponenziale. Le vicende che parlano delle battaglie sul mare in questo periodo hanno un solo
elemento comune: le Triremi. La loro comparsa può essere databile attorno al VIII secolo a.C. in
sostituzione delle Pentecontere (navi da 50 remi), ma i modelli ai quali si riferirono i cantieri
greci, che ne costruirono sempre una grande quantità, sono risalenti al VI secolo a.C.. Le caratteristiche
peculiari delle le Triremi erano la grande manovrabilità e la velocità. Anche i persiani adottarono
questo tipo di imbarcazione tanto che per facilitare il riconoscimento dello schieramento furono adottati
degli "emblemi".
Queste navi avevano uno scafo ricavato dal legno di pino lungo circa 40 metri e largo meno di 7 con un
pescaggio di meno di 1 metro; strette e lunghe quindi così da assicurare agilità e velocità. La propulsione
in battaglia era garantita da ben 170 rematori disposti su tre livelli (da qui il nome), che a tutta forza
potevano spingere l'imbarcazione ad un massimo di 7-8 nodi (circa 13 km orari), mentre la lunghezza dei
remi variava a seconda del livello dei rematori da un massimo di 3 metri ad un minimo di 1,60.
Ma l'arma che sicuramente caratterizzava le Triremi erano i rostri. Il rinvenimento di un blocco di
circa 200 chili di bronzo a largo di Israele (ma anche le varie rappresentazioni figurate dei battelli di
romani e greci) ha permesso di affermare che questi blocchi venivano montati sulle prue delle navi ad altezza
d'acqua in modo che con un'azione di speronamento fosse possibile aprire ampie falle nello scafo delle navi
nemiche e quindi di affondarle, una caratteristica che unita alla velocità e all'agilità tipica delle Triremi
diventava letale.


Il fulcro dell'esercito persiano era formato, come ovvio, da fanti cavalieri e ufficiali di nazionalità
Iranica. Come completamento di questo centro, venivano richieste alle varie province imperiali ausiliari
armati, navi e marinai (in caso di guerra sul mare), o ancora cavalli e sussidi logistici a seconda delle
esigenze. Queste truppe, che possiamo definire d'appoggio, provenivano da ogni parte del mondo persiano,
Erodoto cita ben 47 nazionalità differenti in campo, di cui ognuna con ufficiali, lingue e usanze
militari diverse, ma con un elemento comune, l'attrezzatura militare di bassissimo livello.
Le truppe d'elite degli iranici dovevano avere un ottimo equipaggiamento sia per la difesa che per
l'attacco, ed essendo stati tra le popolazioni che discendevano dai primi domatori del cavallo, erano
maestri assoluti nelle cariche, preparate dalla distanza con i colpi sferrati dagli arcieri. La fanteria
Iranica non doveva essere da meno, composta com'era dai famosi 10.000 "immortali"
che discendevano dalle 10 tirbù Iraniche originarie. La tattica di guerra persiana era quindi basata sulla
mobilità e potenza di carica della cavalleria, e sulla grande precisione degli arcieri.
I greci, a differenza dei persiani, non avevano un fulcro fisso sul quale contare in caso di guerra.
Infatti la milizia di ogni pòlis era formata dai cittadini (contadini o commercianti) che scendevano
in campo per difendere la propria città, ma non sempre a lungo a causa delle loro occupazioni. La guerra
quindi per i greci doveva avere durata assai breve, ed in battaglia si era tutti legati ad un vincolo di
fratellanza maturato tra le persone nelle comunità originarie da cui vivevano. Negli scontri interni tra
le città si andò consolidando, secondo l'ideale di compattezza, una formazione detta Falange ("rullo").
Era formata da fanti armati pesanemente, detti Opliti, che disponevano di questa attrezzatura (panoplia):
elmo, corazza anatomica, schinieri di bronzo, scudo rotondo di legno rivestito di cuoio e rinforzato di
ferro ai bordi, spada e una lunga e solida lancia. Per quanto riguarda la cavalleria, era praticamente
inesistente sul fronte greco poiché difficilmente manovrabile sui paesaggi montuosi della Grecia. Gli
ausiliari erano numerosi ma svolgevano un ruolo marginale nella battaglia, che invece era appannagio di
coloro che avevano i mezzi economici per fornirsi della panoplia.
Gli eserciti che si affrontavano sceglievano generalmente un luogo pianeggiante, e prima di combattere
compivano sacrifici in onore degli dèi. A questo punto si schieravano su 8 file, scudo su scudo, con le
lance puntate verso il nemico e occupando uno spazio complessivo di circa 150 metri. Quindi si lanciavano
in una spaventosa carica dritti per dritti contro l'avversario. Ad impatto avvenuto le prime file opposte,
quelle subito dietro dovevano pressare i compagni in avanti, con le lance puntate sugli scudi, nel tentativo
di ferire i nemici e schiacciare così le prime file e la falange intera. Quando si produceva un varco
nella falange avversaria, l'allargavano con gli scudi fino a che non risultava sfaldato, in modo che
gli uomini meno esperti della formazione (i più giovani generalmente posti nelle ultime file) venivano
colti dal panico e scappavano.


Si ritiene che i soldati scelti della guardia del re, raffigurati nelle loro preziosissime vesti in quasi tutte le capitali del regno, fossero chiamati "immortali" per la cura posta dai regnanti nel mantenerli a numero, ma dietro a questa ipotesi se ne celano ben altre.


Mardonio, secondo l'ordine di Serse, era dovuto rimanere in Tessaglia a svernare, e
grazie alle cifre forniteci da Erodoto, aveva al suo seguito circa 300.000 uomini, cifra da
ritoccare forse fino a 100.000. Di questi, solo una piccola parte doveva essere Iranica, grande rilievo
avevano infatti i contingenti dei mercenari Sciti, i Saka o Saci, mentre sicuramente poco affidabili
erano le truppe fornite dalle regioni greche sottomesse: Tessali, Beoti e Macedoni.
I due condottieri ellenici invece (lo spartano Pausania e l'ateniese Aristide) potevano
contare su un esercito di circa 80.000 uomini, (Erodoto ne indica 108.700) divisi in questa maniera:
13.000 erano opliti spartani e perieci (gli abitanti dei dintorni
di Sparta), divisi a loro volta in 5.000 Spartiati, 600 Plateesi, 5.000 Corinzi, 600
Micenei e 1.800 di altri piccoli centri seguiti da ben 35.000 iloti. Tra i rimanenti opliti (23.000
circa) vi erano ben 8.000 ateniesi, nonostante le forze della città erano in gran parte impegnate
sul mare, e altri 15.000 provenivano da altre città alleate.
Infine, dal punto di vista geografico, Mardonio si era accampato presso il fiume Asopo, dal quale
aveva acqua in abbondanza, mentre i greci verso i primi gioni di Agosto, si fermarono ad Eritre sul monte
Citerone.


Nei giorni precedenti la battaglia vera e propria il comandante di cavalleria Masistio tentò un attacco a sorpresa per evitare che col passare dei giorni la forza d'urto greca aumentasse. Ma le sue speranze di successo si infransero contro la compattezza delle falangi greche e, sprattutto contro il terreno rotto e collinoso che di certo non favoriva i movimenti dei suoi cavalieri. Questa prima battuta d'arresto diede molta più audacia ai greci e rese più prudente lo stesso Mardonio.

Dopo il fallito attacco della cavalleria i greci si spostarono dalla loro posizione, ottima da difendere ma priva di acqua, per sistemarsi sulla pianura di fronte alla città di Platea. Per ben otto giorni (così riferisce Erodoto) i due schieramenti si fronteggiarono, senza attaccare, dalle due rive del fiume Asopo, i greci sulla sponda sud, i persiani sulla sponda nord. L'ottavo giorno Mardonio ordinò una incursione dei suoi cavalieri nel passo di Driocefale da dove provenivano i rifornimenti ai greci; questa azione si ripetè nei due giorni successivi, furono distrutti vari convogli senza che i greci potessero fare in tempo a intercettare i cavalieri persiani, troppo veloci per loro che erano sprovvisti di cavalleria e di arcieri.

Dopo le sortite ai danni dei rifornimenti greci la cavalleria sferrò finalmente l'attacco in
massa e si trovò le truppe alleate disposte in questa maniera: sulla sinistra gli opliti ateniesi,
sulla destra quelli spartani, mentre al centro erano disposti gli opliti degli alleati "minori";
grazie a questo schieramento ateniesi e alleati avevano accesso all'acqua del fiume Asopo mentre
gli spartani usavano la sorgente del Gargafia situata alle loro spalle. La carica della cavalleria
persiana fu preceduta dal lancio di numerosi giavellotti che provocarono l'arretramento di ateniesi
e alleati minori, questo costrinse anche gli spartani che avevano invece mantenuto la posizione
a ritirarsi insieme agli altri. I comandanti ellenici, quindi, decisero di abbandonare le posizioni
della piana (e quindi le fonti d'acqua) per rioccupare le zone collinose alle loro spalle (ottenendo
così la protezione dalla cavalleria), e soprattutto il passo dal quale provenivano i rifornimenti che
erano stati distrutti nei giorni precedenti. Questa operazione andava fatta con precisione cronometrica
e possibilmente di notte; gli alleati minori dovevano prendere posizione presso Platea stessa (sulla
sinistra del fronte greco), gli ateniesi si sarebbero stabiliti al centro e gli spartani sulla destra.
Qualcosa però andò storto, un contingente spartano si rifiutò di abbandonare la posizione, in un primo
tempo, e questo causò un ritardo nella manovra del contingente stesso che col sorgere del sole non aveva
raggiunto le posizioni prefissate.
All'alba Mardonio fece avanzare l'intero esercito, che aveva sulla destra Beoti e greci alleati, sulla sinistra i persiani e al centro gli Asiatici. Nel frattempo la cavalleria fu lanciata contro il contingente rimasto isolato sulla piana per bloccarlo in attesa della fanteria imperiale. I cavalieri persiani (si distinsero per il valore soprattutto i Saci) si guardarono bene dal'evitare lo scontro in corpo a corpo con gli opliti greci, continuando a lanciare giavellotti dalla distanza. In poco tempo giunse la fanteria, che con uno schieramento a siepe, aveva il compito di proteggere con i loro esili scudi la moltitudine di arcieri alle loro spalle, i quali cominciarono a bersagliare i fanti greci.

Fino a qui gli avvenimenti sembrano dar ragione a Mardonio, che però commise un grave errore: serrò troppo i ranghi tra i reparti, che assunsero un 'aspetto sicuramente più compatto, ma che non potevano reggere la potenza della "pesante" falange greca. Gli opliti fecero facilmente breccia nello schieramento persiano e rigettarono gli arcieri nemici contro gli alleati Asiatici dei persiani, creando così una situazione di caos nelle file persiane. Sebbene la fanteria tentò una strenua resistenza la morte dello stesso Mardonio, che stava combattendo nelle prime file, sancì definitivamente la sconfitta persiana.
Non è certo facile indicare il numero delle perdite, visto che le cifre di Erodoto sono poco verosimili. Secondo il narratore i persiani che riuscirono a salvarsi furono 3.000 circa (lasciarono sul campo quindi 97.000 uomini!?!), mentre coloro che morirono sul versante greco non furono più di 2.000. Quindi, in ultima analisi, il merito di una così grande vittoria, nonstante l'aiuto offerto da ateniesi e alleati, è da assegnare a Pausania ma soprattutto ai suoi granitici opliti.


Pochi giorni dopo Platea gli alleati della Lega di Delo diedero l'assedio a Tebe città dove si
erano rifugiati i resti dell'esercito persiano: la città si arrese in venti giorni. Nella stessa estate
del 479 a.C. la flotta persiana sorpresa a Micale, nella Ionia, fu distrutta completamente da quella
greca al comando di Leotichiade; i persiani erano stati definitivamente sconfitti.
L'insuccesso contro i greci non ebbe da subito grandi ripercussioni sull'impero, se non si considera il
fatto che la sconfitta di Platea ne limitò la politica espansionistica; anzi il valore mostrato dai greci
convinse molti Satrapi (governatori delle provincie persiane) ad
acquistare mercenari opliti provenienti proprio dalle città
vittoriose.
Le città greche, invece, presero coscienza che la vittoria in una guerra apparentemente impossibile contro
l'impero persiano era la dimostrazione che l'unità tra i popoli del Peloponneso era la chiave per un'espansionismo
ellenico anche al di fuori dei confini ionici. E così fu in effetti: Pausania si
sarebbe installato sul Bosforo, Atene avrebbe rinnovato e ampliato la sua forza navale, altre città greche
cominciarono a porre colonie in tutto il mediterraneo occidentale. Ma quando si trattò di espandersi ad
oriente uscirono fuori le difficoltà di sempre: dissidi, gelosie e incomprensioni fecero si che
l'espansione greca non arrivasse oltre l'Ellesponto. I vincitori delle guerre persiane quindi si
dovettero "accontentare" di incrementare la loro presenza nei mari occidentali dalla Sicilia a Marsiglia,
riniunciando così alle mire orientali rimaste di dominio persiano.


Se prendiamo in considerazione la netta a superiorità della cavalleria persiana, una
eventuale vittoria degli asiatici a Platea non avrebbe lasciato scampo a delle repliche da parte dei
greci. Le città di Atene, Sparta e Corinto avrebbero dovuto scegliere tra la resa e la distruzione.
Ma anche nel primo caso la sottomissione all'impero persiano non avrebbe lasciato grandi
speranze di libertà, come succedeva per altre provincie, nè da un
punto di vista culturale, nè da un punto di vista economico o politico, vista la grande opposizione
offerta dalle città elleniche ai conquistatori. E' molto più facile pensare che alle città greche prima
o poi sarebbe toccato il destino di Mileto lasciando così il destino
della cultura europea, come oggi la intendiamo, interamente nelle mani della Magna Grecia ossia
delle colonie greche in Italia.
In ultima analisi quindi, si può affermare a pieno titolo che le città che si opposero ai persiani nella
battaglia di Platea rappresentavano l'ultimo baluardo di difesa al mondo occidentale nei confronti di un
invasore venuto dall'est, fatto che si ripeterà nei secoli a venire con protagonisti diversi.
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