Ars Bellica

Battaglia di Maratona

490 a.C.

In una piccola piana affacciata sul mare si è svolta una delle battaglie simbolo della storia europea ed occidentale che rimarrà per sempre nella memoria collettiva.

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I personaggi

Milziade

Generale ed uomo politico ateniese (550 a.C. - 489 a.C.), nel 518 affermò il suo governo personale sul Chersoneso, che era stato incaricato di pacificare. Aderì poi alla rivolta delle città della Ionia contro la Persia e dovette riparare ad Atene dopo la reazione persiana che mise a ferro e fuoco le città ribelli.

Dopo il 494, anno del rientro, lo stesso Milziade ad Atene, fu eletto stratego (490/489), in previsione dell'imminente invasione persiana. Fu determinante, anche per la sua conoscenza delle tattiche persiane, nella vittoria greca sui persiani a Maratona (490). Assunto il comando di una flotta di 70 navi intraprese una spedizione per liberare le isole Cicladi dai persiani. L’isola di Paro viene messa invano sotto assedio. La sua conquista doveva fare da trampolino di lancio per occupare Nasso in chiave egemonica ed anti persiana. Milziade, tornato in patria, a causa anche di una brutta ferita viene condannato a pagare una multa di 50 talenti e, con l'accusa di tradimento, fu condannato al carcere dove morì.


Ippia

Figlio di Ipparco e fratello di Pisistrato, fu tiranno di Atene dal 528 a.C. fino al 511 a.C. Succeduto al padre insieme al fratello, Ippia era il vero detentore del potere nella città greca. Governò con mitezza, ma l'uccisione del fratello nell'attentato di Armodio e Argistone (514) lo spinse ad inasprire il suo regime.

Quando nel 510 Atene fu occupata degli Alcmeonidi (una potente famiglia aristocratica dell'antica Atene, che affermava di essere discendente del mitologico Alcmeone, nipote di Nestore), Ippia fu costretto a fuggire e riparò alla corte di Dario di Persia, a fianco del quale combattè nel 490 a.C. a Maratona.

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Il campo di battaglia e il mito

Il 10 Agosto dell'anno 490 a.C., in una piccola piana affacciata sul mare, nei pressi di un villaggio ad una quarantina di chilometri da Atene, si è svolta una delle battaglie simbolo della storia europea e occidentale. Il nome di quel villaggio è rimasto e rimarrà per sempre nella memoria collettiva di questo continente, anche molto al di là del valore reale che ebbero i fatti. Il nome di quel villaggio era Maratona.

Fu lì, in quella piccola pianura, chiusa da un lato dalla spiaggia e dal mare Egeo e da tre lati dalle aspre colline dell'Attica, che un piccolo esercito di opliti ateniesi con un esiguo contingente di alleati plateesi sconfisse, fermandone l'espansione, l'esercito persiano del gran re Dario I, il quale aveva fatto varcare il mare alla sua flotta per punire l'arroganza di quelle fastidiose città greche.

Come vedremo più avanti la battaglia in sè non fu una gran cosa, circa 10.000 elleni sconfissero in un'ora i circa 30.000 persiani, di varie etnie, come di consuetudine, sotto il comando del generale Artaferne. Che cosa rende allora così importante nella storia questa battaglia, al punto da farla ricordare come elemento comune dell'immaginario intellettuale di un continente?

Certamente il mito del piccolo esercito di cittadini liberi - anche sull'idea di libertà nella stessa città di Atene ci sarebbe da discutere - che combatte contro un esercito più numeroso, al soldo di un tiranno, per difendere la libertà ha affascinato generazioni di uomini. E la retorica del piccolo gruppo disciplinato, che con la forza del coraggio sconfigge l'orda immensa, rappresenta un archetipo, sempre presente nella cultura, non solo militare, dell'Occidente. Forse il termine chiave di questa riflessione sta proprio nella parola Occidente, inteso nel senso delle cose che conosciamo, contrapposto ad un'altro, l'Oriente in questo caso, alieno e quindi pericoloso. Ed è probabilmente in questa occasione che la modalità di combattimento "d'urto" tipicamente occidentale, naque.

La formazioni degli opliti, decisi a risolvere tutto in un'unica battaglia, che si lancia "correndo" contro i Persiani e impostando un tipo di combattimento, ravvicinato e risolutivo, che fa dire ai generali di Dario di aver avuto a che fare con degli Elleni pazzi; ciò rappresenterebbe dunque la nascita di quello schema ideologico e del tutto occidentale, che coniuga battaglia campale, guerra totale e momentum risolutivo, che diverrà nei secoli successivi la sovrastruttura fondante del successo militare europeo.

Senza arrivare a generalizzazioni di questo tipo, probabilmente eccessive, resta fuor di dubbio che gli eventi di quel 10 di agosto, nella pianura di Maratona hanno creato un epos, tale da poterci illudere che il nostro modo di pensare e comportarci sia derivato in qualche misura da quei 10.000 opliti che, correndo, si scaglarono contro un nemico quasi sconosciuto.

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Verso la prima guerra greco-persiana

Le ragioni e forse la necessità della prima guerra persiana vanno ricercate in Ionia, vale a dire in quell'area di antica colonizzazione greca che comprende le coste della penisola anatolica e le isole che nel mar Egeo sembrano quasi formare un ponte tra l'Asia e le coste della Grecia. Attraverso questo ponte i coloni greci avevano raggiunto le coste dell'Asia minore e, già dalla fine dell'VIII secolo, ricreando la struttura politica delle città natie, avevano fondato numerose colonie, sfruttando le insenature e i porti naturali che la costa dell'Asia Minore offriva loro.

Seppur politicamente del tutto indipendenti, le colonie asiatiche mantenevano forti legami con le città madri e, soprattutto, mantenevano forte la coscienza della loro ellenicità, che consentiva loro di sentirsi pienamente parte della koinè politica e culturale di chi si esprimeva in greco.

Le città della costa asiatica, Focea, Efeso, Mileto e quelle delle isole come Samo, si erano rapidamente arricchite sfruttando le ricchezze del suolo fertile e la posizione commerciale, agli sbocchi mediterranei delle vie carovaniere provenienti da Oriente. A partire dal VI secolo, però, le città della Ionia avevano dovuto subire le attenzioni, o meglio le mire, del vicino e potente impero persiano.

Gli orientali, forti della loro enorme superiorità militare, erano riusciti ad installare, con forza e talvolta con l’inganno, tiranni da loro controllati in tutte le città, le quali, seppure ancora parte di una Lega Ionica formalmente indipendente erano sottoposte all’autorità del Satrapo ( il governatore persiano ) di Sardi al quale erano costrette a versare un pesante tributo ogni anno.

La situazione era però instabile, dato che i cittadini mal sopportavano l’egemonia di tiranni sottomessi al potere di un “barbaro” quale essi consideravano il gran re. La catena di eventi che poterà alla piana di Maratona inizia nel 499 a.C., quando Aristagora, tiranno di Mileto fino allora docile amico dei Persiani, proclamò nella sua città l’isonomia (uguaglianza davanti alle leggi) incoraggiando così una rivolta contro Artaferne, satrapo di Sardi. L'insurrezione si estese a molte città e regioni della costa anatolica. La lega Ionica parve riprendere forza e, in previsione di un’inevitabile reazione persiana, fece appello alle tre città madri, nel continente.

Atene ed Eretria furono le uniche città greche a rispondere all’appello, inviando alle forze della Lega venti triremi complete di opliti da Atene e altre cinque da Eretria. La vittoria parve in un primo momento arridere agli insorti, messa in fuga una squadra navale fenicia, nel 498 i Greci indirizzarono una puntata audace e risoluta contro la stessa capitale della satrapia, Sardi, che presero e bruciarono, senza però riuscire ad impossessarsi della cittadella.

La vittoria militare, se da un lato sollevò l’entusiasmo degli Ioni, ebbe anche un forte aspetto negativo. Il gran re Dario giurò di far pagare a quegli insolenti Greci l’umiliazione e fece muovere verso le coste dell’Asia Minore un grande esercito. Le fortune della guerra mutarono ben presto parte. Dopo una sconfitta ad Efeso, gli ateniesi in tutta fretta, ed anche per problemi di politica interna, lasciarono la Lega, così la ribellione si trasformò in breve tempo in un disastro.

Nel 494 i persiani presero Mileto saccheggiandola e vendendone tutti gli abitanti per schiavi; di lì a poco la flotta greca subì una definitiva sconfitta nell’Egeo. Dopo una prima fase in cui sembrò che Dario avesse intenzione di usare una vera e propria politica di terrore alle città ioniche furono concesse condizioni relativamente miti, limitandosi il re a pretendere la consegna, il processo e l’esecuzione per i soli capi politici e militari che avevano promosso la rivolta.

Ma l'atroce punizione di Mileto, che era stata sino allora il centro piu prestigioso di tutto il mondo greco, mobilitò gli animi contro il pericolo persiano: la stessa Atene, malgrado il suo orgoglioso spirito di indipendenza, seguendo gli ammonimenti di Milziade e di Temistocle, ritenne necessario uscire dal suo isolamento e aderì alla Simmachia peloponnesiaca (491 a.C.).

Da parte sua Dario non aveva dimenticato l’offesa ricevuta, mosso dal desiderio di punire Atene ed Eretria e convinto che la sottomissione delle poleis d'Asia Minore sarebbe stata sicura solo quando la dominazione persiana si fosse estesa anche alla Grecia, si preparava effettivamente alla guerra. Per rinforzare la sua posizione militare spedì in Tracia un esercito al comando di Mardonio per impossessarsi di Tasos e delle sue miniere d’argento, avvicinando così i confini fra il mondo greco e il suo impero. Da quel momento il suo occhio fu fisso sulle città della Grecia continentale, le quali, Atene ed Eretria in testa, capirono di trovarsi ormai in prima linea. Senza più lo scudo, o meglio, il cuscinetto delle città ioniche gli Ateniesi si sarebbero presto pentiti del modo in cui avevano abbandonato al loro destino Mileto. Tra l’impero persiano e l’Ellade la guerra era ormai vicina ed inevitabile.

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Gli eserciti

La falange greca

A cavallo dei secoli XI e VIII, nelle nascenti città stato dell’Ellade, si realizzò il passaggio dallo stile di combattimento eroico a quello organizzato della falange oplitica.

La causa di questa trasformazione, secondo gli storici, fu l’evoluzione della panoplia, cioè l’insieme delle armi offensive e difensive. Tutto l’equipaggiamento utilizzato, lo scudo rotondo, oplon, in legno di quercia rivestito di bronzo a doppia impugnatura, il corsaletto prima in bronzo poi in lino pressato, il pesante elmo corinzio, gli schinieri di bronzo e la lunga lancia in frassino, necessitava, per essere sfruttato a fondo, la disciplina dello schieramento chiuso.

La falange oplitica si schierava sul campo con una formazione di fanti pesantemente corazzati, uniti spalla a spalla riparandosi dietro i grandi scudi, disposti su varie file. La pesantezza della panoplia rendeva lenti i movimenti degli opliti perciò gli scontri erano composti da un faticoso avvicinamento seguito da una breve carica che si concludeva in un urto frontale, dopo il quale gli opliti delle file retrostanti appoggiavano lo scudo sulle schiene dei compagni per spingerli avanti nel tentativo di travolgere lo schieramento nemico.


L’esercito persiano

L’esercito persiano, composto da contingenti di etnia, cultura , lingua e tecnica militare molto diversa, era la perfetta immagine dell’impero che difendeva, ne rispecchiava la forza e la debolezza. Le fondamenta dell’esercito consistevano in una fanteria professionale, di buona qualità, reclutata tra le popolazioni persiane e mede dell’impero. A questa si aggiungevano i contingenti dei popoli provenienti dai domini, nei loro costumi e con le loro tradizioni di combattimento. Le armi principali erano l’arco, il cui uso in Persia era diffusissimo in tutti gli strati della popolazione anche come strumento di caccia, e il giavellotto leggero, mentre la protezione era fornita da una sorta di corazzatura, a volte anche solo una semplice veste, e da un leggero scudo, talvolta di vimini.

Anche la cavalleria pesante era di buona qualità, dato che i reparti persiani o elamiti erano formati dalla aristocrazia terriera dell’impero. Armata di giavellotto e di arco la cavalleria persiana, pochissima della quale Dario inviò in Grecia, era probabilmente l’arma più efficace a disposizione.

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Gli antecedenti

Dopo la repressione della rivolta in Ionia l’interesse della politica espansionistica persiana era fissato sulla Grecia continentale. Di fatti il gran re e imperatore Dario considerava ogni paese e ogni terra del mondo conosciuto come qualcosa che gli appartenesse di diritto, inoltre, considerando l’impero persiano come estensione terrena del dio del bene Ahura-Mazda, non riusciva a concepire una politica di parità e di dialogo.
Per questo, confidando nella forza dell’impero e favorito dallo scenario strategico che si era configurato dopo la distruzione della flotta ionica e le conquiste in Tracia di Mardonio, Dario si dedicò all’organizzazione di una flotta che fosse in grado di garantire l’appoggio e il trasporto di un consistente corpo di spedizione.

In realtà i Persiani sottovalutavano la forza delle città greche e non comprendevano la complessa dialettica politica interna alla polis e tra le poleis stesse che era alla base delle relazioni tra stati in Ellade. Dario, dopo aver ricostruito per la seconda volta la sua flotta, distrutta nel 492 da una grande tempesta nell’Egeo, aveva escogitato un piano semplice e aggressivo. Muovendo dalla Cilicia, le forze persiane avrebbero dovuto piombare sulle città di Eretria e di Atene e, una volta distrutte queste, sottomettere tutta la Grecia, facendone una satrapia europea del grande impero. Soprattutto per Atene Dario aveva una soluzione a portata di mano: Ippia, estromesso dal potere ed esiliato dagli Ateniesi, era a bordo della flotta persiana che muoveva guerra alla sua patria.

Nel frattempo anche Atene si preparava allo scontro che si sapeva inevitabile. Nel 493 era stato eletto all’arcontato il nobile e democratico Temistocle che fece subito iniziare una serie di opere di fortificazione al porto del Pireo per dotarlo di solide difese e renderlo il porto militare della città. Temistocle, inoltre, avviò la costruzione di una flotta da guerra, il cui personale sarebbe stato costituito in larga parte dalle classi inferiori della società ateniese, i teti. La possibilità per questi ultimi, nella posizione di marinai della flotta, di avere maggior peso nelle decisioni politiche provocò la reazione dell’aristocrazia, la quale richiamò in patria Milziade, ex tiranno del Chersoneso, da dove era stato espulso dall’avanzata persiana in Tracia. Milziade divenne stratego nel 490 a.C., proprio nel momento in cui Dario faceva salpare la flotta persiana verso le rive della Grecia al comando del nipote Artaferne e del generale Dati.

Privi di una vera e propria opposizione in mare, giacché la flotta ateniese era ancora in fase di allestimento, i Persiani riuscirono facilmente a sottomettere le isole dell’Egeo e sbarcarono in Eubea, davanti ad Eretria che fu messa sotto assedio da Artaferne. La piccola città non ebbe alcuna possibilità di resistere all’esercito imperiale, una volta presa fu rasa al suolo e tutti i suoi abitanti furono ridotti in schiavitù. Ripreso il mare, la flotta persiana attraversò il tratto tra Eubea e Attica e, doppiato il capo Sunio, approdò nella baia di Maratona, a circa quaranta chilometri da Atene. Gli Ateniesi erano terrorizzati. Secondo la tradizione quello stesso Fidippide che dopo la battaglia fece la famosa corsa per annunciare la vittoria alla città, fu mandato a Sparta per chiedere aiuto, ma gli Spartani temporeggiarono, dicendo di non potersi muovere prima della conclusione di una loro celebrazione religiosa. Intanto Milziade, arrivato a Maratona, fece disporre le proprie truppe sulle colline a ovest della pianura, col fianco destro poggiato al mare, per tagliare la via verso Atene ai Persiani.

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Le forze in campo

Sul numero degli effettivi che i due eserciti ebbero a disposizione per la battaglia le fonti antiche sono da prendere con molta cautela, essendo l’esagerazione la regola degli storici antichi. Erodoto ci parla di 10.000 opliti ellenici e, in questo caso, la cifra non è probabilmente molto lontana dal vero. Infatti, secondo gli storici contemporanei, in quel periodo la struttura organizzativa dei demi ateniesi era in grado di mobilitare tra i 5.000 e gli 8.000 opliti e sembra ragionevole pensare che l’esercito di Milziade fosse composto da 6.000 o 7.000 opliti ateniesi e un migliaio di plateesi. A questi vanno aggiunti i non combattenti e le truppe leggere, che non ebbero alcun ruolo nella battaglia, per arrivare quindi a un massimo di 10.000 o 12.000 uomini.

Più complicato è il discorso per l’armata persiana. Vanno scartate senz’altro le valutazioni degli scrittori antichi che ci parlano di un esercito composto da molte decine di migliaia di armati. Considerando le possibili dimensioni della flotta, si può stimare in circa 25.000 uomini la forza persiana complessiva. Questa cifra è però comprensiva dei marinai e dei rematori della flotta. Inoltre il piano di Artaferne consisteva nell’attaccare Atene dal mare dopo aver lasciato a terra le forze di Dati per trattenere Milziade a Maratona, ciò presuppone che una parte dei combattenti fossero ancora imbarcati.
Valutando poi lo spazio fisico che la piana di Maratona consentiva agli eserciti e il modo di schierarsi in formazioni aperte dei Persiani, è possibile valutare correttamente in 8.000 o 9.000 fanti e circa 2.000 cavalieri la forza persiana realmente impegnata a Maratona. Questo farebbe cadere uno dei primi miti che hanno avvolto questo episodio, e cioè la vittoria dei pochi contro i tanti.

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La battaglia

Gli eserciti si fronteggiarono accampati rinviando lo scontro per tre lunghe giornate, non successe in sostanza nulla. Questo probabilmente conferma un relativo equilibrio di effettivi sul campo e il piano di trattenere Milziade a Maratona mentre Artaferne, con la flotta, compiva un movimento aggirante verso Atene. Quando però giunse notizia di un esercito spartano già in marcia verso l’Attica, Dati decise di dare battaglia. Milziade, dal canto suo, decise di assumere l’iniziativa tattica e fece schierare la falange in linea di combattimento rinforzando però le due ali a discapito delle linee centrali che furono così ridotte a poche file, temeva, infatti, una manovra aggirante dei cavalieri persiani essendo lui sprovvisto di cavalleria, e attaccò decisamente lo schieramento nemico.

Erodoto riferisce che gli opliti condussero l’attacco di corsa per otto stadi (circa 1.400 metri), ma la «tattica della corsa» va interpretata con discrezione. Infatti, data la pesantezza dell’equipaggiamento oplitico, non si capisce come gli Ateniesi, dopo un simile sforzo, avessero ancora la forza per combattere. È quindi più realistico pensare che i due schieramenti si siano mossi l’uno contro l’altro e che gli Ateniesi abbiano completato il movimento con una breve carica.

Lo scontro fu comunque molto violento e i Persiani ne subirono le conseguenze, non essendo abituati alla lotta ravvicinata e dato che la loro tattica abituale consisteva principalmente nel lancio di frecce e giavellotti, poco efficace contro la pesante armatura degli opliti. Infatti, mentre il centro ateniese, essendo meno numeroso, cedeva lentamente agli avversari ma senza rompere le file, le ali adeguatamente rinforzate bloccavano le manovre della cavalleria nemica, e una volta sfondato lo schieramento persiano, iniziarono a chiudere sul grosso del nemico. A questo punto, sentendosi circondati e vicini alla disfatta, i Persiani ruppero lo schieramento e si dettero alla fuga verso le navi.

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La battaglia di Maratona - Schema battaglia

Fu in quel momento, come spesso accadeva nelle battaglie dell’antichità, che lo scontro si trasformò in un massacro. I Greci si gettarono sui Persiani in fuga facendone strage, solo pochi riuscirono a prendere il mare verso la salvezza. Secondo gli Ateniesi 6.400 morti persiani furono raccolti sul campo, la cifra forse è un po’ esagerata ma probabilmente non molto lontana dal vero, visto l’evolversi della battaglia. Dal canto loro, gli Ateniesi contarono solo 192 morti, tra questi anche il polemarca Callimaco. Anche questa cifra può sembrare poco credibile ma poiché il grosso delle uccisioni avvenne dopo la rottura dello schieramento e durante la fuga dei Persiani, può considerarsi realistica.

Secondo l’uso riservato agli eroi in Grecia, i cadaveri dei caduti furono cremati e, sul luogo stesso della battaglia, fu eretto un tumulo visibile ancora oggi. Alcuni scavi effettuati nella zona hanno evidenziato i resti di numerosi roghi.
Quel che conta è che, per la prima volta, un’armata greca aveva sconfitto un esercito persiano in campo aperto. La vittoria era totale e la leggenda dice che Fidippide, oplita e messaggero, fu spedito ad Atene per annunciare la vittoria e dopo aver corso fino ad Atene cadde morto dopo il suo annuncio.

Prendendo atto della sconfitta, Artaferne si riunì con i superstiti della battaglia, gli restava solo la speranza di doppiare rapidamente il capo Sunio e attaccare Atene di sorpresa mentre l’esercito degli opliti era ancora a Maratona. Ma Milziade, prevenendo i suoi piani, concedette ai propri soldati solo poche ore di riposo dopo la battaglia e si mosse subito con l’esercito verso la città. Raggiunta Atene dopo sole otto ore di marcia, Milziade schierò gli uomini sulle mura in modo da dissuadere ogni tentativo offensivo della flotta persiana. Le navi persiane, giunte in vista d’Atene, trovarono dunque l’esercito della polis pronto ad attenderle e non ebbero altra scelta se non quella di invertire la rotta.
Sconfitto Artaferne fece vela per le coste dell’Asia.

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Le conseguenze

La sconfitta dei Persiani rilanciò il prestigio di Atene, ma questo suscitò anche risentimento e gelosie nelle altre poleis greche. Del resto, anche di fronte alla minaccia persiana, in Ellade nessuna “unione sacra” si era formata, anzi, gli Spartani di fatto avevano temporeggiato: solo qualche giorno dopo la battaglia i 2000 opliti lacedemoni avevano raggiunto il campo e, del resto, nemmeno Atene aveva mosso un dito per portare aiuto alla sfortunata Eretria.

Gli Ateniesi comunque approfittarono della vittoria per continuare la loro politica di potenza. La costruzione della flotta andò avanti e si raggiunse il rilevante numero di 300 triremi, mentre le fortificazioni del Pireo furono completate. Atene non rinunciò nemmeno alle proprie divisioni interne, ne è esemplare la fine di Milziade un anno dopo la vittoria di Maratona.

L’impero persiano, da parte sua, patì la sconfitta come una grande umiliazione, maggiore anche di quella subita col saccheggio di Sardi da parte della Lega Ionica. La mente di Dario rimase sempre occupata dal pensiero della rivincita; le risorse dell’Impero erano immense come immense erano le disponibilità militari che Dario poteva mobilitare. La prossima volta i Persiani avrebbero preso più sul serio gli Elleni e gli avrebbero scagliato contro tutta l’enorme potenza dell’Asia.

Ma non toccò a Dario mettere in atto questi propositi: la morte lo colse, ancora afflitto dalla sconfitta, nel 486; nell’eredità che lasciò al figlio Serse c’era anche l’obbligo morale di punire il nemico di oltre Egeo.

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Le testimonianze

Da Erodoto, Le storie, L. IV

…. La battaglia di Maratona durò a lungo: al centro dello schieramento furono vincitori i barbari, là dove erano scherati gli stessi Persiani e i Saci; in questa parte dunque vinsero i barbari e operato lo sfondamento inseguirono i nemici verso l’interno; a entrambe le ali invece ebbero il sopravvento gli Ateniesi e i Plateesi.

Pur uscendo vincitori, lasciarono fuggire quei barbari che s’erano volti in fuga, e unite le ali combatterono invece contro quelli che avevano sfondato il centro del loro schieramento e li sconfissero. Poi si dettero ad inseguire i Persiani che fuggivano trucidandoli, finchè, giunti al mare, ricorsero al fuoco e tentarono di impadronirsi delle navi…

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