Ars Bellica

Battaglia di Isso

Ottobre 333 a.C.

Con delle marce forzate Alessandro affronta e sconfigge in campo aperto il "re dei re" Dario III ottenendo una grande vittoria e compiendo un grande massacro.

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Gli avversari

Alessandro il Grande (356 - 323 a.C.)

Alessandro

Succedette come re di Macedonia al padre Filippo II nel 336 a.C. Riconosciuto dalle città greche stratega pantocratore, diede il via alla spedizione contro la Persia e strappò a Dario III il suo impero. Inseguendo il sogno di realizzare l'impero universale, si spinse fino agli estremi confini orientali del mondo conosciuto, ma dovette rinunciare all'impresa quando i suoi uomini si rifiutarono di seguirlo oltre. Tornato in Occidente, morì improvvisamente a Babilonia nel 323 a.C., forse in seguito a un attacco di febbre malarica.

Il complesso delle gesta di Alessandro Magno fu gigantesco e l'imponenza delle sue vittorie e delle sue conquiste impressionò vivamente le fantasie dei popoli, tanto che della sua figura si impadronirono le leggende popolari della Persia e dell'India e il suo ricordo, a distanza di tanti secoli, sopravvive ancora in quelle lontane regioni.
Fin dai tempi più antichi la figura e le imprese del grande sovrano furono oggetto di raffigurazioni idealizzate da parte di artisti e letterati. La tradizione ricorda i ritratti eseguiti per ordine dello stesso sovrano dallo scultore Lisippo, dal pittore Apelle e da Pirgotele (il solo incisore autorizzato da Alessandro ad effigiarlo su gemme), nei quali è già evidente la tendenza a un'iconografia che presenta Alessandro Magno come un eroe, un sovrano ispirato dalla divinità. Così, nelle raffigurazioni di Alessandro Magno con l'aquila, l'egida (il mitico scudo di Zeus), il fulmine è facile vedere un parallelo con il padre degli dèi. Le raffigurazioni medievali della leggendaria ascensione di Alessandro Magno in cielo, tratte da un romanzo del sec. III d.C., si possono interpretare come una prova della divinità del sovrano. Nel campo letterario, sono da ricordare le numerose opere medievali nelle quali Alessandro Magno compare come esempio del perfetto cavaliere.

Così idealizzato, il ruolo storico effettivo di Alessandro Magno risulta spesso di difficile definizione e nel complesso delle sue azioni e dei suoi risultati sembra vano e artificioso ricercare un'idea unica e continua che ne definisca la base, il filo conduttore. Alcuni tra i critici moderni, seguendo i giudizi degli antichi, hanno considerato Alessandro Magno come una delle grandi figure della storia e ne hanno esaltato la figura e le imprese; altri, hanno cercato di abbassare la sua personalità avvicinandola a quella di altri personaggi dotati di notevole intelligenza e favoriti dalla fortuna. Oggi non si può più ben discernere ciò che nell'opera di Alessandro Magno è concezione sua individuale e ciò che fu il concorso, preponderante o subordinato, dei suoi collaboratori e dell'ambiente. È un fatto però che Alessandro Magno in un decennio appena, dal 334 al 323 a.C., riuscì a riunire in sé le strutture politiche più diverse e ad accentrare nella sua personalità elementi disparatissimi, quali il greco, il macedone e l'asiatico. La sua storia appare un continuo fluire di azioni nel volgersi degli avvenimenti e nel raggiungimento di risultati ben diversi da quelli forse previsti, ma sempre dominanti. Dal 334 fino al suo ritorno a Babilonia, Alessandro Magno si trovò di fronte a problemi nuovi e sempre più complessi e seppe risolverli con la sua abilità strategica, tattica e politica. Terminata la conquista, si trattava di darle forma definitiva e alla politica tesa, per così dire, prevalentemente a sopravvivere, si doveva sostituire una politica di ricostruzione: l'antico problema dei rapporti fra Grecia, Macedonia e Oriente si ripresentava a lui con la stessa intensità con cui si era presentato all'inizio della grande spedizione, ma in condizioni materiali e morali molto cambiate in quel decennio.

A Babilonia, quando ambasciatori greci e macedoni vennero in città per ossequiarlo, Alessandro Magno si trovò per la prima volta di fronte ai risultati della sua conquista. Egli aveva sentito di non poter essere esclusivamente né greco, né macedone, né asiatico e di non potersi chiudere in una formula definita; un unico principio gli avrebbe tolto infatti l'appoggio di tutti gli altri. La morte prematura non gli permise di iniziare effettivamente la sua politica di ricostruzione, e non possiamo indovinare le fasi attraverso cui sarebbe passato, né presumere quali battaglie e quali trionfi avrebbe ancora potuto conseguire. Alessandro Magno resta a ogni modo una delle più grandi figure della storia, il simbolo di un grande momento della storia universale.


Dario III Codomanno della dinastia degli Achemenidi (380 - 330 a.C.)

Dario III

Fu elevato al trono persiano nel 335 a.C. dopo una sanguinosa serie di congiure di palazzo seguite alla morte per avvelenamento di Artaserse III. Venne Sconfitto ripetutamente da Alessandro il Grande a Isso e a Gaugamela.

Nonostante le clamorose sconfitte, Dario però non volle darsi per vinto e Alessandro lo inseguì a nord verso Ecbatana, capitale della Media, quindi verso l'attuale Teheran e infine ancora più a est. Nel corso di questo inseguimento, però, Dario fu fatto prigioniero da un suo vassallo, il satrapo della Battriana, e fu assassinato proprio nel momento in cui stava per cadere nelle mani di Alessandro. I suoi ultimi difensori furono presi uno dopo l'altro dopo una serie di azioni militari estremamente difficili, che videro cadere un numero incalcolabile di soldati.

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La genesi

Per trent'anni le poleis greche avevano combattuto tra loro la guerra del Peloponneso (431 - 362 a.C.) e tutte ne erano uscite disgregate e vulnerabili, persino Sparta e Atene che ormai volgevano al declino. Dalla loro debolezza trasse vantaggio il piccolo regno settentrionale di Macedonia sul cui trono sedeva Filippo II Argèade. Messe in guardia dalle violente orazioni di Demostene, che da Atene tuonava contro l'arroganza di Filippo, le poleis greche si strinsero allora nella Lega Ellenica, che però fu battuta nel 338 a.C. a Cheronea, in Beozia, dalla cavalleria macedone: dalla Tessaglia al Peloponneso, la Grecia subiva il potere di Filippo II che, per provvedere alla pacificazione e al riordinamento del paese, promosse una Lega Panellenica, cioè una lega di tutti i Greci. Egli stesso ne assunse il comando e si propose come guida nella lotta che intendeva intraprendere contro la Persia, l'eterna nemica fin dai tempi di Maratona e Salamina. L'esercito panellenico era praticamente in marcia, e alcune avanguardie si trovavano già in Asia Minore, quando un oscuro intrigo di palazzo fece passare la corona sulla testa del principe Alessandro, terzo nel nome come re di Macedonia, che gli Elleni chiamarono subito Alessandro il Grande.
Il giovane sovrano, che era stato allevato nello spirito greco dal suo maestro Aristotele, continuò la politica del padre e nel 334 a.C., dopo aver sedato una serie di ribellioni contro il suo potere in Grecia, mosse contro l'impero persiano sul cui trono sedeva il gran re Dario III Codomanno.

mosaico
Mosaico d'età romana raffigurante Alessandro Magno e Dario dalla Casa del Fauno di Pompei.

La calda estate del 333 a.C. volgeva ormai al termine quando l'esercito panellenico guidato da Alessandro il Grande raggiungeva la Cilicia, nell'Anatolia sud-orientale, con l'intenzione di forzare gli accessi montuosi alla Siria per colpire il cuore dell'impero persiano. Da appena un anno il giovane re di Macedonia aveva ripreso il sogno paterno di intraprendere quella che egli considera una "nuova guerra di Troia" ed era sceso in campo contro Dario III, il gran re dei Persiani.
In mezzo all'Ellesponto aveva sacrificato un toro a Poseidone dio del mare e, messo piede in terra d'Asia, era voluto salire fino a Troia per rendere omaggio ad Atena Iliade. Poi, sicuro del proprio valore e del favore degli dèi, si era avventato contro i satrapi dell'Asia Minore, vassalli del gran re, e si era impadronito dei punti chiave della penisola anatolica. Le città greche della costa lo avevano accolto come un liberatore. Ma ciò che adesso il giovane condottiero si apprestava a fare era audace e pericoloso perché si lasciava alle spalle truppe nemiche ancora in armi e la flotta persiana intatta.

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La falange macedone

Il periodo ellenistico si apre con le riforme alle dottrine e ai regolamenti dell'età classica, introdotte da Alessandro Magno, sulla base delle esperienze del secolo che va dalla guerra del Peloponneso al suo regno. Il fante della falange macedone aveva avuto, anzitutto, un alleggerimento delle varie parti del suo corredo di armi, uno scudo più piccolo e una lancia assai più leggera benché più lunga. Lo schieramento della fanteria in ordine di battaglia continuò a essere il sistema rigido che sino dai tempi «omerici» aveva avuto il nome di falange, ma questo stesso nome, almeno nell'uso moderno, indica appunto la regolamentazione della falange macedone, introdotta da Filippo II in base allo studio e alle esperienze di Epaminonda.

La falange macedone era caratterizzata da diversi nuovi fattori: la sarisa, detta di solito sarissa, una lunga lancia di circa 4,30 metri; la profondità dello schieramento che aveva raggiunto le 16 linee (l'uomo di prima linea che comandava tutta la fila conservava il grado di decadarca, suggerendo che l'originario schieramento fosse sulla profondità di 10 e non 16 linee); la maggiore flessibilità della falange, determinata dall'introduzione al centro dello schieramento di alcune linee di fanti leggeri e arcieri e dalla suddivisione della massa della fanteria falangitica in unità pari ai reggimenti, le taxeis, di 1500 uomini l'una, a loro volta suddivise in locoi, compagnie; l'accresciuta sicurezza, grazie alla protezione dei fianchi e della parte posteriore dello schieramento ottenuta con l'impiego tattico della cavalleria, delle fanterie leggere e, in caso di necessità, delle truppe speciali (arcieri e frombolieri).

falange
La falange macedone

Con questo nuovo sistema si erano rimediati alcuni dei gravissimi inconvenienti che impedivano all'antica falange oplitica di essere di qualche utilità nel combattimento in campo aperto su distese pianeggianti molto vaste. Però rimanevano altri inconvenienti assai seri. Di fronte a un attacco frontale, la falange macedone si presentava terribile per la serie di lance che sporgevano sulla sua fronte, micidiali per il nemico attaccante in avvicinamento. Però continuava a essere assai problematica ogni conversione, per la difficoltà di movimento su se stessi, sia parziale che totale, di uomini di armamento così ingombrante, tanto più che sui fianchi e a tergo non si potevano schierare uomini così scelti come i pezetairoi (fanti ad armatura pesantissima) e soprattutto i decadarchi della prima fila. D'altra parte, per assicurare qualche maggiore possibilità di manovra, le taxeis venivano tenute separate fra loro, ma, a questo modo, tra l'una e l'altra unità dovevano essere lasciati corridoi che, se erano utili per la manovra, servivano anche al nemico per infiltrarsi e impedire di tenere fermo l'allineamento.

schema falange
Il tipico schieramento d'attacco della falange macedone: davanti gli psiloi (1) armati alla leggera in prima linea; subito dietro la falange vera e propria (2), come nella figura sopra, con gli opliti, armati con la lunga sarissa, disposti in 16 linee (le prime linee hanno la lancia in posizione abbassata per l'attacco); nelle retrovie i peltasti (3), provvisti di lancia corta; ai fianchi la cavalleria (4).

In questo periodo venne inaugurato anche un nuovo tipo di fanteria pesante messo regolarmente in uso dai Macedoni fu quello composto dagli ipaspisti o Hypaspistai. Essi avevano uno scudo analogo a quello dei peltasti; cioè la piccola pelta rotonda o a forma di cetra, e il loro armamento, nell'elmo, corazza, schinieri e sarisa non differiva sostanzialmente da quello dei pezetairoi, gli opliti falangitici, ma si trattava di un corpo scelto, di particolare prestanza, destinato a rafforzare e trascinare la normale fanteria di linea della falange. Con questo rinforzo di truppe scelte, la falange macedone rimase, con Alessandro e con i re suoi successori, la base che consentiva il largo impiego di fanteria leggera e di cavalleria. Questi corpi si sentivano a loro volta appoggiati alle spalle da una fanteria che non decideva più le battaglie come faceva in epoca classica, ma le rendeva possibili, garantendo il massimo coefficiente di sicurezza tattica possibile.
In alcune battaglie di Alessandro Magno la fanteria pesante, sotto la sua guida personale, ebbe parti importanti, come accadde a Isso nel 333; in genere, però, questi furono casi nei quali fu sfiorata la sconfitta appunto per l'estrema difficoltà di far tenere lo schieramento a una truppa pesante, il cui ordine di battaglia era utile solo in una formazione molto serrata.

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La cavalleria di Alessandro

Nell'evoluzione dell'arte greca della guerra del sec. IV si ha quindi quel continuo accrescimento di importanza delle fanterie leggere e della cavalleria, che già stava delineandosi alla fine del secolo precedente, mentre la fanteria pesante passa a una funzione di appoggio. Alessandro adattò, anche meglio di suo padre, i nuovi ordinamenti alle necessità della guerra su vaste distese di pianura, opponendo l'azione elastica e ardita della fanteria leggera persino alla cavalleria e ai carristi, facendo colpire i cavalli e scavalcare i cavalieri, o rovesciare le carrette da combattimento. Arcieri e frombolieri, insieme ai fanti leggeri e al loro giavellotto, furono spesso in grado di decidere i combattimenti. Alessandro aveva fanti leggeri e arcieri che furono gli autori della vittoria di Gaugamela, ove riuscirono a infrangere l'urto dei carri armati persiani. Con questi nuovi sviluppi dell'arte della guerra, sia al comando, sia nei ranghi occorsero uomini non solo dotati di muscoli, coraggio e buona fede, ma gente sicura di determinate tecniche, padrona dell'uso delle proprie armi, in sostanza gente del mestiere, come soltanto poteva ottenersi da ufficialità e truppe di professione.
Il trionfo del mercenarismo fu, quindi, anche una conseguenza delle nuove tecniche militari, almeno in eguai misura di quanto fu la conseguenza di un nuovo corso economico e sociale per cui ormai non era più possibile distogliere i cittadini dai loro affari per mandarli a combattere, mentre era assai più vantaggioso assoldarne altri che combattessero al posto dei cittadini e con maggiore capacità e quindi efficacia.

Con Alessandro e dopo di lui, cavalleria e fanteria leggera decisero le guerre; ma nel corso del III secolo tutti ebbero eccellenti cavallerie, che finirono per neutralizzarsi a vicenda, lasciando così le fanterie falangetiche ad affrontarsi nuovamente all'uso antico. Alessandro Magno aveva cavalleria nella proporzione di 1 a 2 rispetto alla fanteria pesante, ma nel corso del III secolo si scese nuovamente sino alla proporzione di 1 a 8, divenuta abituale quando il nemico maggiore fu l'esercito romano, debole nella cavalleria e fortissimo nella fanteria. Il periodo aureo della cavalleria ellenistica fu quindi assai più breve di un secolo, e fu strettamente connesso con il periodo migliore dell'impiego degli arcieri, dei frombolieri e, in genere, della fanteria leggera. Alessandro sviluppò gli effettivi e l'importanza della cavalleria impiegandola in tutti i modi possibili, cioè in avanguardia (esplorazione, disturbo, combattimento di cavallerie contrapposte); in azione di appoggio e di carattere complementare (che poteva divenire decisivo) sui fianchi e sul tergo dello schieramento di fanteria; in attacco frontale per penetrare nello schieramento nemico e sconvolgerlo.

Dei tre impieghi della cavalleria il terzo era il più nuovo, il preferito di Alessandro, quello con cui la cavalleria divenne la forza decisiva delle battaglie. Alessandro aveva varie specialità di cavalleria fra cui i normali cavalleggeri di tipo tradizionale e poi altri che usavano una corta lancia, lo xyston, che si contrapponeva alla cavalleria persiana armata di corte spade e giavellotti. Quest'ultimo tipo di cavalleria ebbe poi varie specialità negli eserciti ellenistici, nei quali si ebbe anche cavalleria armata di solo giavellotto e di giavellotto e spada. Gli arcieri a cavallo non ebbero mai largo impiego negli eserciti ellenistici come ebbero in quelli dei paesi iranici. Inoltre si ebbe la cavalleria catafratta (corazzata), dando armatura al cavaliere e al cavallo, e armando l'uomo con la sarisa; si creava così la terza specialità della cavalleria, i lancieri corazzati, inattaccabili dalla fanteria, ma inevitabilmente senza scampo qualora disarcionati.

La cavalleria catafratta era anch'essa copiata da esempi asiatici, e si differenziavano i reparti corazzati con armature di piastra metallica e quelli difesi con cotte di maglia di ferro o di bronzo, combattenti soprattutto con le loro lunghissime lance e facendo conto su un elemento non sempre facile da ottenersi in larga misura, cioè cavalli di costituzione abbastanza robusta da poter sopportare la propria armatura e un uomo, pure pesantemente corazzato. Occorrevano cavalli di grandi dimensioni, e li si ottennero incrociando i grandi cavalli nesei, di origine asiatica, con cavalli libici, ottenendo esemplari di notevole robustezza muscolare e di grandi proporzioni senza cadere nelle varietà da tiro e da lavoro pesante.

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Gli eserciti

L'armata che Alessandro aveva portato con sé in Asia era il frutto di una lunga evoluzione dell'arte militare ellenica e in gran parte risaliva alle riforme militari di suo padre Filippo.
Il nucleo principale dell'esercito era composto dalla fanteria dei Pezetairoi, in massima parte di etnia macedone, che muniti di una picca lunga fino a sei metri, la sarissa, componevano la falange. A differenza delle città stato greche i Macedoni, noti come allevatori di cavalli da tempi immemorabili, avevano sviluppato anche una forte componente di cavalleria pesante, in specie i reparti d'elite degli Hetairoi (compagni); vari reparti di fanteria e cavalleria leggera, spesso di etnia non ellenica, fornivano la componente esplorativa e di mobilità dell'esercito.
L'esercito macedone si schierava sul campo suddiviso in tre corpi principali: l'ala destra di cavalleria pesante della quale facevano parte gli Hetairoi l'ala sinistra di cavalleria leggera composta in genere da Macedoni, Tessali o Greci mercenari; il centro composto dalla fanteria in cui si schierava la falange. Di solito, sulla destra della falange c'erano anche unità di Hypaspistoi ton hetairon, che avevano il compito di difenderne i fianchi vulnerabili. Nelle prime fasi di movimento le formazioni maggiori venivano precedute dalla fanteria leggera composta da frombolieri, arcieri e lanciatori di giavellotto.
Lo studio delle battaglie combattute dall'esercito macedone mostra uno schema tattico ricorrente che può essere definito "incudine e martello".

La battaglia veniva aperta da un deciso attacco della cavalleria pesante degli hetairoi contro il fianco sinistro dello schieramento nemico, mentre la cavalleria leggera assumeva un atteggiamento difensivo estendendo il fronte per prevenire un eventuale tentativo di aggiramento. Subito dopo si muoveva la falange volgendo contro il centro nemico e avanzando a scaglioni da destra.
Quando la pressione della falange cominciava a farsi sentire, la cavalleria pesante operava una conversione a sinistra diventando il martello che schiacciava il nemico sull'incudine costituita dalla linea dei falangiti, irta di picche.

sarcofago
Fregio di sarcofago raffigurante la battaglia.

L'esercito persiano, da par suo, era una vera armata internazionale nella quale confluivano numerosi mercenari di origine ellenica che combattevano con il tradizionale metodo oplitico.
La falange ellenica al soldo dei Persiani costituiva di solito il centro dello schieramento attorno al quale si disponevano le moltitudini della fanteria orientale, armata alla leggera. La cavalleria, di gran lunga più efficiente, era costituita da reparti pesanti e da arcieri montati, privi di protezione. La cavalleria pesante persiana era simile a quella macedone alla quale si ispirava e costituiva il punto di forza dell'esercito di Dario.
Il cavaliere persiano era protetto da una corazzatura di maglia o di piastre di ferro, sulla quale indossava un'ampia casacca tessuta o ricamata a vivaci colori; non è certo se sotto il copricapo di feltro, con cui le fonti iconografiche lo rappresentano, portasse o meno un elmo o, comunque, una cervelliera di ferro o di bronzo. L'armamento offensivo era costituito da due giavellotti o da una lancia (xiston) e un giavellotto; per il combattimento ravvicinato il cavaliere persiano disponeva di una corta sciabola ricurva da usare prevalentemente di taglio. Da nessuna fonte risulta che usassero lo scudo.

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La battaglia

Mentre Alessandro marciava lungo la stretta fascia costiera della Cilicia meridionale verso Beilan, "la porta della Siria", l'esercito di 600.000 uomini che Dario III aveva approntato nelle satrapie orientali si era accampato nei pressi della cittadina di Sochi, che più tardi sarebbe diventata Antiochia.
Per tagliare i contatti tra i Greci in marcia e la base temporanea che essi avevano stabilito nel piccolo porto di Isso, l'esercito persiano aveva compiuto una contromarcia sul loro fianco sinistro ed era piombato sulla cittadina di mare massacrando i numerosi feriti che vi avevano trovato rifugio.
Alessandro non si lasciò intimorire né dal numero dei nemici né dal pericolo di rimanere tagliato fuori dalla costa e tornò sui suoi passi fino al fiume Pinaro, sulla cui riva destra si erano schierati i Persiani.
Il campo di battaglia sarebbe stato la piana tra il mare e la montagna, larga in quel punto appena un miglio e mezzo, ed entrambi gli eserciti si trovavano nella strana situazione di avere la propria linea di comunicazione sbarrata dal fronte opposto.
L'esercito di Alessandro, forte di 40.000 uomini, si schierò là dove la fascia costiera si allargava appena e si dispose in ordine di combattimento secondo uno schema tattico ben collaudato. La cavalleria prese posizione suIle due ali dello schieramento: a destra quella macedone degli Hetairoi comandata da Alessandro, a sinistra quella greca e tessala con il generale Parmenione. La linea di fanteria che si dispose al centro era composta da due unità di Hypaspistai al comando di Nicanore, e dalle unità della falange guidate rispettivamente da Ceno, Melangro, Tolomeo, Perdicca e Aminta, i fedeli generali che condivisero l'impresa e la gloria di Alessandro. All'estrema sinistra stavano le truppe mercenarie greche e gli arcieri cretesi.
All'ultimo momento, una linea di fanti, appoggiata da due gruppi di cavalleria, fu inviata verso la montagna per proteggere il fianco destro dello schieramento e per cercare di accerchiare la sinistra persiana.

schieramenti
La Battaglia di Isso - Schieramenti

L'esercito persiano aveva invece assunto una posizione difensiva, protetto dalle rive scoscese del fiume Pinaro fortificate ulteriormente con lavori di sterramento e palizzate. I 25.000 mercenari opliti, che costituivano il centro dello schieramento, erano affiancati ai lati dai 100.000 della fanteria orieritale armata alla leggera; sul fianco destro, quello appoggiato al mare, manovravano 50.000 cavalieri, mentre un contingente appiedato era stato inviato sulla sinistra per tentare un movimento aggirante. A causa del campo d'azione limitato, alcune migliaia di uomini che costituivano il resto dell'esercito asiatico erano state relegate dietro le prime linee, scaglionate in profondità. Dario aveva preso posizione al centro dell'armata.

attacco a sinistra
La Battaglia di Isso - Attacco a sinistra

Mentre la falange macedone iniziava ad avanzare verso il centro nemico, la cavalleria di Alessandro attraversò il fiume e piombò sull'ala sinistra persiana che non resse all'urto. La carica, tuttavia, portò troppo avanti gli Hetairoi che persero il contatto con il proprio centro. Nel varco creatosi si incunearono i mercenari greci al soldo dei Persiani, ma la falange riuscì ad allinearsi e il centro macedone, che ricevette l'urto, fu in grado di contenere l'attacco.

contrattacco
La Battaglia di Isso - Contrattacco persiano

Alessandro, riorganizzata la sua cavalleria, la scagliò contro il fianco dei mercenari greci che furono costretti ad abbandonare la posizione lungo il fiume, mentre la falange riprese ad avanzare esercitando una forte pressione sul centro persiano.
Intanto, sul lato a mare, il terreno aperto favoriva la cavalleria persiana che si lanciò all'attacco mettendo a mal partito quella tessala e greca di Parmenione che dovette ripiegare per prepararsi a un'ultima resistenza.

lato mare
La Battaglia di Isso - Attacco lato mare

Ma la battaglia si stava decidendo al centro. Sotto i ripetuti attacchi della cavalleria di Alessandro e incalzati dalla falange, i mercenari greci al soldo di Dario cedettero, provocando la rotta generale della fanteria persiana che si ammassava alle loro spalle: in pochi minuti decine di migliaia di uomini, che ancora non avevano neppure combattuto, si ritiravano in gran disordine.

rotta
La Battaglia di Isso - Rotta della fanteria persiana

In mezzo a loro anche Dario, il gran re, cercava scampo nella fuga. Vedendo l'esercito in rotta anche la cavalleria persiana, che pure verso il mare stava per avere la meglio, abbandonò rapidamente il campo e fu coinvolta nel disastro generale.
La battaglia era virtualmente finita, ma il massacro era appena cominciato. La cavalleria macedone si gettò all'inseguimento dei Persiani, 100.000 dei quali secondo le fonti greche rimasero sul campo - ma si tratta di cifre da prendere con beneficio d'inventario - mentre le perdite macedoni sommarono a poco più di 1.000 uomini; tra la massa dei prigionieri c'era anche la famiglia imperiale che Dario aveva abbandonato fuggendo.

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Le testimonianze

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, 17.32-36 (traduzione dell'autore)

17.32 Alessandro seppe che Dario era a sole poche giornate di marcia, quindi mandò Parmenione a controllare le porte di Siria. Dario mandò il suo bagaglio verso Damasco. Alessandro occupò Isso.

17.33 Quando gli esploratori riportarono che Dario era a solo 30 stadi di marcia e stava avanzando con tutto l'esercito in formazione di battaglia, Alessandro comprese che questa era l'occasione per "distruggere il potere persiano in una singola vittoria". Mandate le truppe leggere davanti alla falange egli prese il comando dell'ala destra col meglio delle sue truppe montate. La cavalleria tessala era sulla sinistra. Prima vi fu uno scambio di dardi tra le due formazioni, poi le trombe suonarono l'attacco e i due eserciti vennero a contatto.

17.34 La strategia di Alessandro e dei suoi compagni era quella di attaccare il gran re, e questo cercarono di fare. Gli ufficiali da ogni parte combatterono bene. Ci furono molti morti e molti feriti. Alessandro venne ferito ad una coscia. Quando i cavalli del gran re, terrorizzati dalla battaglia, minacciarono di sbalzarlo Dario salì su un secondo carro. A questo punto, Dario fu colto dal terrore e si mise in fuga con molti dei suoi uomini. Anche molta della cavalleria si diede alla fuga cercando scampo verso le città amiche.

17.35 I Macedoni allora si volsero verso il campo persiano dove presero molto oro. Anche molte donne persiane furono prese.

17.36 Fu una vista pietosa vedere queste donne, di nobili natali, essere condotte via come schiave. Particolarmente pietosa fu la vista della famiglia di Dario, la madre, la moglie, due figlie in età da marito e un figlio di sei anni. I paggi reali prepararono la tenda di Dario e prepararono ogni cosa in modo che egli [Alessandro] di ritorno dall'inseguimento potesse prendere le proprietà di Dario come una sorta di offerta per la conquista dell'Asia.

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Le conseguenze

Dario era riuscito a fuggire, ma la sconfitta subita ad Isso aveva lasciato aperta ai Greci la via della Siria e della Fenicia e aveva inoltre dato un colpo mortale alla fama di invincibilità sul suo territorio dell'armata persiana. Biblo e Sidone furono subito assoggettate e risparmiate, ma la superba Tiro, che volle opporre resistenza, venne distrutta dopo un assedio di sette mesi. Nel 332 a.C. il Macedone strappò l'Egitto al dominio persiano e i sacerdoti di Hammon-Ra lo riconobbero come faraone attribuendogli onori divini. Sul delta del Nilo fondò la città di Alessandria, la prima delle tante che battezzò col suo nome. Tornato in Siria nel 331 a.C., Alessandro sconfisse di nuovo Dario a Gaugamela, il "pascolo dei cammelli" sull'alto Tigri; poi, mentre il gran re trovava ancora una volta scampo nella fuga, raggiunse trionfalmente le capitali imperiali: Persepoli fu data alle fiamme con tutti i suoi tesori.

A Ecbàtana, la capitale estiva, Dario III venne assasinato nel 330 a.C. dal satrapo Besso, che si diede il titolo di re col nome di Artaserse IV, ma Alessandro, che si considerava ormai l'erede della dinastia persiana, lo inseguì a oriente fino al fiume Osso (Amu Darja), quindi lo catturò e lo Fece crocifiggere nel 329 a.C. Intanto conquistava il regno dei Parti e la Sogdiana, di cui sposò la principessa Ròssane, e nel 327 a.C. avanzava in territori sconosciuti corrispondenti agli odierni Afghanistan, Uzbekistan e Tagikistan.

Anche se si trovava ormai a 5.000 chilometri da Pella e a 3.000 da Babilonia, Alessandro continuò ad avanzare verso la valle dell'Indo e dei suoi affluenti, superando i limiti mai prima raggiunti da nessun altro conquistatore. Nel Punjab si scontrò con Poro, rajah di Lahore, e lo sconfisse sul fiume Idaspe (Jhelum); poi i suoi uomini si rifiutarono di procedere oltre per non essere inghiottiti dal "mare Oceano" che segnava il limite delle terre conosciute. L'avventuroso ritorno in Occidente, via mare e via terra, si concluse a Susa nel 324 a.C.; un anno dopo il grande Alessandro moriva a Babilonia mentre preparava una nuova spedizione verso l'Arabia. Aveva 33 anni e aveva regnato per 13.


Pubblicato il 15/04/2010