Ars Bellica

Battaglia di Canne

216 a.C.

La battaglia di Canne fu la più grande battaglia della seconda guerra punica ed è considerata tuttora un capolavoro dell'arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari.

CANNE

Gli avversari

Annibale Barca (247 – 183 a.C.)

annibale

Considerato uno dei più grandi strateghi della storia, diventò famoso per le sue vittorie nella seconda guerra punica.
Figlio di Amilcare Barca, che gli aveva inculcato l'odio contro Roma, era nato forse nel 247 a.C.. A 25 anni succedette al cognato Asdrubale nel governo dei territori spagnoli e dopo due anni trascorsi a completare la conquista dell’Iberia mise sotto assedio Sagunto (che cadde nel 219 a.C.), città alleata a Roma, e diede origine alla seconda guerra punica che da lui prese il nome di "guerra annibalica", poiché ne fu l'indiscusso protagonista.

Partito dalla Spagna, col suo esercito attraversò i Pirenei e le Alpi, scese quindi in Italia dove sconfisse le legioni romane al Ticino (218 a.C.), al Trebbia (218 a.C.), al Lago Trasimeno (217 a.C.) e a Canne (216 a.C.). Dopo la vittoria di Scipione in Tunisia fu richiamato in Africa nel 204 a.C. per difendere Cartagine e venne poi sconfitto da Scipione a Zama nel 202 a.C.

Dopo la sconfitta definitiva di Zama fu esiliato in Siria dal re seleucide Antioco III nel 195 a.C. e successivamente, dopo la sconfitta di Antioco III da parte dei Romani, in Bitinia presso il re Prusia I nel 189 a.C.. Qui si tolse la vita nel 183 a.C. per non cadere nelle mani dei Romani.


Lucio Emilio Paolo (? - 216 a.C.)

LucioEmilioPaolo

Lucio Emilio Paolo, patrizio appartenente all’antica gens Aemilia, nipote di Marco Emilio Paolo, fu console per la prima volta nel 219 a.C. con Marco Livio Salinatore e con cui condusse la seconda guerra illirica contro gli Illiri guidati da Demetrio di Faro. I consoli vinsero la guerra costringendo Demetrio a rifugiarsi presso Filippo V di Macedonia. Subito dopo però furono processati con l’accusa di non aver diviso equamente il bottino. Mentre Marco Livio Salinatore fu condannato Lucio Emilio Paolo se la cavò a stento.

Fu poi eletto per la seconda volta console nel 216 a.C., imposto con fatica dai nobili, a fianco di Gaio Terenzio Varrone, scelto dalla plebe.
Con Varrone, soprattutto a Canne, ebbe continue divergenze e contrasti di ordine ideologico e militare.
Fu tra le vittime della battaglia di Canne. Secondo la tradizione Paolo sarebbe morto eroicamente, rifiutando di fuggire con un cavallo che gli era stato offerto.


Gaio Terenzio Varrone

Pretore nel 218 a.C. Gaio Terenzio Varrone proveniva da un’oscura ma ricca famiglia di commercianti di carne.
Ottenne il consolato nel 216 a.C., con grande margine di voti sul collega Lucio Emilio Paolo, grazie all'appoggio della plebe stanca della guerra contro Annibale e sfiduciata della tattica del temporeggiatore Quinto Fabio Massimo.
Fu al comando delle legioni romane nella battaglia di Canne insieme al console Lucio Emilio Paolo. Fu nominato proconsole nel Picenum dal 215 al 213 a.C., e nel 208-207 a.C. fu inviato come propretore in Etruria contro l’avanzata del fratello di Annibale, Asdrubale. Nel 200 a.C. fu mandato come ambasciatore in Africa.

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Il luogo della battaglia

La più grande battaglia della seconda guerra punica fu combattuta il 2 agosto del 216 a.C. nei pressi di Canne.
Gran parte degli storici identifica il luogo della battaglia vicino a Canne nei pressi del fiume Ofanto, poco distante dalla città di Barletta, in Puglia.
Alcuni esperti, in conformità a recenti studi basati sull’esame dei documenti storici sulla battaglia di Canne e dei rilevamenti archeologici, hanno dimostrato che il luogo della battaglia sia da identificarsi non a Canne bensì più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore in località Ischia Rotonda vicino a Carlantino al confine tra Puglia e Molise (dalla parte pugliese), non molto distante da Campobasso.
Altri storici localizzano il luogo della battaglia di Canne nella valle del Celone presso Castelluccio Valmaggiore, un po’ più a sud. Ad ogni modo la battaglia di Canne rappresenta uno dei migliori esempi di accerchiamento tattico completo della storia militare.

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Verso la seconda guerra punica

Dopo aver completato l'unificazione dell’Italia peninsulare, i Romani si dovettero confrontare con Cartagine, superiore a loro per ricchezze, organizzazione militare ed esperienza politica. Era in gioco il predominio nel Mediterraneo: Roma poteva trasformarsi in una repubblica imperiale padrona del Mediterraneo occidentale o sparire di scena senza quasi lasciare traccia.

La vittoria della prima guerra punica aveva evitato il pericolo di una caduta e rafforzato la Repubblica oltre ogni previsione del Senato e del popolo romano. La Sicilia era diventata la prima provincia romana e il crollo dell'egemonia cartaginese aveva fatto di Roma la maggiore potenza del mondo antico.

Cartagine, però, non si rassegnava alla sconfitta e per porre rimedio alle perdite subite si volse alla Spagna dove, sulle coste meridionali, i Fenici avevano da secoli le loro più ricche colonie. Aiutata dalla famiglia dei Barcidi, estese la sua egemonia all'interno della penisola iberica fino alla linea del fiume Ebro approfittando del fatto che Roma fosse impegnata su altri fronti. Preoccupata dei successi cartaginesi in Spagna la colonia greca di Marsiglia, nel 225 a.C. convinse i suoi alleati romani a inviare ambasciatori ad Asdrubale. Ne seguì un trattato il cosiddetto "trattato dell’Ebro" per stabilire le rispettive sfere d’influenza nella penisola iberica, secondo il quale Cartagine non avrebbe esteso la sua espansione sul territorio spagnolo oltre il limite segnato dal fiume Ebro e Roma avrebbe mantenuto il controllo del territorio spagnolo nord-orientale, a difesa delle colonie dei Marsigliesi. Roma, però, nello stesso tempo aveva stretto alleanza con Sagunto, città iberica posta a sud dell’Ebro e quindi nella sfera di egemonia cartaginese, e questa sarà la causa scatenante della seconda guerra punica.

Infatti, nel 221 a.C., il comando delle milizie puniche in Spagna passò ad Annibale, contrario agli accordi con Roma. Era convinto, a ragione, che se Cartagine voleva continuare a esistere doveva riprendere il dominio del mare occidentale, e quindi eliminare Roma trascinandola in guerra. Annibale attuò pertanto una decisa politica di aggressione e nel 220 a.C. mise sotto assedio la città di Sagunto che, pur situata a sud dell’Ebro e quindi in una zona d’influenza cartaginese, era anche alleata dei romani. Quando Sagunto cadde e Roma ne pretese I'immediata restituzione, il secco rifiuto cartaginese costrinse Roma a dichiarare guerra alla rivale: nel marzo del 218 a.C. Romani e Punici scendevano in armi per la seconda volta.

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Annibale avanza su Roma

Anticipando i Romani che si preparavano a un’offensiva in Africa e in Spagna, Annibale con un imponente esercito di 26 mila uomini, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica e da più di trenta elefanti da guerra, passò l'Ebro, superò i Pirenei e si diresse verso le Alpi. Eludendo gli eserciti romani che cercarono di intercettarlo a Marsiglia, varcò le Alpi in appena quindici giorni, probabilmente attraverso il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il passo Clapier, con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri. Nell'autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura padana portando la guerra nei territori romani di più recente acquisizione.

Annibale in Italia
Battaglia di Canne - Annibale in Italia (Musei Capitolini)

In dicembre gli elefanti di Annibale (che non sopravvissero all'inverno) misero in fuga, prima sul Ticino e poi sulla Trebbia, le legioni dei consoli Publio Cornelio Scipione (padre del futuro “Africano”) e di Tiberio Sempronio Longo, mentre l'esercito cartaginese aumentava di numero per l'apporto dei Galli che accorrevano ad arruolarsi nelle sue file.

Dopo l'inverno del 217 a.C. passato nell'Italia settentrionale, l'esercito cartaginese ruppe le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale attaccò di sorpresa le truppe del console e le annientò la mattina del 22 giugno, lo stesso Flaminio fu tra le vittime, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo.

L'esercito cartaginese, ora, minacciava direttamente Roma. Vedendosi in pericolo il Senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo che evitò ogni scontro decisivo con i Cartaginesi, preferendo una tattica di contenimento e di logoramento e quindi accontentandosi di infastidire il nemico e di rendergli impossibile l'approvvigionamento.

Nel 216 a.C., scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli. Furono eletti Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. I due nuovi consoli, per non lasciare ancora a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell'esercito cartaginese, decisero di attaccare Annibale in Apulia, dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne. La sconfitta che i Romani subirono a Canne fu tremenda, la più grave che la storia della Repubblica registri.

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Gli eserciti

La legione romana

Secondo la descrizione fatta dallo storico Polibio (205-115/120 a.C.) una legione comprendeva 4.200 fanti e 300 cavalieri.

La fanteria era composta da 1.200 hastati, da 1.200 principes e da 600 triarii tutti divisi in 10 manipoli; i restanti 1.200 uomini, i più poveri e i giovanissimi, formavano la fanteria leggera dei velites, distribuita tra i vari manipoli. La cavalleria era organizzata in 10 reparti di 30 cavalieri. Al comando della legione stavano sei tribuni che rispondevano direttamente al console.

A fianco delle legioni romane si schieravano spesso contingenti di alleati, soprattutto latini e italici, organizzati nella stessa maniera ma con una cavalleria più numerosa, di 900 uomini divisi in 30 reparti. Il comando di queste truppe spettava a tre prefetti nominati dal console.

La tecnica di combattimento adottata dalle legioni romane mutò sostanzialmente il sistema tattico del mondo mediterraneo, da un secolo dominato dalla falange di tipo macedone o di tipo oplitico. La legione si distribuiva a scacchiera su tre ordini: il primo era formato dai manipoli degli hastati, intervallati da uno spazio pari a quello occupato da un manipolo; i vuoti erano coperti dai manipoli dei principes, che si schieravano sulla seconda linea; l’ultimo rango era costituito dai triarii, che coprivano gli intervalli lasciati dai manipoli di principes e che costituivano la riserva della legione. Durante le prime fasi della battaglia, davanti alla fanteria pesante prendevano posto i velites.


L’esercito cartaginese

I Cartaginesi erano mercanti accorti, tutti dediti ai loro traffici e alle loro attività. Ritenevano quindi inutile e controproducente dedicarsi personalmente alla pratica delle armi quando potevano reclutare in abbondanza truppe mercenarie tra le popolazioni soggette al loro dominio.

Nel periodo della seconda guerra punica le aree di reclutamento furono I'entroterra africano, da cui provenivano i famosi cavalieri leggeri numidi e la fanteria pesante libo-fenicia, e i territori coloniali iberici, che fornivano agli eserciti cartaginesi un'agguerrita fanteria medio-leggera e una buona cavalleria.

Secondo lo storico Polibio, Annibale si presentò in Italia con 12.000 fanti africani e 8.000 fanti spagnoli, 6.000 cavalieri tra Numidi e Iberici e più di 30 elefanti.

Le vittorie della Trebbia e del Ticino fecero accorrere nel suo esercito i Galli della pianura padana, spinti dall'odio verso Roma e dalla brama di saccheggio; molti Italici del centro-sud si unirono ad Annibale dopo la vittoria del Trasimeno. Con questo esercito, costituito da popoli diversi che avevano differenti tradizioni militari ma organizzati e ordinati dal genio di Annibale, il Cartaginese tenne in scacco per anni la potenza di Roma.

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Le forze in campo e gli schieramenti a Canne

L'esercito romano si era accampato sulle due rive del fiume, a circa tre miglia dal villaggio di Canne, nei cui pressi Annibale aveva posto il campo.

Di fronte ai Romani e sotto il comando del genio militare di Annibale stava I'esercito cartaginese, composto da contingenti di vari popoli, costituito da 35.000 fanti tra cui i 10.000 veterani africani, e da 10.000 eccellenti cavalieri numidi, celti e iberici.

L'armata romana a Canne era forte di otto legioni romane più altrettante alleate e di due ali di cavalleria, per un totale di circa 80.000 fanti e 6.000 cavalieri; al loro comando si alternavano giornalmente, secondo la consuetudine, i due consoli in carica: Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo. Questo meccanismo creava non pochi problemi perché Varrone era impetuoso e inesperto, era ansioso di confrontarsi con Annibale, confidando nella superiorità dei propri numeri, quasi doppi rispetto a quelli nemici; invece Emilio Paolo era più navigato, era un “fabiano”, contrario a intraprendere azioni militari troppo aggressive e, per questo, più cauto.

La forza e la compattezza dell'esercito nemico aveva consigliato al console Emilio Paolo la prudenza: le ferite della Trebbia e del Trasimeno erano ancora aperte e la Repubblica non avrebbe sopportato la perdita di un altro esercito. Perciò a Canne egli aveva stabilito due accampamenti: il principale più a nord sulla riva sinistra del fiume e l'altro, più piccolo di appoggio, sulla riva destra del fiume da dove controllare, in posizione di relativa sicurezza, le mosse di Annibale.

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Annibale fu molto abile ad attirare da questa parte del fiume i romani: collocò il campo dal lato sinistro del fiume per impedire che questi potessero penetrare verso il terreno collinoso più a sud, dove la sua cavalleria si sarebbe trovata a disagio, poi mostrò la sua volontà di combattere, ma nella pianura a destra del fiume. Con una serie di studiati espedienti spinse il più avventato dei due consoli a dare battaglia. Conosceva bene la natura dei due consoli e decise di sfruttare l'irruenza di Vrarrone nel giorno in cui questi aveva il comando, avendo anche immaginato la tattica che questi avrebbe scelta: quella di sfondare la linea cartaginese col puro peso dei numeri. Annibale varcò quindi con l'esercito il fiume e finse di portare l'attacco al campo sud dei Romani. Varrone, per mancanza di acume militare o forse per ambizione, non volle perdere l'occasione di dare battaglia campale e, contro il parere di Lucio Emilio Paolo, schierò l'esercito al completo.

A Canne, accettando di combattere sul campo scelto da Annibale, i romani si trovarono in uno spazio comunque troppo stretto per schierare tutte le loro forze. Con la sottrazione di 10.000 uomini (due legioni) che attaccarono il campo di Annibale, circa 70.000 fanti: 55.000 pesanti e 15.000 leggeri, disposta su tre ranghi secondo il tradizionale ordine manipolare. Livio racconta che a Canne Varrone dispose le fanterie schierando i manipoli molto più vicini e con profondità maggiore. Anche Polibio, nei suoi scritti, conferma che i manipoli romani a Canne erano più fitti del solito e molto più profondi che larghi. In questo modo, però, s’impediva ai romani qualsiasi movimento. Non è chiaro quale fosse il motivo di questa scelta, probabilmente per esercitare una pressione fisica simile a quella degli opliti greci, anche se molti storici non concordano con questa ipotesi, tuttavia Polibio racconta che a Canne la prima linea di Annibale è costretta a ritirarsi perché "oppressa dalla massa", e questo sembra confermare l'ipotesi. Ai fianchi si schierarono i due contingenti della cavalleria: alla destra, dalla parte del fiume, la cavalleria romana (2.400), alla sinistra quella degli alleati italici (3.600).

Per Annibale, viceversa, il campo era tutt’altro che limitato: ai fianchi degli schieramenti di fanteria si aprivano due ampi e comodi corridoi, nei quali la sua cavalleria avrebbe potuto manovrare agilmente. Inoltre giocavano a suo vantaggio il pendio leggero che avrebbe agevolato le cariche della sua cavalleria e il vento che soffiava da sud-est dalle spalle del suo schieramento buttando polvere negli occhi dei romani.
Conoscendo il modo di combattere dei romani e prevedendo la tattica che avrebbero utilizzato, Annibale sapeva che per avere una speranza di vincere a Canne avrebbe dovuto contenere la pressione delle massicce colonne legionarie per il tempo necessario a permettere che la sua cavalleria, superiore a quella romana, prendesse il nemico alle spalle.

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Battaglia di Canne - Gli schieramenti

Divide dunque i veterani libici (10.000) in due unità ordinate in ranghi assai più profondi del consueto e li schiera agli estremi del suo centro ma in posizione alquanto arretrata, ad essa, come vedremo, spetterà un compito importante.
Dispone poi il resto delle fanterie pesanti (19.000), formato dai mercenari galli e dagli iberici, a formare un arco, la cui parte convessa è verso il nemico, assottigliando progressivamente i ranghi verso le estremità dello schieramento, dove, con il convergere dei nemici verso il centro, l’urto sarà meno violento e diretto. Occorre però che il centro, più forte e numeroso, arretri senza spezzarsi, deve resistere il più possibile alla pressione nemica e dare il tempo materiale per operare l'aggiramento. I tempi sono dettati e scanditi dall'azione della cavalleria, che deve sopraffare le ali nemiche per chiudere l'aggiramento. La cavalleria è disposta in maniera asimmetrica, un'ala più forte e numerosa alla sinistra, la cavalleria pesante gallica e iberica (6.500), e una di contenimento alla destra, la cavalleria leggera numida (3.500).
Lo schieramento è strettamente legato al piano di battaglia, è un unico meccanismo finalizzato alla distruzione dell'armata nemica. Come vedremo, ogni fase si svolse esattamente come egli aveva previsto.

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La battaglia di Canne

La battaglia di Canne si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: sulla sinistra romana, i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi Numidi, mentre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare.

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Battaglia di Canne - Fase 1

La cavalleria pesante di Annibale a Canne compì un'azione non comune nella storia militare: fece ben tre cariche nell’arco della battaglia, dimostrando di essere non solo sotto controllo, ma eccezionalmente misurata nello sforzo. Innanzitutto sulla sua ala caricò la cavalleria romana che, stretta com'era tra il fiume e la fanteria che stava avanzando, cedette dandosi alla fuga.

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Battaglia di Canne - Fase 2

Invece di mettersi all'inseguimento dei fuggitivi, si raccolse e, muovendo sul retro della fanteria romana che stava attaccando il centro avanzato dello schieramento cartaginese, con una seconda carica piombò addosso agli Italici ancora impegnati contro i Numidi. Nel frattempo il centro punico aveva già cominciato a indietreggiare lentamente, incalzato dalle pesanti colonne romane, sempre più compresse al centro a causa del progressivo convergere dei legionari all’istintiva ricerca di un contatto con il nemico.

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Battaglia di Canne - Fase 3

Con il ripiegare lento e continuo di galli e iberici, lo schieramento mantenne la forma ad arco ma passò dall’arco convesso iniziale ad un arco concavo. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti e, senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che chiusero la morsa, con perfetto sincronismo. Operarono un cambio di fronte e caricarono con forza portando scompiglio nelle serrate formazioni romane. La trappola di Canne è chiusa. La cavalleria pesante cartaginese, che aveva avuto la meglio sui cavalieri italici, assesta il colpo mortale ai romani caricandoli alle spalle. I Numidi, intanto, si gettavano all'inseguimento dei nemici in fuga. La fanteria romana era ormai circondata, costretta a combattere in spazi sempre più ridotti, comincia allora il massacro. Ogni elemento dell'esercito ha fornito un contributo essenziale ed irrinunciabile alla riuscita dell'impresa di Annibale a Canne.

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Battaglia di Canne - Accerchiamento finale

Nonostante la superiorità numerica, a Canne le legioni romane furono letteralmente fatte a pezzi.
La battaglia di Canne fu la peggiore disfatta della storia di Roma, cadde il console Emilio Paolo; cadde il console dell'anno precedente, Gneo Servilio; cadde l’ex maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e con essi, tra la folla dei morti anonimi, perirono entrambi i questori, ventinove tribuni militari, cioè quasi tutta l'ufficialità legionaria, ottanta senatori e un numero imprecisato di cavalieri. La grande armata romana, inviata a Canne per distruggere l'esercito di Annibale, è stata annientata: anche ad accettare non le cifre, spaventose e forse eccessive di Polibio, che parla di ben 70.000 morti, ma quelle più contenute di Tito Livio, Roma lascia sul campo della battaglia di Canne 47.500 fanti e 2.700 cavalieri, mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo a 15.000 dei suoi uomini è possibile fuggire, tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile del disastroso piano di battaglia.
Annibale a Canne perse 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.

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Le conseguenze della sconfitta a Canne

Roma assorbì il colpo della terribile sconfitta a Canne con insospettata energia. La sua immutata supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all'esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, il conflitto, dopo Canne, si trasformò in una guerra di esaurimento.
Naturalmente la schiacciante vittoria cartaginese a Canne favorì alcune defezioni: Capua aprì le porte ad Annibale, Bruzi e Lucani abbandonarono Roma, come Siracusa. L’Italia centrale però restò fedele alla Repubblica e con il ritorno alla strategia attendista di Fabio Massimo permise a Roma di riguadagnare gradualmente le posizioni perdute nel sud Italia.

Mentre Annibale si trovò in difficoltà, non riuscendo ad ottenere nuovi alleati e rinforzi per il suo esercito, Roma, con enorme sforzo, dopo la disfatta di Canne, riuscì a ricostruire il suo esercito fino ad avere ben 25 legioni.
Nel 214 a.C. Siracusa passò ad Annibale e contemporaneamente il re Filippo V di Macedonia si alleò con i cartaginesi contro Roma, ma nel 211 a.C. il console Claudio Marcello riconquistò Siracusa e l’intervento di Filippo V fu neutralizzato sul piano diplomatico.

Nel 210 a.C. il giovane generale Publio Cornelio Scipione, figlio del console che nel 218 a.C. era stato battuto sul Ticino, passò al contrattacco in Spagna, tra il 209 a.C. e il 208 a.C. batté ripetutamente ben tre eserciti cartaginesi.
Nel 207 a.C. Asdrubale, battuto da Scipione, riuscì ad attraversare le Alpi e a presentarsi nella pianura padana, con l’intenzione di unirsi al fratello Annibale. Ma i consoli in carica Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, riuscirono nella valle del Metauro a sbaragliarlo. Annibale non poteva più contare sui rinforzi dalla Spagna e disperando di ottenere soccorsi dalla madrepatria, si vide costretto a ritirarsi nel Bruzio.
Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l'Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Così nel 204 a.C. Scipione, riprendendo il progetto fallito cinquant’anni prima ad Attilio Regolo, minacciò Cartagine direttamente in Africa. Guadagnatosi l'alleanza del principe Massinissa di Numidia, per tutto l'anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi. La città fenicia, subiti i primi scacchi, richiamò Annibale in patria.
Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama che, diversamente da Canne, segnò la definitiva sconfitta di Cartagine.
Il trattato di pace imposto da Roma era durissimo, anche se non tale da annientare del tutto Cartagine: le clausole fondamentali prevedevano la consegna di tutta la flotta, tranne dieci navi e il pagamento di una fortissima indennità; Cartagine inoltre doveva rinunciare a tutti i suoi possedimenti al di fuori dell’Africa e riconoscere ai suoi confini un potente regno di Numidia governato da Massinissa, una sorta di gendarme di Roma in Africa; ai Cartaginesi inoltre non era concesso dichiarare guerra senza il permesso di Roma.
Da quel momento Roma poteva guardare al di fuori d'Italia non più come una delle potenze del Mediterraneo, ma come la potenza egemone del mare interno. Di lì a poco altre sfide, con gli eredi ellenistici del grande Alessandro aspettavano la Repubblica: la via dell'Impero era segnata.

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Battaglia di Canne - Le testimonianze

Tito Livio, Ab urbe condita libri

Annibale giunse alle pendici delle Alpi. In testa erano la cavalleria e gli elefanti che procedevano con estrema lentezza per gli stretti sentieri; dietro veniva il grosso dell'esercito. Il nono giorno, raggiunto il valico, iniziò la discesa che si rivelò assai più difficile della salita perché nella notte era caduta molta neve. Giù per i sentieri scoscesi, uomini e cavalli sdrucciolavano sulla molle poltiglia, scoprendo l'insidioso ghiaccio sottostante. A un certo punto la colonna trovò la strada sbarrata da una roccia e nessun'altra uscita restava ai soldati se non spaccare la pietra. Per quattro giorni i soldati lavorarono senza concedersi un momento di riposo, finché non fu aperto un varco largo abbastanza da lasciar passare gli elefanti.

Polibio, Storie, III, 116

I Romani, finché poterono combattere volgendosi da tutti i lati contro quanti li avevano accerchiati, resistettero: ma, essendo ormai stati uccisi l'uno su l'altro gli uomini delle file esterne e trovandosi rinchiusi in breve spazio, infine tutti perirono sul campo, tra gli altri pure Marco e Gneo, i consoli dell'anno precedente, uomini valorosi, che anche durante quella battaglia si erano dimostrati degni di Roma. Mentre si svolgeva questo rovinoso combattimento, i Numidi, inseguendo i cavalieri in fuga, ne uccisero la maggior parte e sbalzarono gli altri da cavallo. Alcuni pochi scamparono a Venosa, fra gli altri il console Gaio Terenzio, uomo di animo ignobile, che durante il suo periodo di governo nulla aveva saputo compiere di vantaggioso per la patria.


Pubblicato il 21/07/2009