Ars Bellica

Battaglie In Sintesi

Battaglia del Panaro

3 aprile 1815

Gli avversari

Federico Vincenzo Ferreri Bianchi, duca di Casalanza

Nacque a Vienna il 1º febbraio 1768 da padre comasco, ivi trasferitosi come intendente dei beni del principe di Liechtenstein, e da madre austriaca. Rimasto orfano, fu ammesso all'Accademia di ingegneria, da dove uscì ufficiale del genio nel 1788. Combatté nel 1789 contro i Turchi e nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria, passò tra le truppe del principe di Hohenlohe, battendosi poi a Landau (1792), a Valenciennes (1793), Landrecy (1794), e restando ferito a Charleroi (1794). Conseguito il grado di capitano, si distinse nel 1795 all'assedio di Mannheim, e l'anno seguente prese parte alla conquista di Brescia; si impegnò quindi negli scontri di Arcole e Rivoli, finendo però prigioniero nella successiva ritirata (1797). Liberato poco dopo, combatté al Tagliamento con l'esercito dell'arciduca Carlo e rimase in Italia anche dopo la pace di Campoformio, come aiutante d'ala del principe d'Oranges. Col grado di generale, partecipò a tutte le battaglie in Germania contro i Francesi. Nel 1812 prese parte, col contingente del principe di Schwarzenberg, alla campagna di Russia, imposta da Napoleone all'Austria, ma allorché questa insorse contro l'egemonia francese, egli tornò ad affrontare gli eserciti napoleonici nelle battaglie di Dresda e di Lipsia, contrapponendosi con la sua divisione al corpo di J. Poniatowski. Passò quindi all'inseguimento oltre il Reno delle forze francesi e, dopo la caduta di Lione, alla quale contribuì, avanzò verso l'Italia per minacciare l'esercito di Eugenio di Beauharnais. Terminate le operazioni, il Bianchi fu chiamato a far parte del Consiglio aulico di guerra in Vienna, ma nel marzo 1815, in seguito all'improvvisa avanzata del re di Napoli Gioacchino Murat verso il nord, assunse in Italia il comando delle truppe collocate sulla destra del Po.

Sostenuto il 4 aprile, al ponte di Sant'Ambrogio sul Panaro, il primo urto delle truppe murattiane, il 10 passò alla controffensiva avanzando, con successivi combattimenti, fino a Bologna. Essendo frattanto partito il generale Frimont per combattere Napoleone tornato in Francia, il Bianchi assunse il comando delle forze austriache in Italia (l'"armata di Napoli"): con un piano ardito le scisse in due masse, affidando la minore al Neipperg per un diretto inseguimento dei Napoletani, accompagnato da azioni di disturbo, mentre lui stesso muoveva con l'altra in direzione di Firenze, per poi proseguire verso Perugia e Foligno, passare gli Appennini a Colfiorito e Serravalle e quindi, per la valle del Chienti, Tolentino e Macerata, piombare su Ancona, tagliando la ritirata al Murat. Tale strategia era così azzardata che il re, non credendo alla sua attuazione, desistette, per diffidenza, dall'attaccare le isolate forze del Neipperg e si scontrò, invece, con il grosso delle truppe austriache, che, agli ordini diretti del Bianchi, avevano compiuto la vasta manovra, nella decisiva battaglia di Monte Milone, presso Tolentino (2-3 maggio 1815). Conclusasi questa, dopo alterne vicende, con la vittoria austriaca, il Bianchi mosse all'inseguimento dell'esercito napoletano, rientrato, il 6 maggio, nei confini del Regno, e in un proclama emesso il 15 da Sulmona annunciò il ritorno di Ferdinando IV sul trono. Il 20, in una casa di proprietà della famiglia Lanza di Capua, a circa tre miglia dalla città, fu firmato il trattato, detto di Casa Lanza, tra il Bianchi che rappresentava l'Austria, lord Burghersh che rappresentava l'Inghilterra e i generali Carascosa e Colletta che rappresentavano Murat. All'intransigente richiesta dell'abdicazione di re Gioacchino il Bianchi unì un leale comportamento di vincitore, dando precise garanzie per la conservazione dell'esercito, il mantenimento dell'ordine, il rispetto delle cose e delle persone. Il restaurato sovrano borbonico, con decreto 15 ott. 1815, lo nominò duca di Casalanza e stabilì per lui un assegno annuo di 9.000 ducati; l'imperatore Francesco I lo decorò con la Gran Croce dell'Ordine della Corona di Ferro, di recente istituzione, e lo creò (5 agosto) barone. Terminata la campagna d'Italia, il 16 giugno il Bianchi partì per la Francia, dove si collegò con le truppe inglesi. Nel 1822 riprese il suo posto nel Consiglio aulico, uscendone nel 1824 in seguito a una malattia che lo costrinse anche ad allontanarsi dal servizio. Si stabilì allora nelle sue proprietà di Mogliano Veneto, presso Treviso, dove, durante l'insurrezione veneziana del 1848, ormai vecchio, fu tratto in arresto, come sospetto di sentimenti austriaci, tanto più che i suoi figli militavano tuttora nelle armi imperiali. Dopo due mesi di prigionia, durante i quali ricevette un rispettoso trattamento, fu liberato il 15 giugno dalle truppe del generale Welden, entrate in Treviso. Il Bianchi morì di colera il 21 agosto del 1855 a Sauerbrun (Rohitsch) in Slavonia, dove si era trasferito per tentar di sfuggire all'epidemia.


Gioacchino Murat, re di Napoli

Nacque il 25 marzo 1767 da Pietro Murat-Jordy, albergatore e intendente dei beni posseduti dai Talleyrand nei dintorni di Labastide-Fortunière, oggi Labastide-Murat. Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica, frequentò il collegio di Cahors e il seminario di Tolosa: ma l'amore per una fanciulla lo trasse fuori della strada che gli era stata prescelta, e, dopo essersi battuto per lei e aver consumato il poco denaro che possedeva, si arruolò volontario nel reggimento dei cacciatori delle Ardenne. Dagli studî non aveva ricavato che un po' di erudizione e una certa facilità di parola e di penna; era destinato a essere soltanto uomo d'azione, intemperante, incapace di trovare un sano equilibrio nella vita e di dominare lo spirito d'avventura e l'ardente brama di farsi strada a ogni costo nel mondo, che sempre lo signoreggiarono, rendendolo ottimo soldato sul campo di battaglia, dove era possibile conquistare rapidamente onori e gradi, ma politico inadatto a conservare in tempo di pace i fortunati profitti della guerra. Espulso dal corpo per insubordinazione contro il comandante (1789), nel 1791 entrò a far parte della guardia costituzionale di Luigi XVI; ma nel nuovo reparto non restò neppure un mese; conquistato dalle idee repubblicane si diede ai rivoluzionarî. Denunziando come reazionari i suoi componenti, contribuì alla dissoluzione di quella guardia; servì da ufficiale nei cacciatori e nel corpo franco di usseri formato da Landrieux; e venuto in lotta con quest'ultimo, poté vantare benemerenze patriottiche, fra le quali il cambiamento in Marat del proprio nome. Di poi, nuove e, questa volta, effettive benemerenze acquistò il 13 vendemmiaio dell'anno IV, allorché si schierò in difesa della costituzione e d'ordine del Bonaparte s'impossessò di quaranta cannoni. Quel giorno si decise tutto il suo avvenire. Nominato generale di brigata il 2 febbraio del 1796 e poi aiutante di campo di Napoleone, si legò strettamente a quest'ultimo sino a divenire suo fedelissimo strumento. Nella seguente campagna di Egitto si batté eroicamente nella battaglia delle Piramidi, e fu il primo a muover l'assalto contro S. Giovanni d'Acri. Poi accompagnò il suo generale in Francia; e in Parigi il 18 brumaio alla testa di poche decine di granatieri s'impose al Consiglio dei cinquecento. Poco dopo ebbe la conferma del grado di generale di divisione, ottenuto in Egitto, il comando della guardia consolare e la mano di Carolina, sorella del primo console. Seguirono sempre maggiori onori. Partecipò alla battaglia di Marengo, comandò la cavalleria di riserva, l'esercito del mezzogiorno, le truppe stanziate nella Repubblica Italiana, costrinse alla pace di Firenze re Ferdinando di Napoli, prese possesso dell'isola d'Elba, fu incaricato di missioni diplomatiche presso il papa e il re di Napoli. Ritornato in Francia, fu governatore di Parigi e non negò il suo aiuto a Napoleone nella tragica esecuzione del duca d'Enghien, ottenendo in ricompensa centomila franchi. Nelle seguenti guerre tornò a essere eroico sino alla follia sul campo di battaglia, ricoprendosi di gloria ad Austerlitz; tra i primi a essere nominato maresciallo dell'impero, il 10 febbraio del 1805 fu creato principe imperiale e grande ammiraglio, il 15 marzo del 1806 granduca di Clèves e Berg, nel 1808 luogotenente generale in Spagna, e quando su questo trono salì Giuseppe Napoleone che lasciava la corona di Napoli, ottenne questo regno (con decreto firmato da Napoleone in Baiona il 15 luglio 1808 e con decorrenza dal 1° agosto).

Nello stato affidato alle sue mani l'opera di riorganizzazione politica ed economica era stata già iniziata da Giuseppe, ma ora si trattava non solo di completare siffatta opera, sibbene ancora di applicare tutte le norme legislative per trasformare completamente la vita del Mezzogiorno d'Italia, in tutti i suoi aspetti. E si può dire che re Gioacchino pienamente assolse al compito che si era assunto, sì che l'epoca del suo governo deve essere considerata come l'età nella quale il regno di Napoli abbandonò i suoi ordinamenti medievali e li sostituì con altri che si adattavano alle mutate condizioni dell'Europa. Magnifica, e, perché condotta contro l'Inghilterra, di risonanza europea, fu la prima impresa militare del nuovo monarca, che tolse agli Anglo-Siculi l'isola di Capri, centro di riunione dei nemici del nuovo regime instaurato nel Mezzogiorno; l'anno dopo, 1809, fu respinta una nuova spedizione anglo-sicula contro il regno; e poi, spesso con implacabile severità specialmente nelle Calabrie, ove il compito fu affidato al Manhès, fu represso il brigantaggio politico-sociale, che era reazione agli ordinamenti francesi. L'applicazione della legge francese sulla coscrizione militare - legge odiata sul principio, poi tollerata - permise la creazione di un forte esercito nazionale, che, dapprima inquadrato da ufficiali francesi, ebbe poi uno scelto corpo di ufficiali napoletani, istruitisi nelle armate napoleoniche o nelle scuole militari dello stato, saggiamente riordinate. Nel campo amministrativo fu perfezionato il sistema creato da Giuseppe; e, innovazione di grande importanza e ricca di benefici risultati, fu promulgato il Codice Napoleone, e, tranne in qualche periodo e in alcune regioni, furono soppressi i tribunali straordinarî, sì che la giustizia fu impartita con saggi criterî di equanime moderazione. I lavori pubblici ebbero grande impulso con la costruzione di tutto un complesso di strade e di opere di notevole utilità. La rigida applicazione della legge sulla feudalità permise lo sfruttamento di vaste estensioni di terre sino allora incolte; e l'agricoltura ebbe maggiore sviluppo con la creazione di società agricole in tutte le provincie. Anche il sistema tributario fu riordinato, migliorata l'amministrazione del tesoro, creato con il Banco di Napoli un solido istituto di credito, data una nuova organizzazione alle opere di pubblica beneficenza. E finalmente molte cure furono rivolte all'istruzione, specialmente media ed elementare.

In pochi anni la vita economica e morale del Mezzogiorno fu profondamente rinnovata. Gli ordinamenti militari diedero una disciplina del tutto nuova alla gioventù; e reggimenti napoletani si batterono con bravura non inferiore a quella degli alleati nelle guerre di Spagna e di Germania, accanto ai reparti italiani e francesi. L'eversione della feudalità e la quotizzazione delle terre portarono alla formazione del ceto medio, ché risale appunto a questo tempo e all'opera di Gioacchino l'origine della borghesia terriera nel Mezzogiorno, la quale ben presto divenne la vera dominatrice della vita del paese. E dalla borghesia uscì fuori una folta schiera di politici e di militari, direttamente interessati alla conservazione dei nuovi ordinamenti: profondi conoscitori, i primi, di questi ultimi, che essi stessi avevano creato, e desiderosi di perfezionarli; bramosi, i secondi, di accrescere sempre più le glorie belliche e le possibilità militari della giovane monarchia. Poi, con l'andar del tempo il loro programma politico si perfezionò, anche per effetto della propaganda antifrancese degli Anglo-Siculi, che diffondevano ideali d'indipendenza e di unità italiani e, attraverso le sette carbonare, ora sorte e creatrici di moti rivoluzionarî nelle Calabrie e negli Abruzzi, ideali democratici. Tali ideali finirono con l'essere accarezzati anche dai sostenitori del regime murattiano, desiderosi di liberare il regno dall'influsso francese, di sostituire i funzionarî e i militari non nazionali, di attuare riforme sempre più liberali, di ottenere anche istituzioni parlamentari, che lo statuto di Baiona, mai applicato, invano aveva concesso. Ma allora il Murat non seppe regolare lo sviluppo di questi sentimenti. Napoleone aveva sempre avuto scarsa fiducia nei talenti politici del cognato e già prima che questi salisse sul trono di Napoli era spesso venuto in dissidio con lui. Poi tali dissensi divennero sempre più gravi dopo il 1808. Re Gioacchino rivelò subito il suo desiderio di rendersi indipendente dalla tutela francese, mentre per Napoleone lo stato napoletano doveva essere strumento della sua politica e doveva subordinare la propria vita alle esigenze della vita dell'impero. Così si oppose alle murattiane mire di espansione nel vicino regno di Sicilia (e la spedizione tentata nel 1810 contro i Borboni dell'opposta sponda dello Stretto di Messina ebbe infelice risultato); non volle diminuire i tributi imposti allo stato come partecipazione di un governo dipendente alle spese generali del governo dominatore; non volle permettere che il regno murattiano avesse una sua propria politica estera; negò il permesso di sostituire funzionarî e ufficiali indigeni ai Francesi che occupavano le cariche più importanti. Sul principio il re dovette cedere. Ma le incertezze del suo governo, dibattuto fra opposti desideri e necessità, poiché rinfocolavano le passioni della nazione senza appagarle, non erano le più opportune a fissare su chiare basi la natura dei suoi rapporti con l'impero e a formare la coscienza politica del paese, sì da adattare quest'ultimo alle esigenze della vita dell'Europa, nella quale lo stato napoletano non poteva non essere considerato vassallo della Francia. E quando cominciarono i tristi giorni dell'impero, e, spinto dagli entusiasmi dei suoi sudditi e dalle tendenze stesse dell'animo, il re pensò di secondare i loro desideri e, anche nella speranza di salvarsi dal crollo dello stato napoleonico, volle atteggiarsi a sovrano indipendente e concesse le desiderate riforme liberali e rese nazionale il governo, apparve chiaro l'equivoco sul quale poggiava tutta la vita politica del Mezzogiorno, nell'impossibilità materiale di assicurarsi con le proprie armi quell'autonomia che bramava e che re Gioacchino gli aveva fatto sperare con troppa leggerezza, mentre era effettivamente legato con la fortuna e con la disgrazia di Napoleone. Molto probabilmente lo stato murattiano non si sarebbe potuto salvare nel mutato clima storico dell'Europa; ma la sua caduta poté essere attribuita agli errori politici del suo sovrano, il quale si alienò le simpatie degli amici e dei nemici e rivelò la sua incapacità a creare e a seguire una linea di condotta che conciliasse i suoi doveri di monarca devoto a chi tale lo aveva creato e di principe intelligente e accorto, sostenitore degl'interessi dei suoi sudditi. E del Murat non rimase intatta che la gloria conquistata sui campi di battaglia, e l'ultima impresa della sua vita - la spedizione nelle Calabrie - fu degna conclusione dell'esistenza di un uomo che tutti avevano unicamente considerato come guerriero nato e nella sua fine rivelò tutta la profonda debolezza del governo murattiano.

Re Gioacchino si distaccò da Napoleone durante la triste ritirata che tenne dietro alla campagna di Russia, alla quale egli aveva partecipato dando nuova prova del suo meraviglioso ardimento: incaricato di assumere il comando delle truppe disperse, mentre l'imperatore si recava a Parigi, abbandonò al viceré Eugenio la direzione dell'impresa e si ritirò a Napoli. Seguirono le trattative con l'Austria e con l'Inghilterra, nelle quali il re si mostrò preoccupato unicamente di assicurarsi il possesso del proprio stato, mentre l'imperatore compiva gli ultimi tentativi per salvarsi dal disastro: ma la sua incerta condotta non era la più opportuna a persuadere gli alleati della lealtà della sua politica, ché ad essi non dava effettivi aiuti, non avendo il coraggio di prendere le armi contro Napoleone, mentre alla sua causa arrecava gravi danni. Poi a Vienna invano cercò di ottenere la conferma del suo titolo regio; e allora tentò la sorte delle armi, ancora una volta in tempo poco opportuno, ché non si preoccupò di mettersi d'accordo con Napoleone, il quale all'Elba già meditava la sua ultima impresa. Le sue forze, rivelatasi vana la speranza di ottenere l'aiuto di tutta l'Italia chiamata alle armi in nome della sua unità politica, si rivelarono impari ad affrontare gli Austriaci; dovette abbandonare lo stato. Seguirono giorni amarissimi, ché non poté trovare asilo in Francia: poi in Corsica preparò la spedizione armata nelle Calabrie, che avrebbe dovuto ridargli il possesso del regno, ma che si chiuse tristamente al Pizzo (13 ottobre 1815), con la sua fucilazione.

La genesi

L'esercito rivoluzionario napoletano, che si era brillantemente affermato in tutta Europa, nel 1815, dopo essersi per un mese bravamente battuto, da solo, contro gli austriaci, in una guerra improvvisa e aver innalzato la bandiera dell'indipendenza italiana, si sfasciava miseramente dopo una battaglia campale non vìnta più che perduta, quasi a mostrare l'intima debolezza del regno di cui era l'emanazione. Certo, la guerra mossa da Gioacchìno Murat contro il colosso austriaco vittorioso del grande Napoleone, si fondava sopra una serie di presupposti destinati a rivelarsi tutti quanti vani: insurrezione di tutta l'Italia, sostenuta da migliaia, per non dire decine di migliaia di reduci delle schiere italiche e francesi, cooperazione d'un esercito napoleonico, neutralità inglese per almeno i primi tre mesi in base alle clausole dell'armistizio anglo-napoletano, il grosso delle forze austriache impegnate non in Italia, ma sul Reno e sul Rodano. Ma per prima cosa mancava al recente e inesperto sovrano il prestigio per guidare una guerra nazionale e di libertà al tempo stesso, quando non aveva mai voluto concedere una costituzione, e aveva mosso un anno prima l'esercito napoletano contro francesi e italiani, pur di garantirsi il trono; e l'esercito si moveva senza fiducia nel buon esito dell'impresa, considerandola l'ultimo disperato ripiego di Gioacchino per salvare il trono. L'esercito napoletano contava 70.000 uomini, ma in campo ne poneva soltanto 35.000 con 3000 cavalli e 50 cannoni; il resto era negli Abruzzi, nella mai doma Calabria, nelle fortezze di Capua e di Gaeta, o nei depositi. Vi erano poi circa 7000 uomini di compagnie provinciali, rimaste a mantenere l'ordine nelle province o in Napoli, e compagnie di veterani e invalidi. Forza dunque esìgua per tanta impresa, salvo che veramente non fosse stata ingrossata da 40.000 o addirittura 100.000 soldati in congedo, sui quali si pretendeva dì poter contare. Non solo, ma Gioacchino si privava, per tutta la prima fase della campagna, della Guardia Reale, corpo sceltissimo di 4000 fanti e 1000 cavalli, con 12 cannoni, che, mandata in Toscana per trascinare alla causa le popolazioni e quindi discendere nella valle del Po, non solo non riusciva nell'intento rivoluzionario, ma non procedeva oltre Pistoia, tenuta abilmente a bada da 2000 austriaci e altrettanti soldati granducali. Murat, la sera del 4 marzo, ha notizia della partenza di Napoleone dall'Elba, e spedisce all'Austria e all'Inghilterra assicurazioni e riconferme d'amicizia. Ma due giorni appresso si dispone a muovere col suo esercito verso il Po e ne manda notizie all'avventuroso cognato, il quale, il 17 marzo, tre giorni prima della sua entrata in Parigi, s'affretta a rispondergli di tenersi pronto, ma di non dichiarare guerra senza prima averne avviso da luì. Napoleone infatti s'illude di poter venire a un accordo con gli alleati e si riserva la guerra come extrema ratio. Ma le truppe sono ormai in movimento: la 1a e 2a divisione si trovano già da mesi nelle Marche; la 3a, il 12, ha ricevuto l'ordine dì raggiungerle. Quindi la Guardia si è mossa da Terra di Lavoro verso San Germano e verso Fondi, per traversare il Lazio e penetrare in Toscana. Re Gioacchino muove dalle Marche con 27.000 uomini per attaccare l'Austria, contro il parere di tutti i ministri, dei cortigiani, dei consiglieri, e senza avere nel regno una riserva organizzata.

La battaglia

Il 30 marzo il re di Napoli è a Rimini e lancia il famoso proclama: «Dall'Alpi allo stretto dì Scilla odasi un grido solo: l'indipendenza d'Italia... Ottantamila italiani degli Stati di Napoli marciano comandati dal loro re, e giurarono di non dimandare riposo se non dopo la liberazione d'Italia!» Il 1° aprile la 1a divisione, respinta una retroguardia austriaca, penetra in Cesena, il 3 è a Bologna, accolta con grande entusiasmo della popolazione. Solo rinforzo, però, un piccolo battaglione di 3 o 400 elementi, in gran parte ufficiali, del disciolto esercito italico, guidati dall'intrepido colonnello Neri, ferrarese: l'elemento che avrebbe dovuto inquadrare le prime masse accorrenti alla liberazione della patria, e che rimase purtroppo solo, pur battendosi fino all'ultimo con mirabile tenacia! Di fronte a Gioacchino sta nominalmente il generale Frimont, comandante di tutte le forze austriache in Italia, ma di fatto il generale Federico Bianchi, nato a Vienna di padre comasco e di madre austriaca, vissuto dai quindici anni nell'esercito austriaco, veterano di tutte le guerre contro i francesi, dal 1792 in poi, uomo di guerra d'innegabile valore. La situazione degli austriaci non si presentava molto lieta, perché i loro 50.000 uomini erano per metà almeno disseminati fra le fortezze e le teste di ponte sul Po, e diversi presidi dì città, dato che non era da escludersi anche un'insurrezione popolare. Comunque il Bianchi, astraendo da 2 battaglioni mandati a Firenze in osservazione col Nugent, tiene le sue forze mobili divise in due masse, una a protezione del Po, fra Ferrara, Pontelagoscuro e Occhiobello, col generale Mohr, e un'altra a sbarramento della via Emilia, fra Bologna e Bentivoglio (sulla strada di Ferrara) dietro il Panàro. Le due masse, separate da una distanza di meno di trenta chilometri e appoggiate a ostacoli naturali e a difese semipermanenti, sono in grado di sostenersi reciprocamente solo che una sappia resistere per qualche tempo. Visto dunque che i napoletani avanzano col grosso lungo la via Emilia, il Bianchi sì è portato dietro la robusta linea difensiva del Panàro, pochi chilometri davanti a Modena, distaccando 3000 uomini a Cento, sulla strada Modena-Ferrara. Il 4 Gioacchino decide di forzare la linea del Panàro. La cosa piu' logica sarebbe infatti dì puntare su Piacenza, e di lì su Milano, dato che Romagne e Lombardia paiono le terre più disposte a sollevarsi, o su Alessandria, per dare la mano eventualmente all'esercito del maresciallo Suchet. Ma anziché agire colla la e 2a divisione (Carascosa e D'Ambrosio) riunite, tenendo la 3a (Giuseppe Lechì) in riserva, manda tutta la 2a divisione verso Cento, a garanzia del suo fianco destro. Così che si trova a dover assalire, con 8000 uomini e 500 cavalieri, altrettanti fanti in forti posizioni difensive, e con un'assai maggiore riserva di cavalleria. Murat dispone dunque che la 1a brigata, comandata da Guglielmo Pepe, guadi il fiume a monte e cerchi d'avvolgere la destra del nemico; dopo di che la 2a brigata (generale De Gennaro) attaccherà direttamente il ponte di Sant'Ambrogio, sulla via Emilia, sostenuta dalla cavalleria. Dopo dura lotta il Pepe riesce a passare il fiume e a respingere una brigata austriaca. Ma il re, impaziente d'indugi, ha già ordinato d'attaccare il ponte. Due attacchi tentati dal Carascosa, e altri due dal De Gennaro, falliscono. Il re ordina allora alla cavalleria d'attaccare, ma il generale Fontaìne che la comanda solleva difficoltà. Il generale Filangìeri, del seguito di Gioacchino, si offre di mettersi alla testa, e a capo di ventiquattro lancieri passa di carriera il ponte; ma il Fontaine si ferma a metà di questo, e l'eroico plotone rimane annientato; il Filangieri stesso, ferito da sette palle, precipita in un fosso. Però la brigata del Pepe ora è quasi alle spalle della contesa posizione, mentre anche il De Gennaro riesce a far passare il fiume a guado da una parte delle sue forze: gli austriaci si ritraggono, abbandonando Modena. L'azione è stata sanguinosa: 1000 perdite gli austriaci fra morti, feriti, prigionieri, circa 700 morti e feriti i napoletani. Il Filangieri è promosso tenente generale sul campo.

Le conseguenze

È un successo napoletano, che ha mostrato, ad onta del discutibile contegno del generale francese Fontaìne, il valore degli ufficiali e dei soldati; ma è ben lungi dall'essere un successo decisivo.



Tratto da: "Storia militare del Risorgimento", Piero Pieri, Torino, Einaudi, 1962