Ars Bellica

Battaglie In Sintesi

Battaglia di Castelfidardo

18 settembre 1860

Gli avversari

Enrico Cialdini, duca di Gaeta

Generale, uomo politico e diplomatico italiano, nato a Castelvetro di Modena nel 1811. Studiava medicina a Parma quando, scoppiati i moti del 1831, si arruolò nelle milizie volontarie del generale Zucchi (glorioso superstite delle guerre napoleoniche), milizie che furono respinte fino ad Ancona e quivi costrette a capitolare. Cialdini riparò allora in Francia, e a Parigi continuò gli studî di medicina. Ma quando il genovese Borso Carminati, fu incaricato di levare in Francia una legione straniera per combattere in Portogallo contro l'usurpatore don Miguel, il Cialdini si arruolò come semplice soldato (1833). Passò poi nella Spagna dove i liberali cristini combattevano contro l'assolutismo carlista (1835). Combatté per la costituzione e si distinse in parecchi fatti d'arme. Nel 1838 aveva il grado di maggiore; ma l'anno seguente rinunciò a quel grado per assumere quello di sottotenente nell'esercito regolare spagnolo, e in soli otto anni giunse al grado di colonnello nella gendarmeria. Avuta la missione di recarsi a Parigi per studiare l'organizzazione della gendarmeria di Luigi Filippo, si trovò presente allo scoppio della rivoluzione del febbraio 1848. Il Cialdini si recò allora a Milano dove offri i suoi servigi al governo provvisorio. Non accettato, si rivolse al generale Durando, comandante in capo dell'esercito pontificio mobilitato nel Veneto, che lo accolse e lo aggregò al proprio stato maggiore. Fu, col D'Azeglio, alla difesa di Monte Berico (10 giugno 1848) dove rimase gravemente ferito al ventre. A guerra finita si recò in Piemonte ove ebbe il grado di colonnello dell'esercito sardo e il comando degli emigrati emiliani, con i quali fu costituito un reggimento, comportatosi poi bravamente alla Sforzesca (21 marzo 1849). Nel 1855 gli fu conferito il comando di una delle brigate inviate col corpo di spedizione in Oriente. Fu poi ispettore dei bersaglieri. Nell'imminenza della guerra del 1859 coadiuvò Garibaldi nella costituzione del corpo dei Cacciatori delle Alpi. Alla campagna partecipò come comandante di divisione e si distinse a Palestro. L'anno seguente, alla testa di un corpo d'armata, prese parte all'invasione delle Marche e dell'Umbria. Vinte a Castelfidardo le truppe pontificie comandate dal Lamoricière (18 settembre 1870), il Cialdini fu promosso generale d'armata. Gli avvenimenti ulteriori portarono l'esercito piemontese contro l'esercito napoletano del quale il Cialdini ebbe facilmente ragione nei combattimenti d'Isernia e di Sessa. Intanto Garibaldi aveva battuto i borbonici al Volturno. Nel novembre il Cialdini iniziò le operazioni d'assedio contro la piazza di Gaeta, estremo ridotto del re di Napoli e dei suoi fedeli. La fortezza innalzò bandiera bianca il 12 febbraio 1861. Dopo di che il Cialdini fu inviato a dirigere le operazioni contro la cittadella di Messina, che capitolò il 13 marzo. Al Cialdini fu conferito il titolo di duca di Gaeta. Nominato comandante del corpo d'armata di Bologna, ed eletto deputato per il collegio di Reggio Emilia, il Cialdini fu alla fine di quello stesso anno (1861) incaricato di reggere le provincie dell'ex-regno di Napoli, come plenipotenziario civile e militare del re. Diresse la repressione del brigantaggio. Dopo circa un anno rioccupò il suo posto a Bologna. Nel 1864 fu eletto senatore.

Mentre la diplomazia preparava l'alleanza italo-prussiana per la comune guerra contro l'Austria, il Cialdini fu interpellato circa il piano militare dell'invasione del Veneto. Fra lui e il La Marmora presidente del consiglio e preconizzato comandante supremo dell'esercito mobilitato, non si poté giungere sostanzialmente a un accordo (l'accordo fu apparente e basato su di un equivoco), preferendo il Cialdini l'offensiva attraverso il basso Po e il La Marmora l'offensiva attraverso il Mincio con azione diretta contro il quadrilatero. Il La Marmora, dando prova di debolezza, finì con l'adottare un piano intermedio, col grave inconveniente della separazione delle forze. Delle 20 divisioni dell'esercito mobilitato, 8 furono poste agli ordini del Cialdini e concentrate fra Bologna e Modena, col compito di passare il Po presso Ferrara due giorni dopo l'inizio delle azioni dimostrative che lo stesso La Marmora avrebbe compiute con la massa maggiore delle forze dal confine del Mincio. Ma, battute a Custoza, le forze del La Marmora ripassavano alla destra del Mincio, mentre il Cialdini sospendeva il passaggio del Po. Ripresa dopo due settimane l'offensiva, l'esercito italiano guidato dal Cialdini, che ne aveva assunto il supremo comando, avanzò nella pianura veneto-friulana per ristabilire il contatto con gli Austriaci, ma non riuscì che a raggiungere una retroguardia a Versa col corpo d'armata del generale Cadorna. Dopo la guerra, fra il La Marmora e il Cialdini furono lunghe e astiose polemiche. Nel 1870 il Cialdini, che nel 1867 era stato insignito del Collare dell'Annunziata, fu a Madrid come ambasciatore straordinario presso il re Amedeo I di Savoia. Al ritorno in patria ebbe il comando militare di Firenze. Nel 1876 fu nominato ambasciatore a Parigi. Si ritirò dalla vita diplomatica nel 1881. Morì a Livorno nel 1892.


Leonide Lamoricière

Generale francese, nato a Nantes il 15 febbraio 1806, morto a Prouzel il 10 settembre 1865. Datosi alla carriera delle armi e inviato in Africa durante la spedizione d'Algeri (1830), partecipò a tutte le operazioni di guerra, giungendo nel 1837 al grado di colonnello, nel 1843 a quello di tenente generale. Nel 1854 fu governatore ad interim dell'Algeria. Diede sempre prove di grande valore, e a lui fu dovuta la cattura del temuto Abd el-Kader (1847). Intanto, già nel 1846 era stato eletto deputato; e, tornato in Francia, fu designato come ministro della Guerra in una combinazione parlamentare (Thiers-Molé-O. Barrot), che tentò inutilmente di salvare dalla rovina la monarchia orleanese. Il 24 febbraio 1848 partecipò alla rivolta contro Luigi Filippo. Durante il governo provvisorio rifiutò il ministero della Guerra e il comando militare di Parigi; ma poi, eletto rappresentante alla Costituente, e schieratosi col Cavaignac, accettò la prima di quelle due cariche, tenuta fino al 10 dicembre 1848. Fu contrario all'elezione del principe Luigi Napoleone a presidente della repubblica; pur tuttavia, fu eletto alla Legislativa, e accettò una missione diplomatica in Russia (luglio 1849). Avverso al colpo di stato del 2 dicembre, fu arrestato e internato a Ham, poi condotto alla frontiera. Nell'esilio del Belgio tenne sempre un contegno ostile all'impero, e anzi nel 1853 firmò col Mazzini e con lo Charras un proclama all'esercito eccitandolo alla ribellione. Gli fu concesso di tornare in patria nel 1857 e tre anni dopo, accettando l'invito del De Mérode, prefetto delle armi, assunse il comando dell'esercito pontificio. Riordinò l'esercito, nel quale militavano legittimisti francesi, irlandesi, svizzeri, ecc. e fece fortificare Ancona. Prese anche aspre misure contro i liberali e gli esuli per cause politiche. Il 18 settembre 1860 fu sconfitto a Castelfidardo dall'esercito italiano del Cialdini. Ritiratosi su Ancona, sostenne per alcuni giorni l'assedio di terra e di mare e il 28 settembre si arrese, imbarcandosi il giorno dopo sul Cavour che lo recò a Genova (7 ottobre). Per la via di Marsiglia andò a Roma, ed ebbe buone accoglienze dal De Mérode e da Pio IX. Conservò il titolo di generale in capo dell'esercito pontificio, ma, ottenuto un congedo, si recò in Francia, dove strinse relazioni col partito legittimista e con quello clericale. Negli ultimi anni di vita si dedicò a opere di pietà.

La genesi

Cavour intervenì nel centro Italia, ma in modo invero singolare, ottenendo cioè da Napoleone alla fine d'agosto, quando Garibaldi avanzava trionfalmente verso Napoli e pareva che dovesse ancora procedere verso Roma, d'invadere le Marche e l'Umbria coll'esercito regolare, così da sbarrargli poi la via verso Roma. L'annessione delle Marche e dell'Umbria, e di conseguenza quella del Mezzogiorno con la definitiva rottura della barriera che separava il Nord dal Sud d'Italia, era il compenso dell'impegno a impedire a Garibaldi la marcia su Roma. Il 28 agosto erano giunti a Chambéry due inviati piemontesi, il ministro Farini e il generale Cialdìni, In udienza segreta ricevevano da Napoleone l'approvazione all'invasione delle Marche e dell'Umbria, mentre Roma col suo territorio doveva rimanere al papa, con la guarnigione francese a garanzia. Gli inviati avevano parlato della necessità di liberare le Marche e l'Umbria che mordevano il freno e al tempo stesso di rimettere l'ordine nel Mezzogiorno e di preservarlo dal pericolo dell'anarchia. E vìa via che passavano i giorni quest'ultimo argomento sembrava sempre più valido. La soluzione della complessa questione, escogitata dal Cavour e approvata da Napoleone III (oltre che, ben s'intende, da Vittorio Emanuele), era quanto di più si poteva ottenere in quel momento: era l'unità d'Italia. Avvenuta questa, le annessioni di Roma e dì Venezia divenivano soltanto questione di tempo. In realtà il Cavour e Napoleone III adottavano la politica mazziniana e garibaldina del fatto compiuto, fin dove questa era possibile, di fronte a tutta l'Europa, esclusa l'Inghilterra; e non per nulla Napoleone III aveva congedato i due inviati italiani con una pressante raccomandazione: «Faites vite! » E realmente era da parte del Cavour un atto d'estrema audacia muovere contro l'esercito pontificio quando l'esercito austriaco era più che mai accampato sul Mincio e sul Po! Bisognava dunque metterlo fuori combattimento nel più breve tempo possibile per non correre il rischio di vedersi assaliti dall'esercito austriaco e all'occorrenza da una parte almeno di quello borbonico. L'esercito papalino aveva una fama peggiore di quanto in verità non meritasse; nel 1848 la divisione regolare pontificia, per quanto non ben guidata, s'era valorosamente battuta; e anche i reggimenti indigeni passati nel 1849 alla Repubblica romana non avevano nell'insieme fatto cattiva prova. Il generale Mollinary, che nella primavera del 1859 si trovava a comandare una brigata austriaca d'occupazione ad Ancona, scriveva poi nelle sue memorie che allora, in uno Stato così profondamente disorganizzato come quello del papa, l'esercito rappresentava la sola forza ben organizzata. Non solo, ma al principio del 1860 Pio IX aveva aderito al piano di un belga fanatico, monsignor De Mérode, di formare un grosso esercito di crociati provenienti da ogni parte d'Europa, così da poter sicuramente difendere lo Stato pontificio coi propri mezzi. E nel settembre il nuovo esercito contava circa 15.000 uomini dì prima linea, per due terzi stranieri, in prevalenza austriaci, poi francesi, belgi, irlandesi e d'altri paesi, non volgari mercenari, ma spinti da un vero fanatismo per la difesa del Santo Padre, rappresentato come ludibrio degli oltraggi dei rivoluzionari e degli empi di tutta Europa. E anche gli ufficiali erano molto spesso elementi di famiglie aristocratiche e legittimiste tedesche, francesi, belghe. Si aggiunga che oltre la piazzaforte d'Ancona, erano nelle Marche e nell'Umbria un certo numero di robusti castelli e rocche come a San Leo, a Perugia, a Spoleto. Le formazioni volontarie (8 o 10.000 uomini in tutto), preparate dal Bertani nell'agosto e poi dirottate in Sicilia per volere di Cavour, ben difficilmente avrebbero potuto, anche coll'appoggio dì parte almeno della popolazione, sbaragliare in pochi giorni le forze di prima linea e impadronirsi d'Ancona e dei castelli. Dato anche che non fossero state ributtate, avrebbero condotto una guerriglia lunga, senza grandi risultati, ma che avrebbe potuto aprire l'adito all'intervento austriaco e francese e comunque a molte gravi complicazioni. Più che mai appare giustificata, anzi frutto d'una mente acutissima, la soluzione progettata e condotta in porto dal Cavour. Il 7 settembre, mentre Garibaldi entrava in Napoli, i ministri del papa ricevevano un ultimatum del Cavour, il quale reclamava lo scioglimento e Pallontanamento delle forze mercenarie straniere (che soffocavano nel sangue italiano ogni espressione della volontà nazionale); e Pii settembre le forze del regno di Vittorio Emanuele invadevano le Marche e l'Umbria. Dei 5 corpi d'armata costituenti il nuovo esercito, i primi 3 (9 divisioni) restavano a guardia del Mincio e del Po; gli altri 2 (IV e V, complessivamente 5 divisioni) penetravano nelle Marche e nell'Umbria. In una settimana l'esercito di prima linea nemico era annientato; in altri dodici giorni la piazza e i castelli erano presi. Il giovane esercito, costituito in un anno con un miracolo d'energia dal generale Manfredo Fanti, aveva dato assai buona prova di sé; e la direzione della politica italiana s'avviava a tornare nelle mani della monarchìa.

Le illusioni papali, ma anche borboniche, dovevano svanire presto di fronte alla vittoria del generale Cialdini al passo del Macerone. Come già abbiamo ricordato, l'11 settembre l'armata d'operazione per l'Umbria e le Marche, agli ordini del generale Fanti, aveva varcato il confine pontificio nelle Marche e nell'Umbria. Essa era costituita dal IV Corpo agli ordini del generale Cialdini, forte di 3 divisioni, e dal V Corpo agli ordini del generale Della Rocca, forte di 2 divisioni. Gli effettivi erano alquanto ridotti: i battaglioni avevano una forza di circa 400 uomini; alcune brigate, come la Pistoia e la Bologna, avevano 4 battaglioni anziché 8, e la Parma 6 battaglioni. Nell'insieme, le 5 divisioni riunivano una forza di 33 000 uomini con 78 cannoni e 2500 cavalieri. Di fronte ad essi, l'esercito d'operazione pontificio era forte di 3 brigate, di 4 o 5 battaglioni, una batteria d'artiglieria e uno squadrone di cavalleria ciascuna; circa 9000 uomini, più una riserva di 1500 uomini; complessivamente dunque 10 500 uomini con 30 cannoni e 500 cavalieri. Il rapporto delle forze era dunque da uno a tre o poco meno. Siccome però gli italiani agivano in due masse separate, l'una dalle Romagne puntando per la strada costiera verso Ancona, e l'altra dalla Toscana verso Perugia, si sarebbe potuto tentare dal generale Lamoricière d'agire per linee interne, prendendo posizione centrale a Foligno o a Spoleto. Ma il generale francese pensava fosse preferibile concentrare le sue forze in Ancona, così da trovarsi relativamente vicino agli austriaci e aveva fatto rafforzare le difese della piazza, ponendovi un presidio di 2000 uomini. In questo modo faceva il giuoco dell'avversario, esponendosi a essere tagliato fuori completamente da Roma. Il generale Fanti, data la sua grande superiorità numerica, poteva agire con azione convergente da due basi separate. Comunque, sulle prime l'esercito pontificio si presentava disseminato con una brigata a Macerata, non lungi da Ancona, dal lato del IV Corpo italiano, un'altra a Perugia contro il V Corpo, e più dietro presso Spoleto un'ultima brigata e la riserva. Il Cialdini avanzava dunque fra l'entusiasmo della popolazione l'11 settembre lungo l'Adriatico: per prima cosa con 2 reggimenti di cavalleria e 3 battaglioni di bersaglieri spìnti avanti, circuiva Pesare, ov'erano 1200 pontifici di presidio; costoro dopo poche ore abbandonavano la città ritirandosi nella rocca, ma poi la mattina dopo cedevano anche quella arrendendosi. E subito dopo un paio di compagnie pontifica che presidiavano Fano s'arrendevano alle avanguardie italiane. Intanto 2 battaglioni della brigata De Courten, che tentavano di ripiegare da Fossombrone; ov'erano andati per reprimere dei moti liberali, su Macerata, si vedevano tagliata la strada dalla cavalleria spinta sempre avanti e, Dell'aprirsi la strada, perdevano oltre un centinaio d'uomini. La brigata De Courten riparava allora senz'altro da Macerata in Ancona, dove venivano a trovarsi circa 5000 uomini. Intanto il generale Fanti era entrato nell'Umbria col V Corpo e scendeva, avendo come direttrice la valle del Tevere e Perugia. Pochi papalini tentavano la difesa di Città di Castello, ma erano subito sopraffatti. Maggiore difficoltà presentò l'occupazione di Perugia, dove si era concentrata la brigata del generale Schmidt, resosi tristamente famoso per il sacco dato alla città l'anno prima. L'avanguardia piemontese, formata dalla brigata Granatieri di Sardegna, un battaglione di bersaglieri, uno squadrone di cavalleria e 6 pezzi, riusciva la mattina del 14 a entrare con una colonna in città per una porta non guardata, mentre una seconda colonna forzava un'altra porta. I pontifici si rifugiavano nella rocca opponendo sulle prime vigorosa resistenza. Il generale De Sonnaz (figlio del comandante del II Corpo d'armata del 1848) proponeva una tregua; poscia nel tardo pomeriggio era ripreso il fuoco contro la rocca con 10 pezzi d'artiglieria. Ormai un'intera divisione occupava Perugia, mentre l'altra era già sulla strada di Foligno: allora, dopo pochi minuti, il generale Schmidt si arrendeva. Così i papalini perdevano 1700 prigionieri e 6 cannoni da campagna, dopo aver avuto 136 uomini fra morti e feriti. Gli italiani avevano avuto circa 90 tra morti e feriti. Il giorno dopo, 15 settembre, gli italiani occupavano l'importante nodo strategico di Foligno. Esso era già stato abbandonato dal Lamoricière il quale cogli avanzi della brigata Schmidt, con la brigata Pimodan e con la riserva - in tutto poco più di 5000 uomini - aveva valicato l'Appennino al passo dì Colfiorito, dirigendosi verso Tolentino e Macerata. La situazione del Lamoricière ricordava all'aprirsi della campagna, sia pure lontanamente, quella di Gioacchino Murat nel maggio 1815, allorquando si trovava in ritirata lungo l'Adriatico con 2 corpi d'armata nemici che lo premevano, uno dalle Romagne e l'altro dalla Toscana; ma delle sue 3 piccole scelte brigate una era riparata in Ancona e l'altra era stata catturata per più di metà a Perugia, cosicché non gli restava che la brigata Pimodan, la piccola riserva generale e i resti della brigata Schmidt. Le sue forze, già scarse e sproporzionate, s'assottigliavano sempre più; tuttavia egli sperava di poter raggiungere Ancona e contrapporre, in un primo tempo almeno, al IV Corpo italiano, una massa di 10.000 uomini protetta da discrete fortificazioni. È stato giustamente osservato che nelle sue condizioni meglio avrebbe agito cercando di raggiungere gli Abruzzi e di collegarsi coi napoletani; ma egli pensava di poter ancora far molto dalla posizione di Ancona e soprattutto gli pareva che il soccorso di tale piazza dovesse costituire quasi un debito di onore per gli austriaci. Ma gli italiani non davano tregua: il 15 settembre la divisione di riserva del V Corpo era a Foligno e l'avanguardia del IV Corpo, proseguendo con ampio giro oltre Ancona, già era a Osimo, minacciando gravemente la ritirata dei pontifici su Ancona.

Il Lamoricière, giunto a Macerata, avrebbe dovuto volgersi il più presto possibile su Osimo e di lì raggiungere Ancona; invece perdeva un tempo preziosissimo per aspettare, disse, la brigata Pimodan; quindi, impressionato dalle false voci fatte spargere ad arte dal Cialdìni in Filottrano, dell'imminente arrivo di poderose forze italiane in tale centro sulla strada Jesi-Macerata, piegò a destra verso Recanati e Loreto. In questa cittadina, nel corso del 17 si riunivano tutte le forze mobili pontìfice. Egli era adesso a meno di trenta chilometri da Ancona, ma gli italiani ormai lo serravano implacabilmente da vicino. Ai 5000 uomini con 12 cannoni e 500 cavalieri del Lamoricière, il Cialdini poteva contrapporre 2 intere divisioni, da 13 o 14.000 uomini con 24 cannoni e 1000 cavalieri. Le sue forze da Osimo si estendevano sulle colline e i poggi scendenti verso il mare, fra il fiume Musone a nord di Loreto, e l'Aspio a est di Osimo, col grosso davanti al villaggio di Castelfidardo e con elementi avanzati sul poggio delle Crocette, alla cui base, oltrepassato da Loreto il ponte sul Musone, si spiegava la strada per Ancona. Il Cialdini si aspettava il massimo sforzo del nemico verso Castelfidardo per aprirsi il passo verso Ancona. Al contrario, il Lamoricière aveva disposto che il Pimodan, con 3 battaglioni e 12 cannoni, avrebbe dovuto occupare il poggio delle Crocette e tenerlo saldamente col sostegno degli altri 2 battaglioni della sua brigata, mentre il resto delle truppe pontifice, con la cavalleria in testa (4 squadroni), avrebbe marciato il più celermente possibile lungo la strada sottostante fino al bivio di Camerano, per raggiungere di lì Ancona. Sul poggio delle Crocette non si trovavano in posizione avanzata che 5 compagnie di bersaglieri (il XXVI battaglione e una compagnia del XII).

La battaglia

Al mattino del 18 i 3 battaglioni pontifici (carabinieri svizzeri, zuavi franco-belgi e I Cacciatori indigeni), avanzando con impeto, respingono gli elementi avanzati italiani e s'impadroniscono della masseria detta la Santa Casa di Sotto, e 6 pezzi d'artiglieria vengono appostati nelle vicinanze. Quindi il Pimodan cerca di avanzare sul poggio fino alla Santa Casa di Sopra, per meglio garantire lo sfilamento delle truppe sottostanti, ma accorre il 10° reggimento della brigata Regina coi suoi 4 piccoli battaglioni, mentre anche i bersaglieri contrattaccano. Si accende una mischia furibonda, in cui da ambe le parti si combatte con molto valore e il generale Pimodan rimane ferito. Ma gli italiani, appoggiati anche da qualche pezzo d'artiglieria, tendono ad allargarsi contro entrambi i fianchi del nemico. Il Lamoricière comincia allora a impiegare la sua riserva, ma il Cialdini subito fa avanzare l'altro reggimento della brigata Regina, estendendo sempre più l'attacco contro la destra pontificia, così da tagliare la strada verso Ancona a tutte le forze nemiche, mentre altri 2 battaglioni bersaglieri muovono lungo il Musone per chiudere ogni via di ritirata all'avversario; e tosto anche i 4 squadroni di Novara si muovono per completare l'avvolgimento. Non solo, ma un reggimento della brigata Como, accampato a nord di Osimo, è subito mandato a occupare Camerano, al bivio verso Ancona. Il Lamoricière ordina frattanto ai 2 battaglioni di seconda linea del Pimodan (uno di bersaglieri austriaci e l'altro di cacciatori indigeni) di rafforzare subito la prima linea e impedire l'azione avvolgente del nemico. Ma neppure questo rinforzo (si tratta di battaglioni molto piccoli, di 550-600 uomini l'uno) vale a migliorare la situazione, che tutti i pontifici impegnati in questo punto, presi sotto il fuoco dell'artiglieria piemontese e minacciati alle spalle dai lancieri di Novara, in gran parte presto si sbandano, volgendo in disordinata fuga verso Loreto. Ad onta di ciò il Pimodan, che vede venir meno il sostegno sperato, cerca di mantenere la Casa di Sotto cogli eroici avanzi della prima linea e coi bersaglieri austriaci. Ma ora è colpito una seconda volta, e mortalmente. E ormai, sebbene il Lamoricière si sforzi di trattenere le truppe travolte dal disordine della sconfitta, non riesce nel suo intento. Ultimi ancora si difendono i resti del battaglione zuavi franco-belgi, che più di tutti hanno combattuto con vero fanatismo, ma alla fine completamente circondati devono cedere. Una massa scomposta è ormai in fuga ripassando a guado il Musone, verso Loreto. Tuttavia il Lamoricière, che ha anch'egli ripassato il fiume con una cinquantina di cavalieri e 350 fanti all'incirca riuniti con grande sforzo, volge verso il mare, poi ripassa il Musone dirigendosi verso Ancona dal lato dì Numana. Assalito però dal 9° reggimento fanteria, egli vede la sua schiera in gran parte dispersa e fatta prigioniera e solo con pochi cavalieri riesce a scampare in Ancona per i sentieri delle pendici del Monte Genero. Nella notte il Cialdini, infaticabile, faceva circondare Loreto, ove avevano finito col raccogliersi più di 3000 uomini, in gran parte stranieri; essi s'arrendevano tutti quanti, con 11 cannoni, il giorno dopo. E 2 o 3000 altri, in gran parte sudditi pontifici, sia delle brigate di manovra, sia di qualche altro piccolo presidio, in parte tornando verso casa, in parte cercando di ripiegare verso Roma o verso l'Abruzzo, furono catturati dalle truppe del V Corpo. Cosi' che l'esercito pontificio poteva dirsi annientato otto giorni dopo l'inizio delle ostilità. I piemontesi ebbero a lamentare 61 morti e forse 200 feriti; i pontifici 88 morti e circa 400 feriti, più 600 prigionieri, 3 cannoni e una bandiera. Fra i morti era il generale Pimodan, spirato dopo la mezzanotte in una camera della Casa di Sotto: soldato valoroso ed abile generale, difensore di una causa infelice, meritò il rispetto di tutti per la sin morte eroica. Non v'ha dubbio che gli italiani avevano una grande superiorità numerica e che infelice fu la condotta strategica della guerra del Lamoricière, il quale oscurò così la bella fama che s'era acquistato nella guerra d'Algeria; non si può negare però che il Cialdini agi con rapidità e decisione, encomiabili al massimo grado. S'ingannò circa la direzione dell'attacco nemico il giorno dell'azione decisiva, ma seppe rimediare immediatamente e volgere ben presto a proprio vantaggio la situazione. In realtà combatterono soprattutto 4 battaglioni pontifici (i 3 di prima linea e il battaglione bersaglieri austriaci di seconda linea del Pimodan) da una parte e un battaglione di bersaglieri e 4 di fanteria (9° reggimento fanteria e XXVI bersaglieri) dall'altra.

Le conseguenze

Tutte queste truppe si batterono intrepidamente: da parte pontificia spirito di fanatismo, da parte italiana sentimento patriottico e vivo desiderio nei combattenti delle nuove province del regno d'emulare i valorosi compagni del vecchio esercito piemontese. Certo, lo scontro di Castelfidardo, che può chiamarsi battaglia per l'importanza dei risultati, valse a sollevare il prestigio della monarchia e del nuovo esercito. Per le difficoltà superate non era però da paragonarsi con quanto si trovò a dover fare il 1° ottobre Garibaldi; ma al successo brillante di Castelfidardo doveva subito far seguito l'altro innegabile successo rappresentato dalla rapida conquista di Ancona.



Tratto da:
"Storia militare del Risorgimento", Piero Pieri, Torino, Einaudi, 1962