La battaglia della Selva Litana

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La battaglia della Selva Litana

Messaggioda Tagos » 18/02/2012, 17:37

Agli inizi del 216 era stato "inviato in Gallia con una legione il pretore Lucio Postumio perché costringesse i Celti che avevano seguito Annibale a staccarsi da lui". "Come se la sorte volesse infierire ed accrescere in tutti i modi le sventure dei Romani - racconta Polibio - accadde pochi giorni dopo (la disfatta di Canne) che, mentre il terrore dominava nella città, anche il pretore inviato in Gallia cadesse inaspettatamente in un'insidia, e fosse deltutto annientato con le sue truppe dai Celti".
Lo storico Greco, forse per rendere più drammatici gli eventi, data la battaglia in Gallia a pochi giorni da Canne, cioè nell'agosto del 216. I dati desumibili da Livio, fanno invece ritenere che la notizia della sconfitta e della morte di Lucio Postumio pervenne a Roma soltanto nel marzo del 215, poco dopo l'indizione dei comizi che avevano eletto console Postumio insieme a Tiberio Sempronio. Scrive Livio:

Fu annunziata una nuova sciagura, che in quell'anno la fortuna ne doveva cumulare una sull'altra: Il console designato Lucio Postumio era stato fatto a pezzi col suo esercito. C'era una gran foresta chiamata Litana dai Galli, attraverso la quale doveva passare l'esercito. Di quella selva i Galli incisero gli alberi a destra e a sinistra della strada, in maniera che stessero ritti ma cadessero al minimo urto. Postumio aveva due legioni Romane, e aveva arruolato nei paesi dell'Adriatico tanti socii da gettarsi sul territorio del nemico con venticinquemila uomini. I Galli avevano accerchiato la foresta sui suoi margini esterni. Quando l'esercito fu dentro il folto, essi diedero una spinta agli alberi più lontani, e questi abbattendosi su gli altri che già mal si reggevano, fecero d'ambo i lati un tale eccidio di uomini, di cavalli, di armi che appena dieci uomini scamparono. Gran parte infatti era rimasta uccisa dai tronchi e dai rami degli alberi; gli altri, sbigottiti per l'inattesa sciagura, furono sterminati dai Galli apposti intorno; e di sì gran numero restarono prigionieri soltanto in pochi, i quali, mentre si dirigevano a un ponte sul fiume, lo trovarono già occupato dai nemici e vi furono presi. E là Postumio morì, mentre combatteva con sommo furore e per non essere fatto prigioniero.

Quanto all'entità delle forze romane travolte alla selva Litana, Polibio afferma che Postumio fu inviato in Gallia con una legione. Livio enumera alla selva Litana due legioni e molti alleati, fino a raggiungere complessivamente 25.000 uomini. Le notizie di Polibio e di Livio potrebbero non essere contrastanti, ove si ritenga che Postumio partisse da Roma, agli inizi del suo mandato di pretore in Gallia, conducendo una legione che poi unì ad altra, già di stanza nella provincia. Gli alleati potevano essere arruolati tra gli Umbri e i Piceni.

L'estrema penuria di armati in cui versava Roma dopo la sconfitta di Canne tuttavia suscita perplessità circa l'entità delle forze che Livio attribuisce a Postumio, pretore assegnato a un fronte di relativa importanza quale era quello settentrionale dopo l'allontanamento di Annibale. Un calcolo prudenziale induce ad attribuire a Postumio non più di una legione romana e coorti di alleati di pari consistenza numerica.

A Postumio, quale pretore, era stata assegnata la Gallia ma, di fatto non si può ritenere che il suo potere andasse oltre l’ager Gallicus del Piceno e si estendesse alle terre Romagnole a nord del Marecchia, per la situazione precaria che ivi si era rivelata già in occasione dell’assedio dei Boi a Rimini nel 236 e per le limitate cessioni territoriali fatte dal Senato a favore dei Celti dopo la fine dell’assedio. Le sconfitte romane al Ticino e alla Trebbia avevano aperto la via alla ribellione di tutte le tribù celtiche , ad eccezione dei Cenomani. I presidi romani di Piacenza e di Cremona erano accerchiati e venivano riforniti per via fluviale dal Po.

La sopra delineata situazione non consentiva quindi a Postumio che di svolgere azioni di portata limitata. Se avesse voluto condurre le legioni, di cui disponeva, a Piacenza e a Cremona per liberare dall’assedio i presidi, avrebbe dovuto percorrere la via pedemontana cispadana che, già nel 218, aveva riservato dolorose esperienze a Lucio Manlio il quale, marciando da Rimini con una legione , era stato costretto a rifugiarsi a Tenneto. Due anni dopo, con i Boi e gli Insubri in guerra aperta , una marcia lungo tale percorso sarebbe stata temeraria. D’altra parte, anche se le legioni di Postumio avessero sostenuto senza eccessive perdite gli attacchi lungo la pedemontana, con ogni probabilità sarebbero rimaste accerchiate a Piacenza e Cremona, ricevendo approvvigionamenti per via fluviale al di sotto delle necessità di un grosso esercito e senza poter contare su rifornimenti per via terrestre.

Durante la buona stagione era nelle possibilità del Pretore Postumio di effettuare puntate offensive nelle terre Romagnole, razziando i villaggi della pianura e le minori fortificazioni delle colline, dovendo peraltro guardarsi le spalle da sopravviventi assalti dei nemici.

Le azioni innanzi ipotizzate, limitate ma efficaci ed i cui risultati verosimilmente saranno stati magnificati a Roma per sollevare il morale, conferivano a Postumio la fama di valente e fortunato condottiero alla quale forse dovette l’elezione a console nei comizi del marzo del 215. Tuttavia i rigori invernali, che avevano fatto sospendere le operazioni militari in Campania, dovevano trattenere il pretore della Gallia dall’affrontare in campo aperto le tribù in rivolta o dal condurre azioni offensive a largo raggio.

Che cosa indusse Postumio a lasciare i quartieri d’inverno e ad addentrarsi con l’esercito nella trappola tesagli alla Selva Litana?
In quel tempo gli emissari Cartaginesi nel territorio cisalpino svolgevano una intensa attività per arruolare uomini disposti a unirsi alle schiere dei Celti che da due anni militavano nell’esercito di Annibale. Compito preminente del pretore della Gallia era quindi impedire che altri Celti passassero gli Appennini.

Il console Sempronio, quando espose in Senato la situazione alla luce della sconfitta alla selva Litana, concluse dicendo che gli dei e il popolo romano avrebbero avuto “il modo di prendere vendetta di quell’inganno”. Poiché da tempo i Boi erano in guerra aperta contro Roma, l’espressione che Livio inserisce nel discorso di Sempronio sarebbe una palese distorsione dei principi del diritto di guerra (cui lo storico romano era sensibile) se avesse definito “inganno” un’azione di guerra legittima sia pur condotta mediante una imboscata . Probabilmente il console intendeva bollare gli informatori e le guide locali che, attraverso una rete di false notizie concordate con i Boi, avrebbero indotto il pretore ad addentrarsi nella selva Litana con la promessa di far cadere nelle sue mani bande arruolate dai Cartaginesi.

L’ipotesi innanzi delineata è fondata solo su elementi presuntivi ma è l’unica che offra una plausibile ragione della presenza di rilevanti forze romane , condotte da un comandante esperto attraverso un territorio ostile durante una stagione particolarmente inadatta ad azioni belliche.

Dato per ammesso che l’obiettivo della marcia dei Romani fosse stato determinato da false informazioni per farli cadere in una imboscata, il luogo scelto a tale fine dai Boi non poteva essere troppo vicino alla loro piazzaforte di Bologna, poiché Postumio non si sarebbe lasciato indurre ad affrontare il pericolo di un assalto in massa dei Boi e di una difficile ritirata.

Il luogo destinato all’insidia inoltre non poteva essere ad oriente della valle del Savio. Dalle posizioni difensive di Rimini e di Sarsina le fortezze Romane impedivano il transito di armati lungo la costa adriatica e verso il Casentino. La notizia che bande di armati celtici fossero diretti verso i passi appenninici orientali, di per sé poco credibile, stante le difese romane ivi dislocaste , avrebbe indotto Postumio non ad uscire allo scoperto ma a rafforzare la sorveglianza sui possibili punti di transito. Lo sconfinamento di grossi contingenti di Boi oltre il Savio sarebbe certamente stato rilevato dai Romani. Inoltre una insidia, approntata contro i Romani in prossimità delle loro difese, prospettava risultati limitati e dubbi, potendo sopraggiungere rincalzi che avrebbero rovesciato la situazione in danno dei Boi.

Gli elementi innanzi esposti inducono a circoscrivere la battaglia in una delle vallate dell’Appennino romagnolo tra il Ronco-Bidente e il Santerno. Le informazioni, concordate coi Boi, avrebbero indicato una di tali vallate come centro di raccolta e di partenza per bande di armati che volessero raggiungere Annibale evitando le difese romane a Sarsina e a Rimini.

Quando le legioni si furono inoltrate nella vallata, crolli preordinati di tronchi d’albero, nei punti più impervi dei sentieri che attraversavano la foresta, bloccarono ogni possibilità di manovra delle schiere romane e chiusero loro lo scampo verso il fondo della valle. Anche le alture, dominanti i valichi verso L’Etruria e verso le vallate contigue del versante romagnolo, erano occupate dai Boi, i quali avevano “accerchiato la foresta sui margini esterni”.

L’episodio della morte di Postumio presso un ponte, nel tentativo di valicarlo con pochi superstiti, presuppone un corso d’acqua non guadabile, le cui rive fossero collegate mediante un ponte. Entrambi i presupposti si rilevano nelle vallate appenniniche romagnole i cui fiumi, a carattere torrentizio, abbondano d’acqua durante la stagione avversa e gli alvei, incavati nella roccia, si prestano all’appoggio di ponti. Gli stessi fiumi, in pianura, impaludavano ampie fasce di terreno durante i periodi di piena, sicchè il loro attraversamento, in fase di magra, avveniva mediante guadi e, in fase di piena, mediante zattere o barche.

Le insidie e i sistemi difensivi che i Celti attuavano nei boschi sono stati ampiamente descritti da Cesare e certamente i Boi preordinarono crolli di grossi tronchi per ostacolare i movimenti delle legioni durante la battaglia nella selva Litana. Markale ha messo in rilievo come l’attribuzione dello sterminio dei nemici a portentosi interventi degli alberi risponda ad un tema ricorrente nelle tradizioni Celtiche. Il poema gallese Cad Goddeu del bardo Taliesin narra di una battaglia tra Britanni, fino a quando Gwyddyon non ricorre al soccorso magico, di cui solo lui conosce il segreto: trasforma in alberi ed arbusti i suoi guerrieri i quali, sotto tali spoglie, riescono a sconfiggere i nemici.

Nel poema di Taliesin i guerrieri, trasformati in alberi, combattono e vincono. In altre narrazioni la magia trasforma gli alberi in guerrieri, terrorizzando i nemici. Tre streghe, all’approssimarsi dell’eroe Irlandese Cuchulainn, suscitano uno scontro tra due armate, che sono formate da querce fronzute. Nel Macbeth Shakespeariano (atto IV, scena 1), ricavato da cronache leggendarie scozzesi, le streghe profetizzano che il tiranno avrà vita fino a quando la foresta di Birman non marci contro il castello di Dunsinane. Ciò accade quando gli assedianti procederanno “mimetizzati” con fronde d’alberi.

Nella narrazione del combattimento alla selva Litana, passando dalle tradizioni orali Cisalpine ai racconti dei cronisti romani, l’intervento magico degli alberi guerreggianti a favore dei Boi sarebbe stato sostituito dall’espediente meccanico dei tronchi, tagliati quanto bastava per farli crollare simultaneamente sull’esercito di Postumio.

Quanto alla possibilità di essere realizzato, l’espediente del taglio di tutti gli alberi della foresta non meritava molto più credito dell’intervento di alberi guerreggianti, ma era maggiormente accetto alla “forma mentis” romana, incline a un rozzo realismo, mentre i Celti erano attratti dal miracolismo magico. Inoltre lo stratagemma degli alberi tagliati in qualche modo salvaguardava l’onore militare dei Romani, i quali sarebbero stati sconfitti non per la credulità o l’imprudenza del pretore ovvero per la preponderanza dei Boi nei duelli individuali, contro i legionari dispersi nella foresta, ma per una imprevedibile insidia, che aveva trasformato le querce della foresta Litana in giganteschi, micidiali birilli, crollati in un sol colpo su Postumio e sul suo esercito.

A pretore caduto i Boi tributarono il (non ambito) onore della “sacralizzazione del cranio”, che “incrostarono d’oro, si che esso divenne per loro un vaso sacro da usare nelle libagioni delle feste solenni, e fu a un tempo coppa per i Druidi e per i capi del tempio”.

Verso la fine dell’avventura

Dopo la strage della selva Litana – poiché gli sforzi di entrambi i contendenti erano accentrati nell’Italia meridionale – si venne a determinare nella regione padana un precario stato armistiziale. Le tribù Celtiche si appagarono d’essere libere dalla presenza dei Romani, asserragliati a Piacenza e Cremona ma ben presenti nella Cispadana orientale, a Rimini, a Sarsina e sul litorale adriatico. Tale situazione giovò, in sostanza, ai Romani i quali poterono conservare, con poche forze, le posizioni essenziali per il loro ritorno nella valle del Po.

L’assenza di un forte esercito romano a nord degli Appennini è confermata sia dal persistente isolamento dei presidi di Piacenza e di Cremona sia dalla mancata reazione, nel 207, all’arrivo di un esercito libero cartaginese, condotto da Asdrubale attraverso le Alpi. Dando notizia di tale intervento al Senato, il pretore L. Porcio Licino scrisse che, con le scarse truppe disponibili, si sarebbe tenuto su posizioni difendibili.

Asdrubale arruolò Liguri e Celti. Indugiò con le truppe attorno a Piacenza ma non ottenne risultati concreti contro il presidio romano. Indi levò il campo per raggiungere Annibale nell’Italia meridionale. L’esercito cartaginese marciò lungo la pedemontana cispadana fino a Rimini e proseguì per la costa marchigiana, controllato alla distanza da minori forze romane. A nord di Senigallia giunse in vista delle legioni consolari.

Asdrubale fu costretto dai romani a battersi nella vallata del Metauro. Assegnò il lato sinistro dello schieramento ai veterani spagnoli, opponendoli alle preponderanti truppe del console Livio Salinatore. Il centro ai Liguri, appoggiati dagli elefanti. Il lato destro ai Celti, posti tra un colle che non consentiva l’attacco, né frontale, né ai fianchi. Questi ultimi, rimasti privi di ordini, si limitarono a tenere le posizioni nello schieramento, sicchè il console Claudio Marcello, non impegnato dai Celti, potè spostarsi sull’altro lato del fronte, determinando il cedimento degli Ispanici e, di conseguenza, l’esito della battaglia. Livio riferisce che il console L. Salinatore impartì l’ordine di rinunciare all’inseguimento dei Liguri e dei Celti superstiti, affinchè gli stessi recassero al più presto in patria la notizia della disfatta subita.

Il declino delle fortune di Annibale apparve evidente due anni dopo, quando Filippo V di Macedonia, il suo maggiore alleato, concluse la pace coi Romani. Le posizioni cartaginesi caddero anche in Spagna. Allora Magone, fratello minore di Annibale, salpò dalle Baleari con 12.000 fanti e 2.000 cavalieri. Sbarcò a Genova col proposito di riattivare, sul fronte settentrionale, le ostilità dei Liguri e dei Celti contro i Romani. Il Senato si limitò ad inviare un esercito a Rimini, affidandolo al proconsole L. Salinatore, e a concentrare ad Arezzo due legioni urbane.

L’arrivo di Magone tra le tribù cisalpine suscitò reazioni diverse. I Liguri lo accolsero e gli fornirono armati (o vi furono costretti). I Boi cispadani assunsero un atteggiamento alquanto cauto verso la nuova iniziativa cartaginese. All’invito rivolto da Magone di riprendere le armi contro il nemico comune, i loro ambasciatori risposero che, avendo “un campo Romano sul loro territorio (a Rimini) e uno quasi davanti agli occhi nelle vicina Etruria (ad Arezzo), se si fosse saputo che essi fornivano aiuto ai Punici, subito da ambo le parti quegli eserciti si sarebbero gettati ostilmente sulle loro terre; doveva per ciò chiedere ai Galli solo quello con cui essi potevano sovvenirlo nascostamente”. Gli emissari cartaginesi raccolsero rifornimenti e arruolarono uomini, ma clam et occulte, senza formalmente coinvolgere le tribù dei Boi nella riapertura delle ostilità.

Le schiere arruolate da Magone non furono in grado di recare grossi disturbi ai Romani i quali, nel 204, sotto la guida del pretore P. Quintilio e del proconsole M. Cornelio, presero l’iniziativa dell’attacco. In una battaglia molto cruenta, combattuta in territorio insubre, Magone rimane gravemente ferito. Ripiegò con i superstiti verso il ridotto ligure, dal quale salpò ma non potè raggiungere la patria, mortendo in conseguenza delle ferite quando le navi erano in vista della Sardegna.

La vittoria su Magone assicurò ai Romani il controllo su tutta la Gallia Cisalpina. Il console Caio Servilio, che comandava le forze armate stanziate nella provincia, ottenne dai Boi la restituzione di suo padre e di Caio Lutazio, i quali erano stati fatti prigionieri a Tanneto il primo anno di guerra. I contatti di Servilio coi Boi dovettero essere di natura più diplomatica che militare se Livio, a commento dell’episodio, annotò che il console, insieme al padre e a Lutazio era tornato a Roma “insigne per gloria privata piuttosto che pubblica”.
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Re: La battaglia della Selva Litana

Messaggioda ClaudioCugliandro » 09/03/2012, 17:27

Davvero un ottimo articolo. Le tue fonti sono quelle degli scrittori latini, o c'è un libro\saggio\lezione dalla quale prendi spunto? Vorrei saperlo, perchè le guerre puniche sono il mio periodo storico preferito, e Annibale per me fu il miglior tattico di sempre.

Per entrare nel merito dell'articolo, credo che l'importanza della battaglia debba essere relazionata al periodo in cui si verificò. Se questa dovesse essersi verificata nello stesso periodo di Canne, i dubbi sull'entità delle forze (25.000) sarebbero giustificabilmente grandi, perchè era inutile mandare una tale entità di forze contro un nemico "debole" e di secondo piano, mentre si doveva combattere la più importante battaglia che Roma avesse affrontato. Se dovesse essere successivo, i dubbi, per quanto mi riguarda, rimarrebbero, ma meno incisivi. E' risaputo che Roma diede fondo a tutte le sue risorse per "ricostruire" un forte controllo in Italia, e soprattutto nell'Italia centrale e settentrionale, evitando lo scontro con Annibale, come pianificato da Q.F.Massimo.

Per quanto riguarda la tattica utilizzata dai Celti, ne avevo sentito parlare, ma mai in modo così dettagliato, con nomi, date, luoghi e schieramenti, quindi ringrazio ulteriormente Tagos.
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