Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

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Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda Teo » 09/06/2011, 14:06

L'IMPORTANZA DELLA BATTAGLIA DEL SENTINO NELLA STORIA D'ITALIA

All'inizio del III secolo a.C. le potenze regionali che si dividevano il territorio dell'Italia centrale erano: in Campania e nell'Abruzzo i Sanniti (primi almeno come popolazione), nel Lazio Roma, in Toscana gli Etruschi, nelle Marche i Piceni, i Galli Senoni ed i greci di Siracusa (Ancona e Numana), in Umbria gli Umbri. Nessuna era alleata con un'altra. Addirittura, i Celti erano divisi al loro interno. Nell'anno 300 a.C. la situazione politica era ancora fluida, diversi scenari potevano trovare realizzazione: alleanze pan-italiche con la creazione di un embrione di nazione, “tutti contro tutti”, oppure l'egemonia di una sola potenza sulle altre. La potenza che aveva le maggiori mire espansionistiche era Roma. Da piccolo centro urbano, nato attorno ad un punto di guado sul fiume Tevere, aveva saputo sganciarsi dal dominio etrusco e darsi una propria organizzazione militare e civile che le aveva consentito di avviare un ciclo espansivo che proseguiva da tempo senza soluzione di continuità. Le altre nazioni se ne erano accorte ben presto, ma ognuna aveva reagito a modo suo, facendo il gioco di Roma. In un contesto politico dove ogni nazione si difendeva da sé e intanto stava a guardare cosa facevano le altre, si distinse nettamente la soluzione adottata dal capo dei Sanniti, Gellio Egnazio. Egli infatti pensò che per bloccare l'avanzata romana, per arrestarne le mire egemoniche, era necessario formare una coalizione tra tutte le nazioni che erano minacciate più da vicino dall'Urbe. Le sue capacità politiche dovettero essere state almeno pari a quelle strategiche poiché Gellio riuscì effettivamente a convincere tutti i popoli confinanti con i romani a formare la coalizione. La coalizione fu formata da Sanniti, Etruschi, Umbri e Galli Senoni.
I Piceni, invece, si allearono con i Romani, perché ancora ricordavano l'invasione celtica che aveva occupato tutto il loro territorio settentrionale. Roma diede una lezione così pesante agli avversari che la coalizione sconfitta non venne mai più ripristinata. Dopo Sentino, i popoli confinanti tornarono ad attuare ciascuno la propria politica. Le città etrusche e quelle umbre stipularono patti federativi, mentre con Celti e Sanniti perdurò lo stato di guerra.
Il vero significato della battaglia di Sentino fu che Roma, era ormai superiore militarmente alle altre potenze della penisola, e nessuno poteva pensare di ridimensionarla. Roma, pur vincendo, non conquistò dei territori. Per l'Urbe il risultato concreto della battaglia di Sentino, infatti, fu la possibilità di continuare la sua politica di egemonia sul resto della penisola.
Quanto ai Galli Senoni, per essi la battaglia di Sentino, che si combatté sul loro territorio, rappresentò l'uscita di scena definitiva dalla lotta per il predominio sulla penisola. I Romani approfittarono subito della débacle celtica impadronendosi, dopo pochi decenni, di metà del loro territorio.

GLI ANTEFATTI POLITICO-MILITARI ALLA BATTAGLIA

Gellio Egnazio riuscì a far riprendere ai Sanniti l’iniziativa strategica, mettendo a frutto l’accorta politica di alleanze maturata dopo la pace subita con la seconda guerra contro Roma e che aveva anche visto una crescente volontà da parte delle città dell’Etruria interna centro-settentrionale, di reagire all’espansionismo di quella che si stava configurando come uno stato capace di organizzare, oltre la dimensione cittadina, una struttura territoriale con un tessuto di relazioni originale ed efficace sul piano politico, militare ed economico. Inoltre, non dovevano mancare agli Etruschi preoccupazioni per la crescente sensibilità “marinara” romana rivelata dalla fondazione di colonie marittime e i trattati con Marsiglia e Cartagine.
Quest’ultima città era in quei tempi in durissima lotta con Agatocle di Siracusa, nei cui confronti le città etrusche appunto sembra che stessero mutando l’antica inimicizia nei confronti della metropoli siceliota, avendo inviato rinforzi di uomini e navi. Il fatto nuovo, e rivelante, fu proprio la possibilità di coalizzare in senso antiromano potenze fino allora tradizionalmente avversarie, come i Sanniti, gli Etruschi e i Galli, forse “recuperando” per questi ultimi una nuova pressione migratoria. Proprio questa componente fu indubbiamente l’elemento di maggior preoccupazione per i Romani: la loro minaccia si stava rinnovando. Anche gli Umbri, dopo la fondazione della colonia latina a Narnia davano segni di una preoccupazione tale da superare la diffidenza nei confronti dei Galli Senoni che avevano loro strappato territori che si affacciavano all’Adriatico, tanto che il maggior numero delle genti umbre aveva aderito all’alleanza con i Sanniti. Così il più forte contingente sannita era riuscito a raggiungere il collegamento con gli Umbri, gli Etruschi e poi i Galli, con un’audace - e non si sa quanto difficile - marcia, attraversando il territorio ostile dei Peligni - che dopo la battaglia del Sentino attaccarono gruppi Sanniti in ritirata, infliggendo loro gravi perdite! - e quello dei Vestini, avendo risalito il corso dell’Aterno per scendere poi dalle montagne a Rieti, alleata come Norcia, Spoleto e Foligno. La guerra era iniziata dal casus belli offerto dall’alleanza stretta tra Roma e i Lucani, quando questi furono assaliti dai Sanniti. Il Sud, tanto l’area apula che quella lucana, fin dalla guerra precedente era stato considerato importantissimo dai Romani, sia per aprire un fronte alle spalle dei Sanniti quanto anche per controllare gli sbocchi della transumanza invernale, acquisendo così un ruolo fondamentale nei confronti delle genti della Lega Sabellica e minacciando gli interessi economici dello stesso Sannio. Le operazioni militari avevano visto l’attacco al Sannio, ad Est dall’Apulia e da Ovest dalla media valle del Liri e dalla Campania settentrionale; addirittura Cneo Fulvio sarebbe riuscito a saccheggiare Aofidena, avendo risalito la valle del Sangro grazie all’alleanza con i Peligni. I Romani non si erano potuti sostenere però nel territorio nemico e si erano dovuti accontentare di darlo al guasto. A Roma quando giunse la notizia della nuova dislocazione degli avversari, si percepì il pericolo che incombeva: fu organizzato un arruolamento esteso perfino ai liberti, Appio Claudio si ritirò con le sue truppe dalla Campania Settentrionale, cui reagirono i Sanniti con un’invasione - che pur essendo evidentemente solo un diversivo - fu arrestata solo grazie all’intervento di Q. Fabio Rulliano e Volumnio Flamma che fondarono allora due nuove colonie – Sinuessa e Minturno – di chiara importanza strategica. Le operazioni si concentrarono per il momento nell’Etruria Centrale, tra Chiusi e Perugia, con alterne e non chiarissime, allo stato attuale della ricerca e sulla base delle narrazioni pervenute, vicende.

L’ESERCITO ROMANO
VELITES, HASTATI, PRINCIPES, TRIARII, EQUITES, SOCII, EXTRAORDINARII

Quello romano era un esercito di cittadini in armi e non facevano eccezione i comandanti, che venivano eletti annualmente, con compiti non solo militari. A ciascuno dei due consoli, i magistrati supremi eletti annualmente, in caso di guerra veniva affidato il comando di due legioni assieme ai contingenti alleati. Se necessario, eserciti di minore consistenza erano affidati ad un pretore.
Il console nominava sei tribuni militum, a due dei quali era affidato, a turno, il comando di ogni legione. Il nerbo della legione era costituito dai centurioni, sicuramente scelti tra i soldati con maggiore esperienza.
Le due centurie di ogni manipolo erano comandate ciascuna da un centurione e quello della centuria di destra (centurio prior) aveva il comando dell’intero manipolo. Ogni centurione era coadiuvato da dei “sottufficiali”: l’optio, il secondo in comando, un vessillifero (signifer), un cornicen (suonatore di corno, per dare gli ordini in battaglia), e da un comandante della guardia (tesserarius). Il centurione più alto in grado della legione era il primus pilus.
I veliti, la fanteria leggera
Oltre un quarto dell’organico di una legione, secondo Polibio, era costituito dai Velites. Si trattava di uomini che non potevano permettersi una panoplia completa, o troppo giovani per operare con la “fanteria di linea”. Loro compito era disturbare con il lancio di giavellotti o pietre le linee avversarie prima dello scontro con la fanteria pesante. Erano protetti da un leggero scudo circolare (parma) e un elmo, a volte semplicemente di cuoio, su cui, come riportato da Polibio, applicavano pezzi di pelliccia (spesso di lupo), per essere meglio identificati dai comandanti, ma con un probabile originale significato totemico.
Hastati e Principes, il nerbo della legione
I manipoli degli hastati erano quelli della prima linea, destinati al primo impatto con l’avversario, mentre ai manipoli dei principes, il fior fiore dei soldati, era destinato il compito di penetrare nei varchi aperti dagli hastati e infliggere il colpo decisivo.
L’equipaggiamento difensivo comprendeva l’elmo di bronzo, una piasta pettorale (kardiophylax), uno schiniere nella gamba sinistra (quella rivolta al nemico) e un grande scudo ovale e ricurvo, composto di listelle di legno sovrapposte coperte da cuoio. Al tempo di Polibio l’armamento comprendeva una spada e due giavellotti (pila), uno più pesante dell’altro; è però possibile che al tempo della battaglia di Sentino uno dei due schieramenti fosse armato con una lancia (hasta) in luogo dei pila.

Triarii, i veterani

I triari, i veterani dell’esercito schierati in un numero circa pari alla metà degli hastati/principes, erano l’ultima schiera della legione e generalmente usati solo come ultima risorsa, in situazioni di difficoltà, tanto da ispirare la massima “res ad triarios redit” (la cosa è ridotta ai triari) per indicare situazioni disperate. Polibio li descrive armati di una lunga lancia (hasta) al posto dei pila, ma per il resto equipaggiati come gli altri legionari (i più ricchi potevano permettersi cotte di maglia di ferro, come in uso tra i Celti); è possibile che al tempo della terza guerra sannitica l’armamento di tipo oplitico non si limitasse alla lancia ma comprendesse tutta la panoplia.

La cavalleria

La cavalleria romana, i cui compiti erano soprattutto la ricognizione e l’inseguimento dei nemici, era numericamente scarsa e forse anche di qualità mediocre. I suoi membri provenivano dall’aristocrazia (ordine equestre) ed erano probabilmente equipaggiati come opliti, con elmo, corazza anatomica e scudo, lancia e spada. Cavalcavano a pelo, senza staffe, cioè senza poter caricare “lancia in resta”.

Gli eserciti alleati

Gli alleati di Roma fornivano contingenti di fanteria pari a quelli romani ma cavalieri in numero tre volte superiore. Gli alleati (socii) venivano divisi in due alae poste ai fianchi dello schieramento romano; ogni alae, al comando di tre praefecti romani era divisa in non ben definite coorti. Le turmae della cavalleria venivano disposte ai fianchi delle alii di fanteria, forse insieme agli equites romani. Le truppe più valorose (sia fanti che cavalieri) andavano a formare una specie di “corpo speciale”, gli extraordinarii, usato, ad esempio, come avanguardia durante le marce di trasferimento.

I NEMICI DI ROMA
I CELTI E I SANNITI

Della Lega antiromana al tempo della terza Guerra Sannitica facevano parte Sanniti, Celti, Etruschi ed Umbri. A questi si devono probabilmente aggiungere altre genti minori o singole città italiche.
I Celti
Al Sentinum i padroni di casa, per così dire, erano i Celti, o Galli secondo i romani (Gàlatai o Kèltai, in greco), divisi in varie tribù accomunate da lingua e cultura simile. Il territorio di Sentino era occupato da circa un secolo dalla tribù dei Senoni, così come la Romagna e le Marche a nord dell’Esino, mentre proseguendo a settentrione s’incontravano Boii, Lingoni, Insubri, Cenomani, e altri. La tribù era un insieme di clan, comandate da un re (rix) eletto tra i guerrieri. Al vertice della gerarchia sociale vi erano i sacerdoti (druidi) e i guerrieri, a cui seguivano gli uomini liberi (artigiani, contadini, commercianti) e gli schiavi. La guerra era quindi un affare riservato alla sola classe guerriera, che doveva la sua ricchezza e prestigio alla pratica stessa della guerra, finalizzata non solo all’espansione territoriale – in Italia, i Celti occuparono territori già etruschi, umbri e piceni – quanto alla semplice predazione di beni e schiavi, affiancata dal mercenariato.
La fanteria era quella di gran lunga più numerosa, ma la componente più importante di un esercito celtico, quella che fece la differenza contro le statiche falangi etrusche o romane, era la cavalleria. Formata dai membri più importanti e facoltosi dell’aristocrazia, era costituita sia da cavalleria montata che da carri da guerra. Quest’ultimi, che ebbero un ruolo significativo alla battaglia del Sentinum, non erano usati per caricare direttamente le schiere avversarie; il carro veniva piuttosto usato per terrorizzare l’avversario con la semplice massa alla carica e il frastuono, correndo poi attorno al nemico per lanciare giavellotti, oppure come trasporto veloce di guerrieri di rango che combattevano poi appiedati.
I Galli, noti per spavalderia e indisciplina, di alta statura e biondi, portavano grandi baffi; alcuni, con acqua e calce, si sbiancavano i capelli che poi pettinavano all’indietro formando una sorta di cresta. I guerrieri si distinguevano indossando il torques, un caratteristico collare rigido.
Le armi consistevano in lance e giavellotti, l’arma principale era però la lunga spada, molto adatta all’uso di taglio, fatta però con metallo di scarsa qualità, tanto da potersi piegare facilmente. L’armamento difensivo comprendeva un elmo di bronzo, più o meno del tipo “Montefortino” diffuso in tutta l’Italia, uno scudo piatto di forma per lo più ovale e, per i più ricchi, una cotta di maglia di ferro, che poi iniziarono ad adottare anche i romani. Testimonianze letterarie e iconografiche spesso mostrano guerrieri completamente nudi, protetti solo dallo scudo, forse “unità scelte” di guerrieri particolarmente valorosi.
I Sanniti
L’esercito della Lega Sannitica era comandato da un magistrato eletto (con poteri sia civili che militari, capo del touta) detto meddix tuticus. Oltre alla presenza di un’unità scelta, la legio linteata, i cui membri consacravano sé stessi alla lotta, sappiamo che il resto dell’esercito sommava ad oltre 20.000 uomini, per un totale di circa 40.000 combattenti divisi in due corpi, detti exercita. Livio dice che uno dei due eserciti portava bianche tuniche di lino e scudi coperti d’argento (in probabile riferimento alla legio linteata) e l’altro tuniche colorate e scudi dorati; questi particolari sono però da prendere con una certa cautela.
Dal repertorio iconografico e archeolo-gico, oltre che dalle fonti come Livio, sappiamo che i guerrieri indossavano, sopra una corta tunica, un pettorale detto spongia (forse perché una spugna applicata sul retro della corazza fungeva da ammortizzatore) e una caratteristica cintura di bronzo, forse ricoperta di tessuto o cuoio. Indossavano inoltre un elmo di bronzo, del tipo “Montefortino” o della variante italica dell’elmo attico, sui quali erano applicate delle piume o creste metalliche, e uno o due schinieri. Portavano uno scutum ricurvo che Livio descrisse di forma trapezoidale, per facilitare i movimenti, oppure scudi ovali o circolari. Le armi erano il giavellotto (le teretes aclydes, munite di un’appendice lungo l’asta per aumentarne la spinta inziale con l’aiuto di una correggia) e lance. Non risultano armi da taglio, che pure dovevano essere diffuse, forse simili alle ricche spade lanceolate delle genti sabelliche dei secoli precedenti.

I NEMICI DI ROMA
ETRUSCHI ED UMBRI

Etruschi ed Umbri (almeno secondo Livio) non presero parte allo scontro del Sentino, è però possibile che, oltre a rivestire un’importante ruolo nell’ottica generale della guerra, alcuni contingenti fossero comunque presenti alla battaglia.
Gli Etruschi
Già antichi avversari dei Sanniti, che a loro sottrassero la costa campana, dei Galli che occuparono a loro volta ne occuparono i territori a Nord dell’Appennino, e con alterni rapporti con gli Umbri, gli Etruschi si unirono ai loro nemici per contrastare l’altra e sempre più pericolosa minaccia: Roma. I rapporti con l’Urbe (che nei primi secoli della sua vita era una città sostanzialmente etrusca) dal V secolo erano ostili. Non bisogna però pensare ad una ostilità tra entità statuali unitarie, perché l’Etruria era un insieme di città-stato indipendenti, sia pure collegate (in modo incostante) in una lega sacra delle dodici principali città, che non furono quasi mai unite nella lotta contro Roma, ma solo alcune di esse mentre altre potevano rimanere neutrali e fors’anche alleate. Qualcosa di simile dovette avvenire anche in occasione della terza guerra sannitica, per cui alcune città presero parte attiva nella Lega antiromana, altre furono alleate di Roma.
Non sappiamo con precisione come fossero armati i guerrieri etruschi all’inizio del III sec. a.C. La maggior parte dei reperti archeologici e delle fonti iconografiche risalgono a periodi precedenti, e anche fonti quasi contemporanee, come le decorazioni nel sarcofago delle Amazzoni, risentono pesantemente della stereotipata influenza stilistica greca. Si può comunque pensare che gli etruschi avessero mantenuto la tattica e la panoplia oplitica, affiancati da cavalleria e fanteria leggera. L’oplita etrusco del III-IV sec. a.C. aveva una corazza composta di numerose sottili lamelle metalliche cucite sul corpetto di cuoio o lino.
Gli Umbri
Dal punto di vista territoriale, l’Umbria era anch’essa un insieme disunito di città-stato (trifu), di cui a volte restano le imponenti mura poligonali. L’Umbria era un’area compresa tra altre che ebbero grande influenza sulla propria cultura; in particolare Etruria e Piceno erano aree di importante importazione di materiale anche bellico, tanto da rendere ben difficile distinguere armi ed armature (e oggetti interessanti ai fini ricostruttivi come i bronzetti) importati da quelli prodotti in loco, in genere su modelli etruschi, piceni o gallici. Si può quindi pensare che il guerriero Umbro fosse un oplita (se poi combattesse in formazione falangitica non è dato a sapere), affiancato da truppe leggere. Il suo equipaggiamento era un misto di armi e armature principalmente di tipo etrusco e piceno.

GLI ESERCITI VERSO SENTINO

La preoccupazione dell’addensarsi di un poderoso esercito formato da quattro grandi popoli indusse i Romani ad agire, probabilmente nel timore che i loro stessi alleati, e i Piceni fino allora neutrali, decidessero o fossero costretti a mutare atteggiamento.
Si mosse così l’esercito dei due consoli, Q. Fabio Rulliano, con la prima e la terza Legione e P. Decio Mure con la quarta e la sesta; vi era inoltre un grosso contingente di cavalleria romana e mille cavalieri scelti inviati dalla Lega Campana e un esercito di alleati e di Latini più numeroso di quello stesso dei Romani. Altri due eserciti furono inviati - e si rivelarono assai importanti - a fronteggiare l’Etruria, coprendo Roma uno nel territorio falisco e l’altro, addirittura, nell’agro vaticano, alle porte della città; sul fronte meridionale, verso il Sannio, il proconsole Lucio Volumnio combatteva con la seconda e la quarta Legione.
Vi sono diverse ipotesi per il percorso più probabile per questa massa di combattenti e le relative salmerie. Il teatro delle
complesse operazioni precedenti, nel testo liviano, si svolgono nei pressi di Chiusi, il cui antico nome (Camars) può aver determinato equivoci con la citazione di Polibio relativa a Camerino. Il luogo di raccolta dell’esercito romano sembrerebbe, sulla base di un’interpretazione di Livio, abbastanza condivisa, essere stato Aharna, l’attuale Civitella d’Arno, a dieci chilometri da Perugia. Da questa località, per raggiungere la zona di Sassoferrato, vi è il percorso che da Gubbio - allora una delle poche città umbre alleate a Roma - porta al Passo dello Scheggia, l’altro, che porta alla Piana di Fabriano. Sembra da escludere invece la via che attraversa la gola di Frasassi. Da Fabriano ci sono due varianti, una che passa da Collegiglioni e Genga, riallacciandosi con il percorso proveniente da Frasassi, superata la gola, ma appare eccessivamente tortuoso; il più facile è quello che costeggia l’attuale linea ferroviaria Fabriano-Sassoferrato: quest’ultima direzione avrebbe permesso un adeguato controllo rispetto al nemico. Da Civitella d’Arno alla piana di Fabriano, il tragitto più breve è quello che dalla Valle del Chiascio giunge a Casa Castalda proseguendo per la Valle del Rasina e Gualdo Tadino a Fossato di Vico. Quest’ultima località è raggiungibile anche da Foligno, che però in questo periodo era un centro umbro alleato ai Sanniti. Alla luce di queste ipotesi e valutando la rapidità delle comunicazioni romane per quell’efficace diversivo narrato da Livio, che alla vigilia della battaglia induce i contingenti Etruschi, almeno per la gran parte se non tutti, ad abbandonare il campo, potrebbe far non escludere, nonostante i rischi “tattici”, proprio il percorso che da Gubbio conduce all’impervio passo di Scheggia, anche in considerazione dell’addestramento acquisito dall’esercito romano nelle precedenti campagne nel cuore del Sannio e del ruolo di quei contingenti alleati, che non dovevano mancare, di Marsi, Marrucini, Peligni e Vestini (questi ricondotti all’alleanza con Roma nel corso dei precedenti anni di guerra), abili e valorosi come gli stessi Sanniti.
Il testo di Polibio considera Camerino, l’altra alleata umbra di Roma, come punto di riferimento delle operazioni precedenti la battaglia; accogliere questa versione induce ad un’altra ipotesi per la marcia d’avvicinamento: i romani e i loro alleati sarebbero transitati per il valico di Colfiorito, seguendo quell’antico percorso che fu poi sostituito dalla via Flaminia.
La questione della partecipazione di consistenti contingenti umbri ed etruschi, forse va affrontata sia valutando per quanto scrive Livio sull’esito dello scontro nell’ipotesi che questi fossero stati presenti, sia alla luce dell’episodio dei disertori chiusini (testimonianza, peraltro, delle tensioni politiche e sociali nelle città etrusche) che avrebbero suggerito a Q. Fabio Rulliano di convincere i comandanti delle forze romane lasciate a coprire Roma di avanzare in territorio etrusco operando razzie e distruzioni. È però probabile che questa campagna diversiva fosse stata già decisa non appena percepito che il più forte contingente militare etrusco si trovava con i Sanniti e gli altri coalizzati. Per l’atteggiamento degli Umbri si può formulare un’altra ipotesi; innanzitutto non tutte le comunità erano schierate nell’alleanza antiromana. Inoltre i Galli erano o Senoni, che avevano strappato terre agli Umbri, o addirittura nuovi venuti, corrispondenti ad un’ulteriore spinta migratoria. Per di più non potevano mancare, proprio fra i già inquietanti Galli, mercenari, come si può evincere tanto dal testo di Livio quanto dal fatto che la greca Ancona, fondata dai siracusani all’inizio del IV secolo, era un centro di raccolta appunto per tale tipo di truppe che costituivano il nerbo degli eserciti delle città italiote e siceliote. Tutto ciò poteva permettere, agli occhi degli Umbri, l’aggregarsi di realtà ben più destabilizzanti dei Romani: un contatto diretto con i contingenti galli può averli indotti ad una politica più prudente, considerando anche le scelte dei Piceni.

I PICENI SPETTATORI NEUTRALI

I Piceni (Picentes) erano un popolo italico di lingua osco-umbra, stanziato nel Piceno settentrionale almeno dal V sec. a.C. Secondo Plinio il Vecchio - con una versione però non concorde con altri autori antichi - sarebbero venuti dalla Sabina ed il loro nome sarebbe dovuto al picchio (picus), uccello sacro a Marte, sotto la cui guida, avrebbero migrato nell’ambito di un ver sacrum inserendosi così in un territorio caratterizzato da una cultura fiorita dall’VII sec. a.C. - definita “medio-adriatica” - non priva di significative sub regioni.
I Piceni, organizzati in una lega, avevano in Ausculum il loro centro più importante e presso l’attuale Cupra Marittima il santuario dedicato alla dea Cupra, luogo di scambi con Umbri, Etruschi, Greci, Dauni e forse uno dei punti di riferimento della “via dell’ambra”. La società picena appare gerarchicamente
articolata, con al vertice un’aristocrazia guerriera. I corredi funerari maschili evidenziano, con abbondanti armi offensive e difensive, continuamente aggiornate nelle fogge, probabili indizi di una diffusa pratica di mercenariato. Agli inizi del IV secolo si verificarono eventi che avviarono la destrutturazione della cultura picena: invasione dei Galli Senoni, che danneggiò anche i vicini Umbri, e la fondazione della colonia greca di Ancona.
I Piceni, che precedentemente avevano raggiunto accordi con Roma, non aderirono alla grande coalizione antiromana, molto probabilmente perché minacciati al Nord dai Galli e dai Sanniti a Sud - e forse anche dagli stessi Umbri a Occidente - preferendo restare neutrali, alleandosi poi con i romani all’inizio del III secolo.

GLI SCHIERAMENTI

Lo schieramento degli eserciti per la battaglia del Sentino, viene descritto da Livio nel Decimo Libro: i Galli si disposero a destra e i Sanniti a sinistra. Da questo passo si evince che semmai contingenti umbri ed etruschi, non citati dalle fonti antiche, avessero preso parte agli scontri, è indubbio che il loro apporto fu minimo. I Romani, oltre alle quattro legioni, avevano inoltre contingenti alleati (soprattutto, probabilmente, dalla Lega Sabellica, forniti da Marrucini, Marsi, Peligni e Vestini oltre a Frentani) e Latini. Oltre a ciò i Consoli potevano allineare, alle estreme ali, anche mille cavalieri scelti mandati dai Campani, oltre alla cavalleria romana. La mancata esplicita citazione degli alleati della Lega Sabellica forse dipende dall’atteggiamento degli storici romani dopo la guerra sociale. I Galli avevano una consistente componente di cavalleria e utilizzarono anche i combattenti sui carri, gli Essediari.
Livio specifica, anche nella narrazione della battaglia, che Celti e Sanniti avevano accampamenti diversi e inoltre indica la distanza da quello romano: 4 miglia, circa 6 chilometri. Gli schieramenti fanno pensare, da un’analisi del testo liviano sull’andamento della battaglia, a due dispositivi separati sia per i Romani che i per i loro avversari. Sempre secondo Livio, gli eserciti contrapposti schieravano un ugual numero di combattenti tanto che scrive: «[...] al primo scontro si lottò con tale parità di forze che, se ci fossero stati gli Etruschi e gli Umbri [...] si sarebbe dovuta subire una sconfitta». Livio scrive inoltre che altri due eserciti romani erano acquartierati, uno nel territorio dei Falisci e l’altro nell’agro vaticano, agli ordini dei propretori Cneo Fulvio e Lucio Postumio Megello, e che la seconda e la quarta legione, con il proconsole Lucio Volumnio, erano nel Sannio.

IL CAMPO DI BATTAGLIA

L’identificazione del luogo dove si svolse la battaglia del Sentino, ha suscitato un dibattito che non trova ancora concordi gli studiosi. Possiamo in questa sede proporre alcune delle ipotesi più significative, tenendo presente che una recentissima proposta di Giulio Firpo intende individuare l’area della battaglia in Etruria, tra Chiusi e Rapolano.
L’erudito fabrianese Filippo Montani, già alla metà del XVIII sec., pensò di poter indicare, per il luogo della battaglia del Sentino, l’ampia pianura di Fabriano, ma tale ipotesi non ha retto alla critica successiva. Paolo Sommella, considerando che Livio tra gli autori antichi è l’unica fonte che fornisce qualche elemento di riconoscimento, fa un attento esame del testo confrontandolo con evidenze topografiche, propone, nel Comune di Sassoferrato, la zona dall’uscita est alle gole di Scheggia, a nord ovest fino a Monterosso e a Nord-Est fino a Civitalba, ponendo nell’allineamento di queste due località gli accampamenti dei Galli e dei Sanniti, e quello romano nella zona di Stavellina; considera inoltre il Fosso Sanguerone come il limite tra lo schieramento dei galli contro Publio Decio Mure ad Ovest del corso d’acqua e quello dei Sanniti contro Quinto Fabio Rulliano ad Est. Umberto Moscatelli ha offerto un’ulteriore precisazione per l’area di Sassoferrato, considerando altri possibili percorsi di avvicinamento degli eserciti e soprattutto i problemi relativi all’impiego da parte dei Galli dei carri e delle difficoltà di collegamento e comunicazione tra le due ali dello schieramento romano già evidenziate nello stesso scritto del Sommella. Moscatelli ipotizza che ad Ovest del Sanguerone, tra Piano e Casaldana, vi fu lo scontro fra Decio e i Galli, mentre Fabio ad Est dell’attuale Sassoferrato, nella Piana a sinistra del Sentino. V’è anche l’ipotesi di Stefano Lumini che incentra la battaglia a Nord-Ovest di Sassoferrato, tra l’attuale stazione di Monterosso e il Piano, avendo Monte Ludriano come separatore tra le ali romane e tra Galli e Sanniti, con gli schieramenti rispettivamente a Sud e a Nord.

LO SCONTRO INIZIALE E IL SACRIFICIO DI DECIO MURE

Salvo forse gli scontri tra falangi, nei quali l’impatto diretto tra le due masse era cercato da entrambe le parti, le battaglie all’arma bianca non erano quell’assalto su tutta la linea a cui segue un caotico corpo a corpo che si vede in tanti film. Si trattava piuttosto di una continua ricerca di un cedimento nello schieramento avversario, con assalti limitati ed eventuali soste o ritirate. L’esito era spesso deciso prima dell’impatto e una serie fortunata di lanci di proiettili uniti alla semplice minaccia di un’avanzata decisa poteva procurare il panico in alcuni delle linee avversarie, creando quei varchi che i combattenti più intraprendenti tra gli assalitori potevano sfruttare; allo stesso modo, dopo un’avanzata non riuscita, una ritirata condotta male poteva portare allo stesso grado d’instabilità del fronte. La maggior parte delle uccisioni avveniva nel momento in cui uno o più settori del fronte perdevano compattezza e il nemico pentrava in profondità nello schieramento; a quel punto il panico poteva dilagare e gli attaccanti avevano facile ragione dell’incontrollata massa dei nemici in fuga, facendo strage.
Non fa eccezione la battaglia del Sentinum, durante la quale la maggior parte del tempo vide una serie di azioni di disturbo da parte della fanteria leggera, unite a limitate avanzate della fanteria pesante che, più volte si limitò, probabilmente, al lancio dei pila senza arrivare al corpo a corpo con le spade.
Questo è senz’altro vero per le forze al comando di Q. Fabio Rulliano, che preferì tenere un atteggiamento difensivo, lasciando stancare i Sanniti in una serie di piccoli assalti inconcludenti. Diversamente, Decio Mure, che secondo Livio era più irruente a causa della più giovane età, impiegò subito al primo scontro la maggior parte delle forze disponibili. L’errore fu tanto più grave perché era noto che i Galli erano terribili e impetuosi combattenti che però mal sopportavano fatica e calura e, dopo i primi assalti, perdevano rapidamente vigore (Livio dice: «All’inizio dello scontro erano più che uomini, alla fine risultavano essere meno che donne»). Poiché gli attacchi delle fanterie non sembravano avere l’impeto necessario per raggiungere lo scopo, impegnò nella mischia la cavalleria, in particolare i cavalieri campani, a cui si unì egli stesso.
Al secondo assalto la cavalleria gallica era in fuga e i romani stavano ormai impegnando la fanteria avversaria quando da dietro le file nemiche comparve un’arma sconosciuta ai romani. Alcune centinaia di carri da guerra venivano alla carica con un enorme polverone e frastuono di ruote. Molti cavalli, spaventati da quei mezzi rumorosi sbalzarono di groppa i loro cavalieri (cosa non difficile, vista la mancanza delle staffe) e fuggirono. La cavalleria ormai in fuga investì anche la propria fanteria mentre i guerrieri celti, da bordo dei loro carri lanciavano giavellotti, scompaginando ancor più le formazioni romane.
A quel punto la fanteria gallica, imbaldanzita dal cedimento romano, passò all’assalto dei manipoli nemici che iniziarono a cedere in preda al panico, mentre Decio cercava invano di trattenere fuggitivi.
Rendendosi conto di non poter mantenere il controllo sui propri uomini, decise di seguire l’esempio di suo padre nella guerra contro i Latini. Chiamò a sè il pontefice Marco Livio e gli ordinò di recitargli la formula della devotio, con cui sacrificare se stesso, assieme all’esercito nemico, agli dèi. Alle parole del rito già pronunciate dal padre, aggiunse: «Io getto davanti a me paura, fuga, massacro e sangue, l’ira degli dèi celesti e infernali». Maledisse le insegne e le armi nemiche unendo la sua rovina a quella dei Galli e dei Sanniti. Affidati al pontefice i littori, come simbolo di comando, annodò alla vita la toga pretesta, con un lembo a coprire il capo e spronò il cavallo dove le schiere galliche erano più compatte, offrendo il proprio corpo ai dardi nemici.
Incitati dal pontefice Livio ad una vittoria ormai certa, grazie al sacrificio che portava gli dèi dalla loro parte, i romani si ricompattarono, anche grazie ai rinforzi mandati da Quinto Fabio (forse dalla linea dei triarii della I legione, la più vicina) e contrattaccarono. Forse, più che il sacrificio di Decio, alla ripresa dei romani valse la stanchezza dei galli, spossati dalla fatica e dalla sete della calura estiva.

LE FASI FINALI DELLO SCONTRO

Con la ripresa dei romani, i Galli serrarono i ranghi, scudo contro scudo, impedendo il corpo a corpo. I primi presero a bersagliarli con pila e giavellotti anche raccolti al suolo. Pur non trafitti molti Galli caddero tramortiti o ebbero gli scudi inutilizzabili per le lance infisse che li sbilanciavano, aprendo così pericolose brecce. All’ala destra Fabio era riuscito a temporeggiare, aspettando che la fatica si facesse sentire tra i Sanniti. Quando si accorse che gli assalti nemici avevano perso di vigore, ordinò alla cavalleria di avanzare sul fianco avversario ed alla fanteria di avanzare passo passo, stanando il nemico dalle posizioni su cui era attestato. Resosi conto che i Sanniti, a causa della spossatezza, non opponevano una seria resistenza, lanciò la fanteria all’assalto, comprese tutte le riserve, e diede ai cavalieri il segnale per la carica. I nemici non ressero l’urto e le linee si sfaldarono, mentre un numero sempre più consistente di Sanniti si diede ad una fuga precipitosa
verso l’accampamento, superando lo schieramento dei Galli ed abbandonandoli nella mischia. I Galli da parte loro, si ricompattarono e riformarono la testuggine (formazione compatta di scudi). Fabio ordinò allora ai 500 cavalieri campani dell’ala destra di cessare l’attacco ai Sanniti per dirigersi alle spalle dei Galli, seguiti dai principes della III legione, allo Scopo di colpire quanti stavano scappando dal massacro che stava avvenendo nella testuggine. Quinto Fabio, con tutti gli uomini rimanenti, dopo aver promesso in voto un tempio le spoglie nemiche a Giove Vincitore, inseguì i Sanniti in fuga fino all’accampamento nemico. Lì, a causa delle porte troppo strette per far passare l’intera massa di quanti speravano di riparsi all’interno della palizzata, si accalcavano i sanniti a ridosso della trincea, e lì, tra i tanti, cadde Gello Ignazio, il comandante sannita. Ricacciati di là della trincea, con un breve scontro fu conquistato anche l’accampamento. Tra Galli e Sanniti, i caduti secondo la valutazione più credibile, furono 25.000, i prigionieri ammontarono ad 8.000. Anche da parte romana, però, le perdite furono pesanti: 7.000 uomini nelle fila di Decio, mentre Fabio soffrì 1.700 caduti. Il corpo di Decio Mure fu rinvenuto due giorni dopo sotto i cumuli dei morti galli e pianto e onorato dal collega e dai soldati. Le spoglie dei nemici furono accatastate e bruciate in onore di Giove vincitore.

GLI EVENTI DOPO SENTINO
LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA DEL SENTINO E DELLA GUERRA ITALICA

La battaglia del Sentino, per quanto fondamentale per gli esiti della guerra, non pose immediatamente fine ai combattimenti. I Celti si ritirarono a nord, mentre i superstiti sanniti si ritirarono in patria, duramente contrastati nel tragitto dai Peligni, schierati a fianco di Roma. Fabio, che decise di non occupare il territorio del Sentinum ritirandosi al di là degli Appennini, una volta giunto a Roma ebbe il meritato trionfo decretato dal Senato. La guerra contro i Sanniti, però, non era ancora finita (quello stesso anno riuscirono a saccheggiare i territori degli Aurunci) e si protrasse ancora fino al 290 a.C., ma ormai praticamente solo all’interno del Sannio.
L’anno successivo alla battaglia del Sentino, nel 294, dopo una terribile epidemia che colpì l’Urbe, i romani dovettero riprendere le armi contro i Marsi – acquisendo il pieno controllo dell’Italia centrale – e gli Etruschi. Quest’ultimi furono duramente
Carta dell’Italia centro-meridionale al termine della Guerra Italica
sconfitti e diverse città (Perugia, Arezzo, Cortona) furono costrette ad impegnarsi in un trattato quarantennale. Nel corso dello stesso anno anche gli Umbri scomparvero dalla scena bellica; le loro città divennero alleate di Roma. I Sanniti approfittarono dell’impegno romano sugli altri fronti per colpire in Apulia e nella valle del Liri. Mobilitarono inoltre tutti gli uomini disponibili in vista di un prossimo attacco romano. In particolare crearono un “corpo speciale” – la Legio linteata, cosiddetta perché consacrata entro un recinto di candido lino – i cui membri erano costretti a dedicare la loro vita agli dèi nella lotta contro i nemici; formazioni del genere erano forse già esistite in passato.
Soggiogate le popolazioni che erano state alleate dei Sanniti, il 293 a.C. fu l’anno del crollo sannita anche sul proprio territorio. Due eserciti romani, al comando di Spurio Carvilio e Papirio Cursore, penetrarono da due direttrici, ma sempre a breve distanza l’uno dall’altro, conquistando e saccheggiando lungo la via diverse città, per dirigersi poi su Cominium (nei pressi dell’odierna Alvito) e Aquilonia (forse Montaquila), dove si erano asseragliate le forze sannite. L’esercito di Carvilio conquistò Cominium, contemporaneamente a quello di Papirio Cursore che ad Aquilonia sconfisse la Legio linteata i cui superstiti si rifugiarono a Bovianum. La doppia sconfitta, con oltre cinquantamila caduti, fu un colpo da cui i Sanniti non poterono più risollevarsi, anche se gli scontri continuarono in altre aree del Sannio per altri due anni, fino a che non cessò ogni residua resistenza.
Vasti territori furono incorporati nell’ager romano e nella colonia di Venusia, mentre la Lega Sannitica perse molte città e fu costretta ad un trattato di alleanza con Roma, e quindi obbligata a fornire truppe al suo esercito.
I Romani costituivano ormai la potenza egemone in tutta l’Italia centro-meridionale. Infatti, oltre che con i Sanniti, in quegli anni di guerra Roma aveva stretto trattati di alleanza con città etrusche e umbre, con i Falisci, i Vestini, i Marruccini, Marsi e Peligni, i Piceni, i Lucani e gli Apuli; aveva incorporato sine suffragio (ossia come cittadini romani ma privi del diritto di voto) i Sabini e gli Umbri di Spoleto e Foligno, e installò nuove tribù nelle terre sottratte ad Equi e Volsci. Dedusse inoltre numerose colonie, compresa la colonia di Hatria, nella terra dei Praetuttii, e di lì a poco quelle di Sena Gallica e Ariminum, ottenendo la sovranità da mare a mare.
Nel 285 i Galli Senoni ripresero la guerra saccheggiando il territorio dell’etrusca Arezzo e Roma mandò truppe in aiuto degli etruschi al fine di tutelare la via di comunicazione tra l’Urbe e il centronord. I romani furono però sconfitti e i Galli dilagarono verso sud. Mario Curio Dentato, per proteggerre Roma, inviò l’esercito non direttamente contro le truppe celtiche ma penetrò invece nel territorio dei Senoni, radendo al suolo tutti i centri abitati, costringendo così i Galli a tornare in patria. Ai Senoni si affiancarono quindi Etruschi e Galli Boi (preoccupati per l’avanzata romana che ora lambiva le loro terre); nel 283 avvenne la battaglia decisiva presso il lacus Vadimonis (l’attuale lago di Bracciano, nel Viterbese). In seguito alla vittoriosa battaglia i romani occuparono le terre dei Senoni (ager gallicus) fondando le colonie di Sena Gallica e, poco dopo, di Ariminum, costituendo così gli avanposti per la successiva conquista della pianura Padana, cosa che avvenne dopo la prima Guerra Punica (264-241 a.C.).
I Sanniti, dal canto loro, tentarono un’ultima volta di sollevare la testa unendosi a Taranto e al suo alleato Pirro, re dell’Epiro (a testimonianza della rilevanza assunta dalla potenza romana) nelle Guerre Tarantine (282-272 a.C.). Al termine della guerra contro Pirro, Roma aveva ormai acquistito il completo controllo sull’intera Italia meridionale, con le città greche che diventarono civitates foederatae.
I Piceni non ebbero sorte migliore: nel 268, accusati (a torto o a ragione), in seguito alla guerra contro Pirro, del mancato rispetto dei patti sottoscritti, vennero invasi e sconfitti presso Ascoli Piceno, e dal quel momento diventarono fedeli alleati di Roma anche durante i tempi duri delle guerre puniche.
La definitiva sistemazione del territorio italiano si ebbe solo nel 91-89 a.C., dopo la sanguinosa Guerra Sociale, al cui termine tutte le popolazioni italiche (confederati, sine suffragio, colonie latine) ottennero la cittadinaza romana a pieno titolo.
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda ClaudioCugliandro » 16/06/2011, 11:08

Credo che la battaglia del Sentino sia una delle più sottovalutate della Storia, sia per la rilevanza che ha avuto nella fondazione della potenza romana, sia per tutti gli aspetti tattici e strategici che hai evidenziato in questo bellissimo Post. Complimenti ancora.
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda Marco » 17/06/2011, 13:12

Concordo pienamente, non a caso è in scaletta di pubblicazione sul sito.

Veramente ben fatto, complimenti.
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda Teo » 24/06/2011, 0:28

Grazie per i complimenti...
Questa ve la devo raccontare...circa 2 anni fa assieme al prof. Kruta di cui vi ho parlato in un altro post, e ad altri gruppi storici siamo stati nelle Marche, in uno dei due possibili siti dove si potrebbe essere svolta la battaglia (non si sa con esattezza ancora dove si sia svolta) ma assieme al prof. Kruta abbiamo provato ad immaginare la scena della battaglia davanti a noi, provando a posizionare gli schieramenti a seconda di quello che vedavamo...poi io naturalmente mi sono fatto da parte per far parlare lui e mi ha descritto la battaglia come se la vedesse in quel momento davanti a se...per me è stato molto emozionante!
Scusate il post ma dovevo condividere con qualcuno questa esperienza.
Grazie per l'attenzione!
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda Dresda » 10/07/2011, 14:07

Articolo molto dettagliato! Mi ha molto interessato la descrizione della legione romana: complimenti!
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda Dresda » 10/07/2011, 14:16

Ho notato una vasta conoscenza della legione romana! A me è piaciuta molto questa parte e vorrei chiederti se per caso avresti qualcosa da raccontare sulle macchine belliche romane d'assedio. Ciao!
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C.

Messaggioda Marco » 15/07/2011, 17:35

Teo ha scritto:Grazie per i complimenti...
Questa ve la devo raccontare...circa 2 anni fa assieme al prof. Kruta di cui vi ho parlato in un altro post, e ad altri gruppi storici siamo stati nelle Marche, in uno dei due possibili siti dove si potrebbe essere svolta la battaglia (non si sa con esattezza ancora dove si sia svolta) ma assieme al prof. Kruta abbiamo provato ad immaginare la scena della battaglia davanti a noi, provando a posizionare gli schieramenti a seconda di quello che vedavamo...poi io naturalmente mi sono fatto da parte per far parlare lui e mi ha descritto la battaglia come se la vedesse in quel momento davanti a se...per me è stato molto emozionante!
Scusate il post ma dovevo condividere con qualcuno questa esperienza.
Grazie per l'attenzione!


... deve essere stato veramente emozionante, posso immaginare!

Grazie ancora ;)
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X Dresda: Macchine d'assedio!

Messaggioda Tagos » 03/10/2011, 22:28

Innanzitutto mi scuso per il ritardo con cui rispondo...
Beh Dresda per quanto riguarda le macchine d'assedio di Roma posso dirti questo...
Le macchine d'assedio di Roma erano prevalentemente di origine Greca, davano all'esercito una grande versatilità d'azione.
Un'arma da getto molto usata era la "Balista" Una macchina che lanciava pietre di varie dimensioni.
Era un'arma estremamente precisa, ideata per colpire uomini, sfondare grandi porte e soprattutto demolire le mura di cinta...quando queste ultime erano molto robuste, le pietre venivano lanciate oltre l'ostacolo, per colpire i difensori.
Le macchine venivano azionate mediante corde realizzate con tendini, o crine di cavallo, o fibre tessili, ogni corda era collegata ad un braccio che restava così in tensione.
Per avere un lancio efficace era importante la perfetta bilanciatura tra i due bracci indipendenti.
Proiettili delle dimensioni di un'arancia sono stati portati alla luce durante scavi archeologici...il più grande è stato trovato in Israele...aveva un peso tale che la Balista destinata al lancio, doveva avere un'altezza di almeno 12 metri.

Un'altro tipo di macchinario era la catapulta...praticamente un grande arco in grado di lanciare pesanti frecce con estrema precisione.
La catapulta permetteva di lanciare frecce di gran lunga più grandi, di quelle che si sarebbero potute lanciare con l'arco o la balestra...erano pesanti, con una grande punta squadrata in grado di passare attraverso armature, scudi e corpi.

Quando venivano impiegati arieti e torri d'assedio, armi come la catapulta erano posizionate alla loro sommità, per colpire i difensori appostati sulle mura...erano anche ampiamente utilizzate sui campi di battaglia.

I Romani disponevano anche di armi da assedio mobili, come alte torri di legno dotate di ruote, riservate agli arceri.
Speciali coperture di stagno venivano impiegate invece per proteggere i soldati che manovravano gli arieti.

Poi ovviamente avevano come saprai anche tecniche di difesa per gli schieramenti come la testuggine ecc.

Un'altra tecnica di difesa era quella di scavare fossati attorno al punto dove si rifugiavano gli assediati...Se hai letto su questo sito della battaglia di Alesia puoi capire come funzionava.

Questo è quello che so...spero di esserti stato utile!

A presto.
Tagos
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Documentario sulla Battaglia di Sentino!

Messaggioda Tagos » 03/10/2011, 22:33

Ho una news, una notizia che volevo condividere con voi appassionati di battaglie!
Domenica 9 ottobre con il mio gruppo di rievocazione siamo stati invitati a partecipare alle riprese di un documentario proprio sulla battaglia di "Sentino"...saremo a Sassoferrato, nelle Marche...una delle possibili sedi dove si sarebbe svolta la battaglia.
Appena so quando andrà in onda o dove si potrà trovare, vi faccio sapere!
Scusate il disturbo ma ve lo dovevo dire!
A presto!
Tagos
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Re: Battaglia del Sentino, o Battaglia delle Nazioni 295 a.C

Messaggioda Marco » 20/10/2011, 17:24

Ma non ci sono news?

Le avete fatte poi le riprese?
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