Spesso, quando si parla dell'inefficienza delle nostre truppe (e dell'esercito italiano in generale) in guerra, si utilizzano i fatti di Caporetto come simbolo della nostra radicata incapacità guerriera e dell'incompetenza, soprattutto, dei generali e degli alti comandi del tempo (Cadorna su tutti). Ma cosa successe a Caporetto?
Fino ad oggi, si era sempre pensato ad una tragica offensiva, trasformatasi in rocambolesca e sanguinosa ritirata a causa dell'incompetenza e dei reparti, e dei comandanti. Oggi, invece, numerosi indizi portano a pensare che Cadorna no fu affatto colto di sorpresa dall'attacco nemico, e che i reparti inoltre si mossero con ottima tempistica e abilità.
Ma quali sono questi indizi? Ebbene, ecco un breve e succinto elenco che spero possa essere una buona sintesi dei numerosi dati raccolti:
1) Il 17 Giugno del 1916, Antonio Salandra, Primo Ministro italiano, ricevette una lettera dal Generale Luigi Cadorna, attestato con l'esercito in quel momento sull'Isonzo. Il testo della lettera era relativo ad un'eventuale ritirata a causa di un eventuale sfondamento austro-tedesco:
"Non è da escludersi che la necessità del ripiegamento dall'Isonzo si imponga, per avvenimenti a noi sfavorevoli, inaspettatamente incalzanti. In simile frangente ritardare il ripiegamento potrebbe travolgere l'esercito in un rovescio irreparabile".
Quindi la ritirata, nei piani di Cadorna, era più che un'idea.
2) Le perdite totali delle cariche italiane, negli anni dal 1915 al 1916, furono vicine ai 100.000 effettivi. Le due maggiori cariche del 1917 costarono la vita a 36.000 uomini la prima, e a 30.000 la seconda. Caporetto? 10.000. Ma i loro effetti furono differenti, poichè, anche se sacrificando più uomini, le ultime due cariche comportarono la conquista della Bainsizza, mentre la ritirata ne causerà la perdita. Ma è possibile una ritirata disorganizzata e senza preavviso che comporti un numero di perdite così, relativamente, contenuto?
3) L'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato maggiore dell'Esercito presenta vari documenti interessanti, in questa prospettiva: già sei mesi prima della battaglia, il generale incontrò a Udine il collega francese Ferdinand Forch, e confermò che non escludeva:
"Un concentramento delle truppe italiane dietro la lena del Piave".
4) Cadorna era ben conscio, o almeno aveva dei forti sospetti, del luogo nel quale si sarebbe concentrato l'attacco degli austro-tedeschi. I servizi segreti e Radio Scarpa, infatti, fornivano numerose informazioni relativamente agli spostamenti e al numero di truppe presenti nelle zone quotidianamente controllate.
4) Il 18 Settembre del 1917 Cadorna, temendo spostamenti di truppe austriache sul fronte italiano, a causa del ritiro della Russia dalla guerra per i noti moti rivoluzionari, scrisse nella relazione ufficiale dello stesso giorno che:
"Le forze nemiche allontanano la possibilità di successo. Bisognerebbe ritirarsi su posizioni retrostanti che soddisfino due requisiti essenziali: minima estensione e massima resistenza".
Ossia accorciare il fronte. Tradotto in termini strategici: il Piave.
5) Cadorna fece ritirare gli ospedali da campo oltre il Mincio, lontanissimi dal fronte: anomala mossa logistica prima di una battaglia. A meno che non si pensi ad una ritirata strategica.
6) Non tutti obbedirono agli ordini di Cadorna, per errate valutazioni tattiche e strategiche. E' il caso di Mario Nicolis di Robilant, che impiegò tre settimane ad abbandonare le posizioni che Cadorna aveva ordinato di lasciare in un arco di tempo più breve, cosa che tra l'altro fu fatta da altri comndanti e in condizione peggiori. La ritirata di Nicolis fu un'inutile perdita di migliaia di uomini per orgoglio e disattenzione.
In definitiva, possiamo affermare che Caporetto non è stata un disastro, non fu una ritirata che ci colse impreparati e di sorpresa, ma fu una necessaria sconfitta per attutire l'impatto nemico e ritirarci ordinatamente su un fronte, quello del Piave, appunto, che in definitiva ci permise di vincere la guerra.
Fonte: Tiziano Bertè, "Caporetto: sconfitta o vittoria?" Rossani editore