Il 7 aprile 1945 la corazzata Yamato affonda a seguito di una missione suicida. Mitsuru Yoshida, ufficiale radar, è uno dei pochissimi a salvarsi. Questo è un condensato del suo racconto sull'affondamento tratto dagli atti dell'Istituto Navale degli Stati Uniti.
Il primo Aprile 1945, la supercorazzata Yamato della Marina Imperiale Giapponese, era ancorata nel porto militare di Kure in attesa di riparazioni e di revisione. La grossa nave di un grigio argenteo stava sul mare come un gigantesco scoglio che sovrastasse ogni cosa. Ero a bordo il più giovane ufficiale addetto al radar.
All’improvviso l'altoparlante della nave ruppe il silenzio dell'aria mattutina: Cominciare le operazioni di partenza alle 08.15; levare l'ancora alle 10.00.
Forze americane erano sbarcate a Okinawa! Le avremmo forse attaccate in quella che poteva essere la battaglia decisiva della zona del Pacifico?
Alle 10.00 precise la Yamato prese il mare. Al crepuscolo ci ancorammo fuori della spiaggia di Mitajiri, dove dovevano concentrarsi tutte le navi.
L’equipaggio fu adunato in coperta. Eravamo 3000 uomini sull'attenti con le uniformi kaki da combattimento, mentre il Comandante, Kosaku Ariga, ci rivolgeva brevi parole, in cui esprimeva il voto ardente che noi tutti avremmo fatto del nostro meglio. Poi il Comandante in seconda, Nomura, gridò: Che la Yamato, come il Kamikaze (il Vento Divino) sia all’altezza della sua fama.
La mattina dopo fu avvistato un R-29 americano. Sganciò una bomba di medie dimensioni, che non arrecò danni, ma ci tolse ogni speranza di segretezza.
Sentii dire dai nostri capi che l’attacco della Yamato doveva coordinarsi con gli attacchi di aerei kamikaze, diretti contro il nemico nella zona di Okinawa. La supremazia degli apparecchi da caccia americani contrattaccanti i nostri aerei suicidi, malagevoli e sovraccarichi di esplosivo, era stata schiacciante. Sorgeva perciò la necessità di stornare gli apparecchi nemici, per dar modo ai nostri kamikaze di operare in condizioni migliori. Questo esigeva un piano che attirasse il massimo numero di aerei, impegnandoli il più a lungo possibile.
La Yamato con le sue scorte, rappresentava l'esca migliore. In questo modo la nostra flotta, concentrando su di sé il nerbo delle forze aeree nemiche, lasciava via libera alle formazioni suicide d'infliggere enormi danni.
Se avessimo superato questa fase delle operazioni, avremmo dovuto avanzare in mezzo al nemico, distruggendo quanto più possibile.
A questo scopo la Yamato era carica di munizioni per ogni arma di bordo fino all'estremo limite: ma nei suoi serbatoi la riserva di combustibile non era sufficiente se non per il solo viaggio di andata fino a Okinawa. Era un vero suicidio, suggerito dalla disperazione.
Nel tardo pomeriggio del 5 aprile, l'altoparlante gracchiò : Pronti per la razione di sake ... Aprite la cambusa! I guardiamarina furono invitati a partecipare al brindisi finale. Ma quando l'ufficiale di rotta levò il suo bicchiere di sake, questo gli scivolò dalle dita tremanti infrangendosi sul ponte. Sguardi sprezzanti si concentrarono sul colpevole che chinava il capo vergognoso. Ognuno dei presenti sapeva che la morte avrebbe finito per colpirci, forse anche presto. E quando fosse giunto il momento, ognuno di noi doveva affrontarla con animo risoluto e lieto.

